One Too Many Mornings (in Re minore)

La foto brucia lentamente sul parapetto del Ponte Santa Trìnita, il sole saluta la città rispecchiandosi nel fiume d’argento.
La sigaretta muore  lenta, dita ferme la tengono con leggerezza, il fumo pesante si dipana in controluce, si solleva nel vento e nient’altro, nient’altro è degno d’esser raccontato di questa scena.
Due occhi fissano l’acqua, sfidano immobili le chiazze di luce, bagliori bianchi, macchie vuote in un tappeto liquido e rosso e arancione e viola. Febo pittore che compone la sua tela.
“Non rimane nulla” pensi “quando tutto è già andato via. Non rimane nulla se non altre mattine, altre stagioni, altri periodi a susseguirsi con cadenza cronometrica. Il pallido aspettare un avvenire sbiadito, smettere di ardere. Semplicemente spegnersi”.
Il mondo è marcio, vorresti dire. Il mondo è marcio, ma hai paura che il tuo giudizio risulti troppo avventato, ingiusto.
Gli occhi fermi sul nulla dell’acqua e nient’altro, nient’altro è degno d’essere raccontato di questa scena.
Ci si incontra per caso, per gioco: ad esempio una mattina di fronte a palazzo Pitti una ragazza si aggira con una macchina fotografica, un ragazzo annoiato le chiede cosa stia facendo, dove stia andando. La ragazza sorride, “Mi annoio” risponde.
Una volta da Boboli si poteva passare senza pagare, o pagando meno. Ci si passeggiava, senza fretta, senza la pesantezza d’aver speso un occhio della testa. Si arrivava fin su a Piazzale Michelangelo, fino alla terrazza per eccellenza e, da lì, sembrava d’esser padroni della città, specialmente al tramonto o all’alba, molto presto, quando la città brilla sotto i raggi taglienti, si modella minuto per minuto, come fosse viva, come fosse una persona anche lei. Una bellissima donna che ha avuto milioni di amanti senza mai amarne uno, perché deve rimanere lì, deve essere eterna e non può permettersi di morire insieme a chicchessia. Una bellissima donna che regala vita senza chiederne mai per sé.
Ci si incontra per caso, per gioco, quand’è mattina presto o sera tardi e si passeggia, si cammina. Da San Frediano a San Miniato, senza smettere di parlare, di respirare un’aria che può puzzar di marcio come profumare incredibilmente. Dipende da quale narice usi per respirare. La destra nei giorni tristi, la sinistra in quelli felici.
Ci si ferma in una delle tante taverne, si beve del vino sfuso, ci si complimenta con l’oste, si sente la testa leggera, si continua a calpestare lo stesso suolo che fu di Lorenzo De’ Medici, Poliziano, Leonardo, Michelangelo, Dante, Pulci, Machiavelli, Cavalcanti; ma anche di Baggio, Batistuta, Rui Costa, Hamrin, Antognoni.
E nient’altro, nient’altro è degno di essere raccontato in questa scena.
Può capitare, alle volte, che ci siano degli sguardi diversi dagli altri, che gli occhi si intreccino a doppio nodo: alle quattro del mattino davanti a Santa Croce, la luce dei lampioni che rimbalza sul lastricato perfetto, tanto perfetto che controluce sembra ghiaccio. Magari soffia un po’ di vento, dalla tua destra senti arrivare l’odore dell’Arno che scorre lento, serafico, con la consapevolezza che nessuno, proprio nessuno, gli corra dietro.
Può capitare di ritrovarsi occhi negli occhi, con un treno da prendere, la testa leggera, le mani pesanti che non riesci più a muovere e i capelli improvvisamente troppo corti perché tu possa considerarti carino.
Ma niente baci. I baci servono ai codardi che non sanno riconoscere i momenti importanti senza commettere qualcosa di eclatante.
E nient’altro, nient’altro è degno d’essere raccontato in questa scena.
La foto è cenere, il sole è ormai sceso. I lampioni illuminano quel che rimane della carta, illuminano due mani sferzate dal freddo di gennaio, illuminano una testa riccia che non s’è mossa per tutto questo tempo.
“Forse” pensi citando ignoti “è anche vero che, quando della vita s’è perso tutto, resta ancora tutto”. Rimangono pezzi di puzzle, tasselli da ricomporre, luoghi in cui basta andare per scoprire cosa ci sia successo, quale storia ci abbia avuto luogo.
Basta arrivare in treno, la mattina presto, a Santa Maria Novella e passare da Santa Maria del Fiore, Piazza della Signoria, andare di là a San Frediano e salire. E poi, se avanza tempo, passare da Fiesole, dominare la città dall’alto, fissare i tetti rossi della città vecchia e sussurrare “Io vi amo” con gli occhi socchiusi e, perché no?, un po’ umidi.
Basta ascoltare i muri, i ciottoli, per scoprire le storie di una storia che, in fondo, è anche un po’ tua. E poco importa se una curva sbagliata, una sbandata distratta ha spezzato questo fantastico divenire: Firenze non ama mai nessuno, ma i suoi amanti li ricorda tutti.
Ti basta chiedere a Lei, ogni volta che ne hai bisogno, per ritrovarti commosso a guardare Ponte Vecchio illuminato e lucente, le lampadine riflesse nell’acqua, e sentire svanire lentamente questo desiderio, bisogno di completare qualcosa che non può essere completato.
Ti basta chiedere a Lei per sapere, dentro di te, che le persone non se ne vanno mai del tutto. Ne rimangono i luoghi, i ricordi: un film che puoi vedere ogni volta che vuoi, ogni volta che vuoi pensare che il mondo sarà anche marcio ma, per Dio, se può produrre una tale magia, forse qualcosa di buono ce l’ha per davvero.
Sorrido: il vuoto è dilaniante, ma Ponte Vecchio brilla dorato, l’Arno passa pacato, la città respira e si lascia amare.
Non è casa mia, ma è come se lo fosse. Per mille motivi e uno, ogni anno di più.
E nient’altro, nient’altro è degno d’essere raccontato ancora.

“La vita è una vicenda comica e non vi è nulla di più divertente dell’amore che vive nel tempo”

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