Old Friend (nonché sconclusionato, confuso, senza senso)

Si va in scena con:
Un’esplosione di luci al risveglio, mal di testa lancinante: ora muoio, ora scoppia, ora si crepa il cervello.
Che ora era ieri: le sette, le otto? A quale ora del mattino il mio corpo ha rivisto il letto?
Una sigaretta, la fiamma incendia il tabacco, conato, vomito: devastante squarcio alla bocca dello stomaco, la sensazione d’essere quel che avanza di me stesso.
Sigaretta spenta, tempie pulsanti in confusione mentale: fumo dopo, forse.

E poi:
E’ successo,  successo davvero? Cosa, cosa sta accadendo? Cosa è accaduto?
E ancora:
Perché è sempre terrificante il momento nel quale si riacquista la – totale o parziale che sia – lucidità mentale?
Avanti:
Singhiozzanti procedono, una dopo l’altra, le immagini di quel che ricordi.
Con salti temporali. Con poca nitidezza d’immagini, pulizia d’audio.
E la sintassi ne risente. Evidentemente ne risente. Evidentemente: in modo evidente.

A volte vorresti che tutto fosse solo un gioco per poter riuscire a chiudere fuori quelle che sono le responsabilità, gli obblighi e – diòs mio – le questioni morali.
Un gioco per poterne solo ridere.
Un gioco perché nei giochi non si fa mai male nessuno.
Un gioco perché possa rimanere solo il bello.

Voglio dire, sto cercando di dire:
Perché alla fine di ogni notte dev’esserci il giorno?
Parafrasi:
Perché c’è sempre la realtà ad aspettarci al risveglio?

Ora sì che accendo la sigaretta di poco sopra. Ora sì.
Ora che sono infastidito e arrabbiato e abbattuto e sconfortato.
Ma anche sorpreso, anche sorridente, anche qualcosa che non so bene cosa.
Ora sì.
E fanculo il vomito, fanculo lo stomaco. Fanculo.

Fumo a mezz’aria: ricordo tutte le cose importanti.
Ricordo le immagini, che sono poi il mezzo tramite il quale incanaliamo le emozioni.
La vista, più delle parole.
Le farfalle nello stomaco le sentiamo solo se ci ricordiamo il volto, non l’idea delle persona determinata.
Le immagini. Le immagini ti salvano o ti condannano. Ti salvano e ti condannano insieme.
Ci sono giorni in cui ricordare è bene, altri in cui non lo è.
Devo ancora decidere in quale delle due categorie porre questo.

E mi scuso per la brevità delle frasi, i punti frequenti, il non argomentare in modo armonico.
Non sono in possesso di pensieri che durino più della durata di una di queste frasi.
Non ho voglia di congiungere, di avversare, di legare, di completare.
Farlo comporterebbe una reazione a catena di pensieri, logici e non, che non so dove potrebbero, come potrebbero terminare.

C’è un libro, sono fermo alla seconda parte.
Mi chiedo come possa finire. Come potrei farlo finire.
Qual è l’ultima riga dell’ultimo capitolo dell’ultima parte?
L’ultima parola, quale sarà l’ultima parola?
L’ultima immagine. L’ultimo pensiero.
Un’idea la ho. Più di una.
Ma forse sono davvero invecchiato, perché non penso che sia un’idea buona.
Almeno, non come avrei pensato qualche anno fa.

Non riesco a guardare in basso, appena lo faccio la stanza diventa un roller-coaster.
Sono in piedi, in cucina, bevo acqua.
Associo l’idea del cibo, in questo momento, a qualcosa di simile a una tortura cinese.
E il mio stomaco la pensa come me.
E la sintassi e il pensiero e la logica sono andati a farsi benedire.
“Come si fa a leggere un pensiero che non è continuo?” starete chiedendovi, giustamente, voi.
Non lo so.
Come si fa a convivere con la certezza che tutto, tutto è talmente frivolo e potente allo stesso tempo, nello stesso medesimo e cazzuto istante, da capovolgere in un attimo tutto quello che va a rappresentare qualcosa di definibile come “la solida realtà”?
Come si fa a con-vivere, a vivere insieme all’idea, alla convinzione, alla granitica consapevolezza che siamo talmente brevi, talmente veloci nel passaggio su questa terra che sarebbe un peccato lasciarsi dietro qualcosa di incredibile e, comunque, essere consapevoli che la cosa migliore risiede nell’ignorare questa conoscenza?

In molti momenti, sparsi lungo tutta la durata di questa mia vita, ho stramaledetto, il mattino dopo, l’attimo in cui sono andato a letto.
E questo è uno di quelli. Il padre, l’origine, l’archetipo di tutti questi istanti.
Questo è. Senza appellativi.

Non sono un depresso, non rientro in quella categoria.
Non dirò “Vorrei addormentarmi e non svegliarmi mai più, perché la vita fa schifo”.
Li odio i depressi, cazzo. E’ solo un modo per evitare di rendersi conto di quel che ci accade, dentro e intorno. Questo penso della depressione. E’ incuria di se stessi.

Io vorrei non andare a letto mai, mai. Nemmeno ora.
Nemmeno quando sento lo stomaco aprirsi come la bocca del Chaos greco, nemmeno in questo momento in cui l’alto sembra il basso e viceversa. E non solo per via del vomito.
Vorrei restare sveglio, in fondo alla notte, per congelare le sensazioni, le emozioni, i sentimenti.
Congelare tutto come a dire: tenere sempre tutto in vita, non lasciare che niente si perda.
E forse è la solita vecchia storia. Forse si tratta solo di maturare un pochino. Forse.

Vorrei restare lì, a guardarti negli occhi.
Occhi negli occhi, senza chiuderli mai, senza interrompere mai lo stato di coscienza con il sonno.
Lì. Guardarti. Luce tagliente e fievole d’un sole appena nato che illumina di tre quarti il tuo viso.
Sorridere.
Senza che niente succeda, niente.
Perché non è necessario che accada qualcosa perché qualcosa accada per davvero.
Basta stare lì, in silenzio, con gli occhi aperti.
Per non morire mai.
Per non morire mai.
Per non morire.

Mai.

 

[…]
Testify my love for you
I know it runs deep through your body too
From the cold blacktop to the hot concrete
The old tan van it ain’t so sweet

Somewhere in America in the city at night
We were far from home but you know it was gonna be alright

[…]

Good morning heartache
You’re like an old friend
Come and see me again

 

Ed.

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