It’s a fugitive of time (prenderemo un treno senza destinazione)

Buongiorno, buonasera, buonanotte,
scrivo a notte fonda, seduto a una vecchia scrivania, su tasti sporchi di cenere.
Scrivo perché non ho nulla di meglio da fare, perché non riesco a dormire, perché mettere parole una in fila all’altra, in fondo, è un’attività che mi piace a un livello smisurato, inimmaginabile.
La mia vita, d’altronde, l’ho costruita tutta sulle parole (non rileggo mai, però: è il mio più grande difetto).
Mi affascina, mi diverte: le lettere, nient’altro che scarabocchi senza senso se prese da sole, che congiunte ad altre acquistano senso, significato, significante. Messaggi, belli o brutti, che possono essere veicolati semplicemente unendo simboli che funzionano solo se uno vicino all’altro.
Tutto, o molto, che viene creato col nulla.

Buongiorno, buonasera, buonanotte,
siete collegati con Radio Havana, al microfono c’è Ed e sono, esattamente, le due e cinquantadue del mattino.
Sto fumando una Marlboro rossa.
Continuo a cancellare e riscrivere ogni frase.
Nelle mie cuffie sta suonando una canzone nuova d’un gruppo vecchio, vecchissimo o, meglio, che mi fa sentire vecchio, vecchissimo.
E’ buffo, buffo realizzare, ogni volta come se fosse la prima, che gli equilibri che crediamo di avere raggiunto con tanto sforzo, in realtà, sono precari, estremamente fragili, perennemente in bilico.
Mai capitato?
Non dirò, non sto per dire che questa sia una cosa orrenda. Però credo che tutto dipenda da come ci si rapporta al cambiamento. Credo dipenda da quale atteggiamento assumiamo mentre le cose cambiano, mutano, si trasformano sotto il nostro umido, madido, moccioloso nasino.
Viviamo di attimi che non vivremo mai più.
Evviva! La fiera delle banalità!
Sì, concesso, ma non lo sto dicendo perché preso da spleen o chissà quale altro termine new-gen sia in voga al momento.
Lo sto dicendo perché sono convinto che sia una cosa incredibile, fantastica: sapere che tutti i ricordi, le immagini che conservo nei miei occhi sono uniche, speciali. Rievocare le esatte sensazioni che ho provato, rievocarle per ogni singola cosa di cui ho memoria.
Ciò che rende veramente potenti gli attimi risiede nel fatto che essi siano passeggeri, non duraturi, che abbiano stampata sulla confezione – plastica e poliestere – la data di scadenza.
Pensare che questa sia una cosa triste, o negativa, o deprimente, a mio personalissimo parere, sarebbe negare la vita stessa.
Quando leggo un libro, so che questo finirà. E’ una cosa che accetto: il finale gli dona un senso, lo rende completo, ricordabile. Lo rende reale.
Non bisogna, non bisognerebbe ricordare con rimpianto, ma con gioia. Rimpiangere significherebbe negare, o pentirsi, delle scelte che ci hanno portato a costruire il nostro presente. Sarebbe, quasi, come negare il ricordo stesso. Negare noi stessi. Darci dei coglioni, dei falliti, degli stupidi.
Ok, tolti i casi limite, ovvio. Tolte le eccezioni e non penso nemmeno sia necessario elencare quali queste siano.
Esempio, dicevo prima di quel vecchio, vecchissimo gruppo: è legato a momenti che risalgono, almeno, a sette o otto anni fa. Ma non mi sento triste, affranto, dispiaciuto nel ricordare tutte quelle cose che, lo ben so, non torneranno mai più. Mi sento contento, estasiato, felice perché le ho vissute, perché mentre accadevano io ero lì, in strada a viverle. Ero attivo, vivevo, ho partecipato.
Ad esempio non ricordo con tristezza il viaggio facoltativo fatto in Polonia con la scuola. Non sono triste perché all’epoca ero spensierato, mi sentivo invincibile e le ginocchia erano ancora intere.
Mi sento, invece, pieno di vita nello stesso modo in cui mi sentivo a quel tempo: la consapevolezza che, senza quel viaggio, non avrei, oggi, una parte importante, importantissima della mia vita, che senza quel viaggio sarei sostanzialmente monco mi fa sentire in un modo che rasenta l’invincibilità.
Fatevi sotto, sono Superman. Sono immortale. Non morirò mai.
Non sono momenti che non torneranno più – e in parte correggo quello detto poco sopra – ma sono momenti che continuano ad esistere. Perché diventano noi. O noi diventiamo loro, dipende.
Niente muore, o finisce, finché non moriamo. E ci sono tanti tipi diversi di morte, uno dei quali è quello biologico, il peggiore dei quali è quello che scaturisce dalla rinuncia, dalla remissività, dall’abbandono.
Iniziamo a morire dentro, poco a poco ogni giorno di più, quando iniziamo a rimpiangere i tempi passati.
Il rimpianto è retroattivo: porta a perdere di vista il futuro in favore del passato. E invece non bisognerebbe mai distogliere lo sguardo dal punto di fuga che sta sull’orizzonte, davanti a noi.
Il passato, credo io, non è una bella vasca con sali e acqua calda in cui crogiolarsi lentamente, piuttosto è un punto di partenza per lanciarsi su “quel che deve ancora accadere”.
Un modo per dirsi “Che figata, sono arrivato qua ed è stato grande. Ora, però, voglio arrivare là”.
Andare, andare, andare.
Mi viene in mente Eduardo Galeano che diceva “L’utopia è come l’orizzonte: io faccio due passi, lei si allontana di due passi. E, allora, a cosa serve? A questo, serve a continuare a camminare”.
E niente, quando ho iniziato ero triste come una merda e volevo parlare di tutt’altro.
Poi è partita questa canzone.
Poi mi sono ricordato di tante cose, cose passate che continuano ad esserci anche adesso.
E niente, la vita è una cosa meravigliosa.
Vi lascio la canzone in questione. Come detto è nuova, ma sembra sia stata scritta all’epoca.
E non è niente di che ma, vi giuro, ascoltarla mi fa venire dei brividi strani. Gli stessi che avevo all’epoca, quando pensavo che il mondo fosse lì ad aspettarmi e che niente, niente, niente mi sarebbe mai andato storto.
Sbagliavo, avevo torto.
Ma a chi importa? E’ stato veramente una figata.

Saluti a tutti,
state svegli, state in moto, state bene.

Ed.

 

Matrioska “Per Due Persone”

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