All the wine is all for me (a wingspan unbelievable)

Indosso uno splendido smoking, un Manhattan freddo e perfetto dondola nella mia sinistra.
Con la destra tengo la sigaretta: disegno cerchi di fumo nell’aria, disegno parole, accompagno i discorsi.
Indosso uno smoking nero e cammino sciolto, sorrido: non sono in condizione di capire cosa mi circonda.
Sono stupido, sono ubriaco, sono fottutamente splendido.
Una donna vestita di rosso viene verso di me: mi sorride, mi saluta, mi osserva passare oltre come se non esistesse, come se nulla esistesse.
Parte la musica: una canzone splendida, una canzone con un significato. Accenno un passo di danza, movimento fluido, ruoto su me stesso.
Sono Il Re, sono Chris Brown, sono Jimi, alle nove di mattina del 18 agosto 1969, davanti a 200.000 persone.
Sono Fire, sono The Star-Spangled Banner, sono Hey Joe, sono Purple Haze.
Una donna bionda, gli occhi d’un marrone profondo e intenso, l’iride leggermente sfumata sul giallo sui bordi esterni, una donna bionda sta ballando con me.
Passi precisi: destro, sinistro, destro, destro. Mano sul fianco, occhi negli occhi.
Il suo profumo non è dolce, non sa di viola, non mi ricorda mia madre. Il suo profumo sa terribilmente di qualcosa di pericoloso, qualcosa che non bisognerebbe fare. Il suo profumo sa di te.
Schiude le labbra, dice qualcosa: “Balli bene” o roba simile.
Sorrido, passo in controtempo, continuo a sorridere. “Sono il migliore”.
Voglio recuperare il mio Manhattan, voglio uscire da questa situazione, voglio allontanarmi da lei.
Voglio allontanarmi da te.
Noto il suo vestito: le pieghe del tessuto che seguono la morbidezza delle gambe, la sinuosità della linea che disegna i fianchi, il modo sbarazzino di sollevare il sopracciglio sinistro.
Ruotiamo su noi stessi, passo in controtempo.
Ride: ogni volta che lo fa, l’angolo sinistro della bocca le si arriccia, si ricurva, si ridisegna.
Una ruga fa capolino vicino al naso: linea impercettibile, particolarità del viso, valore inestimabile.
Il tuo valore inestimabile.
Mi dice qualcos’altro ma sono distratto, disattento. Non sono presente.
“Eh?”.
“Prendiamo da bere?”.
“Offro io”.
Il mio riflesso si rispecchia sul bancone tirato a lucido. Non parliamo, attendiamo in silenzio. Manhattan io, Moscow Mule lei.
Non voglio sapere cosa fa nella vita, non voglio sapere quale sia la sua storia, non voglio sapere come si chiama.
Non voglio che lei sappia cosa faccio per vivere, non voglio raccontarle la mia storia, non voglio dirle il mio nome. Non voglio che le nostre strade proseguano oltre l’arrivo dei bicchieri.
Tu sai perché, tu hai sempre saputo perché.
Arrivi in un lampo, prima che mi consegnino il bicchiere.
Tu sorridi, tu sei felice. Io sono così ubriaco che, se mi strappassi il cuore, non sentirei dolore.
Vi salutate, vi conoscete, io osservo, io sto in silenzio.
“Come stai?” mi domandi.
“Siamo invincibili, no?” rispondo io.
Mi stai abbracciando e io sto pensando d’essere arrivato a casa, che per nulla al mondo voglio andarmene da questo luogo.
Dura poco, ti stacchi, mi accarezzi la guancia. Se dovessi spiegarti quanto ti voglio bene, dovrei prendere dei pennelli e illustrare l’esplosione primordiale. Il Big Bang, qui, che abita la bocca del mio stomaco ogni volta che ti vedo.
Passi oltre, agli altri invitati: dondolante come una ballerina ti allontani e io ti osservo, ti vedo, ti accompagno con lo sguardo.
Arrivano i bicchieri, lei mi sta guardando, lei ha capito. Lei ha lo stesso profumo che usi tu. Lei non è te.
“Alle feste” fa lei.
“Al per sempre” faccio io.
Brindiamo, la saluto, mi allontano.
Sono splendido, sono invincibile, sono Il Re.
Sono un coglione che non sa trovare il modo giusto per dirti che quell’abbraccio vorrei durasse per sempre.
Sono un ballerino eccezionale terrorizzato dal riuscire nell’unica cosa che vuole davvero.
Paura: di te, di me, farti male. Non essere abbastanza. Non saper più ballare.
Paura che possa essere davvero perfetto come lo immagino. Paura di riuscirci.
Indosso uno smoking nero e fumo a profusione le sigarette che estraggo dal mio bravo pacchetto morbido.
Rido. Sono felice.
Io so, saprò sempre dove stanno, dove risiedono tutte le mie cose importanti.
Tutto quello di cui ho bisogno.
Fino alla fine di questi giorni pazzi, sole dopo sole. Fino alla fine del grande ballo, quello che abbiamo deciso di chiamare vita.
Io lo so: è la fortuna più grande che si possa avere.

 

 

The National, “All The Wine”

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