Non si è mai troppo vecchi per essere giovani – J. M. Barrie –

Quando sarò abbastanza grande –  spero io – qualcuno mi spiegherà perché, arrivata l’ora di dormire, io me ne resto qui – sveglio.

Continuerai  a farti scegliere o, finalmente, sceglierai?

Non posso scrivere sempre della stessa cosa, non posso diventare ripetitivo.
Due cose ho sempre odiato: la catena di montaggio e le persone fissate con un solo argomento: come se la vita fosse uguale tutti i giorni, come se la vita fosse un’unica istantanea d’un momento solo, come se la vita fosse un punto statico ancorato sul linoleum. Come se la vita non fosse vita.
Accendo una sigaretta: il suono dell’accendino riecheggia come un boato nel silenzio della mia stanza.
Mi piace la notte: in questo fitto silenzio, in questo mutismo profondo si sente persino il rumore del fumo che, viscoso e grigio, si dipana, si disegna, si allunga curvilineo nell’aria statica. Diventa. Dissolve (se stesso).
Mi piace la notte perché la maggior parte dei miei pensieri felici è legata ad essa.
I giorni posso essere belli, il sole può essere rincuorante, la luce può essere affascinante.
Ma le notti, le mie notti sono tutte le madri di cui ho bisogno. I lampioni a luce gialla, l’asfalto nero che riflette le insegne luminose, lo scivolare lenti nell’immobilità d’una città che dorme.
Dirsi “Perché no?”.
Dirsi “Andiamo fino all’alba”.
Dirsi “Non avevo mai visto così tante stelle”.
E c’è un momento, un momento preciso, nel periodo che corre tra la mezzanotte e le sei del mattino, in cui il tempo si sospende, si ferma: la parole si dilatano, diventano grandi, infinite; la voce risuona pulita d’ogni rumore, l’udito si affina, le frasi rimangono incise sulla pelle.
La sensazione, per un brevissimo istante, che tutti i tasselli siano ordinatamente al loro posto, che lo stomaco non bruci, che la morte sia solo un brutto sogno che facciamo quando il sole è alto.
Se esiste l’immortalità, è sicuramente situata dopo le due e prima delle sei.
L’unica immortalità che potremo mai avere.

O resterai, più semplicemente, dove un attimo vale un altro, senza chiederti “come mai?”

Non posso scrivere sempre della stessa cosa.
Sto cercando di parlare del più e del meno con scarsi risultati.
Sto cercando di non pensare  a quello che vorrei dire per davvero.
Ritengo che la sindrome di Peter Pan sia stata inventata da quelli che, di Peter Pan, non hanno capito un emerito e beneamato.
Ritengo che Peter Pan sia molto più un libro per adulti che per bambini.
Ritengo che sia, in modo velato, una specie di romanzo di formazione.
So di per certo che è autobiografico.
So di per certo che potrebbe sostituire I Promessi Sposi nelle letture scolastiche.
So di per certo che ci sono più informazioni utili nel libro di Lord Barrie che nell’opera del buon Manzoni, che aveva paura della folla, che credeva e aspettava la provvidenza, che, citando Moravia, se ne stava chiuso nel suo castello a guardare il popolino dall’alto.
Credo che Peter Pan sia educativo.
Credo che I Promessi Sposi sia diseducativo.
Credo che Peter Pan insegni cos’è la rinuncia.
Credo che I Promessi Sposi  insegni a rinunciare.
Lord Barrie racconta d’una storia d’amore che viene spezzata dall’impossibilità di poter stare insieme, dall’incompatibilità di due mondi.
Manzoni racconta d’un uomo che s’impegna e fa di tutto per riprendersi la donna amata e lo può fare solo perché la provvidenza è dalla sua parte.
Manzoni ci dice che non siamo parte attiva nella nostra vita, che dobbiamo sempre e comunque rimetterci nelle “mani” d’un volere superiore.
Lord Barrie ci insegna che, a volte, non possiamo tenere con noi nemmeno quello senza il quale non potremmo vivere. Lord Barrie ci dice che dobbiamo vivere anche quando non possiamo vivere.
Che non ci sono “mani” in cui metterci, voleri da rispettare: c’è la realtà, la necessità d’andare avanti anche quando non lo si vorrebbe fare.
E dimenticatevi pure le esternazioni sul Manzoni, leggete solo quelle su Barrie.
E’ quello che conta, alla fine.
Al di là dei venticinque lettori, in fondo, i due sposi di Lecco non se li caga nessuno.

A quella gente consumata nel farsi dar retta, un amore così lungo tu non darglielo in fretta

Non posso scrivere sempre della stessa cosa.
Vorrei riuscire a parlare meglio delle cose che mi interessano.
Parlarvi di Peter senza sembrare saccente, supponente, noioso o logorroico.
Dirvi semplicemente che è un libro atroce, che non è una storia allegra.
Dirvi semplicemente che è la più bella storia che mai potesse essere scritta.
E’ stata l’unica volta in cui la vita è diventata fiaba e nessuno l’ha riconosciuta.
E’ la più grande lezione sulla leggerezza che alcuno potesse impartirci: riconoscere le cose senza dimenticarle, interiorizzarle e soffrirne senza lasciarsi distruggere.
Leggerezza, che dista anni luce dalla superficialità, che troppo spesso viene scambiata per frivolezza.
Ho conosciuto fin troppe persone superficiali convinte d’essere leggere.
Mine vaganti, esseri pericolosi, algoritmi impazziti.
Sarebbe ora di restituire alla leggerezza il proprio significato, così da poter chiamare questi individui col proprio nome.
Vorrei trasmettervi di più, comunicarvi di più.
Dirvi come finisce, quali sono le ultime parole. Quale sia il significato simbolico di quelle ultime parole.
Spiegarvi come mai leggere di Peter prima dei diciotto anni è come bruciare un libro, perdere qualcosa.
Spiegarvi che le lotte coi pirati, le sirene, i giochi non sono le cose importanti.
Spiegarvi perché è un libro tanto allegro, tanto atroce, tanto vero.
Perché, ogni volta, letta l’ultima parola, chiuso il libro nel silenzio della mia stanza, con una sigaretta tra le dita, io piango.
Ma non ci riesco, non sono in grado: Peter va conosciuto di persona.

 

Fabrizio De André “Verranno a chiederti del nostro amore”

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2 thoughts on “Non si è mai troppo vecchi per essere giovani – J. M. Barrie –

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  1. Quest’intreccio Peter Pan – De Andrè è fenomenale e ricco di suggestioni. Sovrapposizioni che si colorano a vicenda, di tinte pregne e sincere, che parlano più di quanto dicano. Bello bello questo post. 🙂

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    1. Grazie per i complimenti, sono contento ti sia piaciuto!
      Per l’idea che ho io di Peter Pan, è venuto automatico, ascoltando la canzone, associarci il discorso.
      Trovo che il libro di Barrie non rientri nella categoria del Romanticismo solo perché è stato pubblicato quando il Romanticismo era passato da un pezzo.
      Però, per temi trattati, penso sia (quasi) il romanzo Romantico per eccellenza.
      Cosa che, peraltro, almeno in Italia è De André: un cantautore Romantico.
      Dove per “Romanticismo” e “Romantico” non intendo l’idea che il buon Moccia ha contribuito a creare.
      Perdono, mi sono dilungato troppo.
      Grazie ancora!

      Mi piace

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