“Then I thank your God that I’m not aware and I thank God that I just don’t care” (L. Reed)

Non riesco a dormire e domani dovrò svegliarmi presto.
Piove, fumo, ascolto musica senza lasciare una canzone per più di due minuti.
Zapping compulsivo dettato dall’impazienza di conoscere cosa ci sarà dopo.
Insonnia.
Mal di stomaco.
L’insieme di tutto quello che non posso dire quando sono troppo incazzato, quando sono troppo ferito e non voglio ferire.
L’insieme di tutte le volte in cui avrei voluto entrare in una gioielleria, con una mazza da baseball, per far cosa, beh, lo potete immaginare.
Avevo un amico che era un patito delle droghe.
L’eroina la chiamava la sua medicina.
Non ho ancora capito se fosse un coglione, se fosse troppo sensibile, se fosse un bambino viziato. Se avessi dovuto stargli più vicino, aiutarlo di più.

L’insieme di tutte le cose che mi fanno incazzare.
Anch’io, devo ammetterlo, sono sempre stato un bimbo curioso.
Ho provato, sarebbe stupido negarlo. Non tutto, solo quello che mi affascinava.
Che, poi, quale fascino ci sia in determinate cose non sono mai riuscito a capirlo.
Il bisogno di distorcere la propria sfera sensoriale da cosa deriva? Perché?
Adesso mi sembra senza senso. Forse.
Non ne ho mai usufruito in gruppo.
Chi vi racconta che le canne servono a socializzare, racconta una stronzata. Le canne per citare la droga più mainstream, più diffusa, più presente nelle piazze e tagliata con polvere di vetro e fumata da ragazzini che non sanno nemmeno quel che fanno.
Non che io fossi il capo dell’auto-documentazione. Però – santi numi – di certo non lo facevo perché non sapevo come divertirmi.
Non ero annoiato, ero curioso. Sono due cose diverse.
Avevo letto William Seward Burroughs, ero andato fuori di testa per “Pasto Nudo”, “La scimmia sulla schiena”, “Nova Express”;  volevo provare, sentire sulla mia pelle quella dis-percezione nitida e razionale, quell’accavallarsi di fantasia e realtà, quella zona mista sospesa tra il sonno e la veglia.
Essere me senza esserlo più. Essere dentro e fuori e tutt’intorno.
Essere per sempre.
Essere mai.

L’insieme di tutte le cose che mi fanno incazzare.
La chiamava la sua medicina.
Non mi sento in grado di poter giudicare, ché al suo posto potevo esserci io.
Non è banale, se si è curiosi.
Affascina, attrae. E se piace è la fine.
Serve una grande forza interiore per non ridursi ad essere schiavi d’una sostanza.
Non è un caso, secondo me, se i tossici sono, in maggior parte, persone deboli, insicure, timorose di tutto. Ché, se avessero ricevuto solo qualche abbraccio in più, magari non sarebbero tossici.
Sì, sono troppo buonista, me lo dicono in tanti.
Però io so che non ho mai bucato la mia pelle perché avevo e ho un sacco di persone intorno, un sacco di abbracci, un sacco di pacche sulle spalle, un sacco di rimproveri. Avevo.
Consolarsi con una sostanza, mandare in vacca la propria vita non può – non lo accetto – essere derubricato come stupidità, immaturità, coglionaggine.
Tutto è scelta e, se qualcuno sceglie di suicidarsi lentamente in questo modo, forse la questione non è sul piano del vizio, ma su quello della mancanza. Non è un capriccio.
Sì, sono buonista. Sto all’estremo opposto.
Non accetto la teoria della selezione naturale. Non riesco a pensare che, se novanta su cento riescono a fronteggiare i propri problemi, allora la colpa è dei dieci che non ce la fanno.
I deboli ci sono sempre e non credo che abbandonarli per strada sia la cosa migliore.
I grandi numeri non funzionano coi problemi che sono propri solo del genere umano.
E penso che l’eccesso di sensibilità sia una cosa che viene troppo spesso ignorata.
Alcune persone sono più fragili, più sensibili d’altre: è colpa loro? Non credo.
E’ una scelta stupida quella di consolarsi con una sostanza letale? Indubbiamente.
Cazzi loro? Proprio no.
Cazzi loro, cazzi miei, cazzi vostri. Cazzi nostri.
A cosa serve vivere in società se non ci si aiuta, se non cerchiamo di comprenderci e sostenerci l’un con l’altro?

L’insieme di tutte le cose che mi fanno incazzare.
Sono contradditorio, credo.
Perché non sono un proibizionista. La droga non è il diavolo.
La droga esiste perché le persone ne hanno bisogno; il problema non sta nella sostanza e nell’utilizzo di essa: il problema sta nelle persone.
Eliminando un tipo di stupefacente, si elimina solo una delle alternative.
Viviamo nell’epoca della psicanalisi, delle psicologia e siamo bravissimi ad indagare i nostri pensieri solo quando ci gira per la testa un cristo amoroso.
Perché le persone sentono questo bisogno di stupefarsi?
Penso che non si elimini la droga eliminando quest’ultima. Sono convinto che la droga verrà eliminata quando si capirà come risolvere quello che i tossici hanno nel cervello.
Al di là dello sballo, del divertimento, del farsi  per noia c’è tutto un mondo, un sottobosco di pensieri e assurdità e bisogni quasi inspiegabili. Di follia, forse. C’è lui che la chiamava la sua medicina.
Che testa di cazzo, tornassi indietro gli spaccherei la faccia.
Sì, l’ho già detto, sono contraddittorio.
Li odio e vorrei aiutarli.
Li odio perché sono stupidi.
Li vorrei aiutare perché è innegabile che ne abbiano bisogno.
La chiamava la sua medicina.

L’insieme di tutte le cose che mi fanno incazzare.

 

The Velvet Underground “Heroin”

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3 thoughts on ““Then I thank your God that I’m not aware and I thank God that I just don’t care” (L. Reed)

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  1. capisco il tuo “incazzo”
    e la penso come te che non è eliminando le droghe che si elimina il problema.
    il problema è dentro.
    dovremmo cercare di trovare il tempo per guardare dentro il nero che abita i “deboli” e forse in quel nero si accenderebbe una piccola lucina e loro avrebbero meno paura.

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      1. non hai idea di come approvi in pieno sta frase.
        è inutile che vogliono menarcela con le storie che la forza bisogna trovarla dentro bla bla …che gli abbracci rendono deboli ….cazzate.
        gli abbracci riscaldano.
        gli abbracci danno forza e coraggio
        gli abbracci ti fanno sentire che ci sei, che esisti.
        e non sono per i bimbi.

        Mi piace

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