Without people you’re nothing (J. Strummer)

Capita quando me te l’aspetti.
Riproduzione casuale, stai per andare a letto e parte un brano dimenticato dal Signore.
Ridi, ruoti sulla tua sedia cigolante.
Accendi una paglia, ti passi una mano sulla faccia, incredulo.
Forse hai gli occhi lucidi.
Sicuramente sei sorpreso.
Capita quando meno te l’aspetti.
Una chitarra liquida, uno dei giri più belli mai scritti, un genio delle sei corde che ha reso grande un gruppo che, lo si vede, senza di lui vale la metà.
Ti passa nel cervello una carrellata d’immagini che è un miracolo se non ti viene un infarto.

Jack Frusciante è uscito dal gruppo.
E la balotta cocogena e inutile e triste come la birra senz’alcool e anarchia sentimentale. La via Codivilla. San Luca. I colli. Aidi. L’adolescenza.

Bigiare a scuola per andare a trovare una ragazza di Genova, conosciuta la settimana prima.
Corso di Porta Venezia e un freddo mai visto, cielo limpido che, più che Milano, sembrava l’oltremondo.
Un sorriso, un caffè, un numero scritto a penna su un tovagliolo.
Via al mare Fabrizio De André e il vento tagliava il viso, la risacca del mare rumoreggiava sui pontili, le barche dondolavano colorate. I suoi occhi, i suoi capelli scompigliati, i suoi baci.

Notte appena iniziata e malsana idea d’andare a far colazione in un bel posto.
Milano-Bologna, finestrini abbassati, sigarette fumate a profusione, silenzio, musica.
Sasso Marconi. Roncobilaccio. Giù dall’altra parte. Multa che a momenti sto ancora pagando per aver lasciato la macchina davanti a Palazzo Pitti.
Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Santa Maria del Fiore.
Il sole che illumina il campanile e loro che sorseggiano il caffè, quasi fosse cognac, quasi fosse indelicato berlo d’un sorso.

 Ballo notturno in Campo De’ Fiori, sotto la statua di Giordano Bruno.
Odore di miele, sciarpa di lana viola e bianca, occhi verdi, mani lisce e timide.
Fianchi sinuosi, passi posati, sincronia perfetta, un valzer che suonava solo nella nostra mente.
Un barbone che ci ha sorriso vedendo quanto potessimo essere imbecilli.

Festa noiosa, due coglioni grossi come mongolfiere. Musi lunghi. Musica di merda.
In quattro in una macchina, davanti al locale.
Accendo la radio, inserisco il cd.
La canna che gira, risate smodate e senza senso.
Tim che inizia a cantare “You’re sellin’ sexism, you’re sellin’ racism…”.
E il festeggiato era seduto sul sedile posteriore.

Corsa in bici sotto la grandine, attraversando la città, nelle orecchie “White man (in Hammersmith Palais)” mandata in repeat, all’infinito, allo sfinimento.
Corsa in bici nemmeno fossi Pantani sull’Alpe D’Huez.
Arrivo, citofono, mi apre lei.
Sono fradicio, incazzato nero. Lei ride, ha le lacrime e le convulsioni per quanto è divertita.
Mi sciolgo in una risata liberatoria. Non era successo niente.

Piazza San Marco alle quattro del mattino. I piccioni che non dormono mai.
Tu che dici cose, usi parole che non ho più sentito da nessuna parte.
Che mi dici “Devi leggere Michel Foucault”.
Non ho ancora finito di leggerlo, ma mi manca un libro per finire la bibliografia.

Ridi, ruoti sulla tua sedia cigolante.
Spegni la sigaretta.
E’ stupefacente, esaltante scoprire che, quando pensi d’aver dimenticato molte cose, in realtà non hai dimenticato nulla.
Che nulla s’è perso, tutto è rimasto. Quant’è vero il fumo che ancora si libra in aria dalla sigaretta che hai mal spento nel posacenere.

 

Red Hot Chili Peppers “Snow (Hey Oh)”

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