I’m the hero of the story – don’t need to be saved (R. Spektor)

Allora, razionalizziamo. Sì, ragioniamoci. Organizziamo.
La luce entrava da destra, passava dalla finestra e diventava solida attraversando la polvere, quasi ci fosse un occhio di bue, fuori, puntato contro la facciata della casa. Un fascio conico che diventava rettangolare a contatto col parquet, listelli di legno scuro con venature che sembravano disegnate a pennarello: ellittiche, concentriche, dalla più piccola alla più grande verso l’esterno.
Il mio occhio destro era premuto sul cuscino, solo il sinistro era aperto.
Dietro il fascio di luce c’era la scrivania, penne sparse sul laminato nero, fogli accartocciati, disegni scartati. Nel porta penne c’era un pennello Mantegna che usciva di buoni tre quarti, punta fine, per rifiniture.
Sul muro, nello spazio tra la scrivania e la mensola, era appeso un acquerello a tecnica mista: pastelli, matite, pennelli. Lo definirei “astratto”, ma solo perché non saprei descriverlo. I colori usati erano rosso, verde, blu e nero: sembrava una costellazione, sembrava la Via Lattea. Sicuramente era qualcosa d’altro.
Il materasso era morbido, accogliente, confortante. Ma forse era più il piumone a contatto con la pelle. Dio, m’è sempre piaciuto svegliarmi avviluppato nel piumone come un bruco, come un baco da seta.
La porta della camera era aperta, intravedevo il divano color crema, il muro vinaccia, il mobile di finto mogano all’ingresso, dove erano accatastati i mazzi di chiavi e dove si posava il portafogli – anche se io non mi sono mai piegato a questa regola – e la colonna gialla dov’era appeso un teschio messicano a tema floreale.
Nell’aria odore di caffè appena fatto, il mio profumo preferito al mattino.
Solo in quel momento, scosso da quella bellissima goduria per l’olfatto, mi sono accorto che avevo addosso i pantaloni. Grazie a Dio niente calzini. Meno male.
Non ricordo se abbia o meno messo la maglietta, sicuramente ho camminato scalzo: ricordo la differenza che ho notato quando sono passato dal legno al cotto. Prima caldo e liscio, poi freddo e ruvido. Anche perché la finestra era rimasta aperta tutta la notte ed era inverno: la casa era una ghiacciaia.
In cucina c’eri tu, seduta sul pianale in laminato blu misto acciaio, che dondolavi i piedi avanti e indietro, sorseggiavi una tazza di caffè e, quando mi hai visto, hai sorriso.
La mia dose era già sul tavolo, fumante. A destra avevi messo la zuccheriera, a sinistra il cucchiaino.
Ricordo perfettamente che mi domandai se ci fosse un motivo, un senso in quel porre le cose a quel modo, o se fosse solamente il risultato casuale d’un’azione casuale.
Non te l’ho mai chiesto, continuo a dimenticarlo.
Il mio bravo pacchetto morbido era accanto ai fornelli, tra due bottiglie di vino vuote, circondato da due bicchieri con il fondo macchiato di rosso.
Mentre accendevo la sigaretta, controllando i bicchieri, risposi al perché mi fossi svegliato coi pantaloni.
Con la sigaretta nella destra, la tazza nella sinistra, sono venuto verso di te e ti ho dato un bacio sulla fronte. Poi ho proseguito verso la finestra, ho scostato la tenda bloccandola sulla maniglia, sono rimasto lì, a guardare fuori, per almeno dieci minuti.
Erano le otto del mattino, il sole, come ogni inverno, iniziava a sorgere in quel momento. C’erano grosse nuvole che si stagliavano contro il cielo azzurro, ammassi di cotone bianchi sopra e rosa sotto. Tutte le facciate delle case erano illuminate, ne si vedevano i colori pieni, i vetri che scintillavano colpiti dalla luce.
Guardavo verso ovest e tutt’ora sono convinto che le migliori albe siano quelle col sole alle spalle. Non so perché, forse mi piace vedere le proiezioni delle ombre che diventano sempre più corte man mano che il sole si alza.
Quando mi sono girato tu eri ancora lì: i piedi si erano fermati, eri leggermente sporta in avanti, la schiena ricurva in una curva leggera e perfetta. Mi guardavi, sorridevi.
Ho posato la mia tazza, ho spento la sigaretta.
Tu hai affermato, serena “Devi andare”.
E io “Sì, mi aspettano”.
“La camicia ce l’hai?”.
“Sì, ho tutto. Poi mi cambio”.
Stavi per dire qualcos’altro, ma sono sicuro che ti sei fermata per non metterti a piangere, per mantenere quell’aria di serenità che, ti giuro, dava un senso di perfezione al tutto.
In camera ho raccolto le scarpe, i calzini, la maglietta e lo zaino. Mi sono ricomposto.
Sulla porta, già aperta di tre quarti, mi sono voltato a guardarti senza riuscire a domandarti nulla.
Mi hai dato un buffetto e hai risposto al mio muto quesito “No, siamo stati bravi. Solo dormito”.
Avrei voluto chiederti se me lo stessi dicendo solo per farmi stare tranquillo.
Mi hai preceduto “Giuro, solo dormito. Non mi sarei disturbata di rimetterti i pantaloni, ti pare?”.
Ho sorriso, ti ho baciato forte sulla fronte, ti ho abbracciato, ti ho stretto con tutta la tenerezza che abbia mai potuto avere.
Ero già a metà della prima rampa di scale, quando mi hai chiamato.
Mi sono voltato, mi hai detto “Guardalo sempre a colori, il mondo. Sei troppo brillante per iniziare a vederlo in bianco e nero”.
Non sono riuscito a dire nulla. Avrei voluto scrivere quella frase su ogni muro di questa città putrida.
Non sono riuscito a dire nulla. Ho annuito con la testa, ho fissato i tuoi occhi per trenta lunghissimi secondi, ho continuato a scendere le scale.
La camicia nera l’ho messa dopo, in macchina, prima d’entrare in chiesa. Non volevo legare casa tua a una cosa così triste, volevo uscire da lì conciato come una normale persona che va in un luogo normale.
Ripensavo al fascio di luce, all’odore di caffè, alle tue gambe dondolanti. Al modo che hai di sorridermi.
E, mentre portavo la bara, ho cercato di vedere il mondo a colori. L’ho visto a colori.
E mi ha salvato la vita, in un certo senso.
Mi hai salvato la vita.

 

 

Regina Spektor “Hero”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

WordPress.com.

Su ↑

A Place For My Head

La vita è una commedia per coloro che pensano e una tragedia per coloro che sentono.

Giuda is Carioca

A buon intenditore / poche storie

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

#See What I See

"Nessuno è te. questo è il tuo potere" E questa sono io.

Topper Harley

Uno, nessuno e ventitrè

Mela Kiwi Limone

piccole pillole quotidiane

Karashò

Autori Artigiani dal 2016

Day Off Londra

pensieri,parole,opere,omissioni di un cervello in fuga..

m3mango

Se vieni, è il miglior apprezzamento.

Mamma for dummies

...quelle che se arriva sera ed è ancora vivo è già un successo!

Novelle Ignoranti

Giornalismo, politica, musica, arte, letteratura, storia, cinematografia, varie ed eventuali.

Ed Felson

Scusate, richiamo dopo.

UN PESCO IN FORNO

Appunti di controcultura queer & femminista

Travelling With Earphones

Listening to music makes your life better

gatt(A) randagi(A)

(non tutte le streghe sono state bruciate!)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: