Noioso ed illeggibile – Rovinato dalle letture sbagliate

Lucien-Carr-Jack-Kerouac-Allen-Ginsberg-e-William-Burroughs

In principio fu l’ordine.
Si ramificarono, da questo tedioso padre, quattro figli: tradizione, conformismo, metrica, imitazione.
Ci furono gli aedi, Omero e i poemi epici, le tragedie di Eschilo, Euripide, Sofocle.
Arrivò, poi, Virgilio, arrivò l’Eneide, il Grande Capolavoro scritto sullo stesso schema di Iliade e Odissea; sullo stesso schema per non dire “identico a”.
A scuola ci hanno insegnato che era normale, perché – ricordate il quarto figlio dell’ordine? – l’imitazione corrispondeva al canone.
Canone: il cugino bastardo di figli nati da un errore di concepimento.
A scuola ci fanno leggere Dante, Tasso, Ariosto. La Letteratura, quella con la “L” gigante.
I pochi fortunati hanno potuto leggere “Il Morgante” di Luigi Pulci, un’opera intensa, un capolavoro di comicità e derisione che ridicolizza, sbeffeggia, distrugge il poema cavalleresco e i cavalieri e le armature.
Dicevo, la letteratura con la Big L.
Ci ammorbano con le Rime, con l’ordine, con i settenari e gli esametri e gli endecasillabi.
E giù di Carducci e Leopardi e Pascoli e sonetti e Petrarca e Ignazio Marino e il suo maledetto “La Lira”.
Com’è che scrive il Dante? Galeotto fu il libro…
Galeotta è “La Lira” del Marino.
Poi si arriva al Manzoni e, quindi, “I Promessi Sposi” e la questione della lingua e i conciliaboli con l’Accademia della Crusca e il giansenismo. Nessuna parola sulle tragedie, “L’Adelchi” e “Il conte di Carmagnola” che passano inosservati. Alcuni, forse, ne hanno letto i cori, ma solo dell’Adelchi ché il Carmagnola non ci piace ai professori.
Ovviamente – e dico ovviamente – tutta la Letteratura a scuola è vista in ottica italiana, patria della cultura e paese detentore del maggior numero di beni culturali nel mondo.
Chissenefrega, quindi, dei vari crack che hanno popolato il mondo letterario!
Esempi? Esempi.
Francia, sul finire del XIX secolo, Paul Verlaine pubblica “Les Poètes Maudits”.
Sicuramente, aggiungo, è molto più interessante leggere le operette morali del Leopardi che ci racconta di un Islandese immerso nella natura che, alla fine, viene mangiato da una belva feroce. Perché, come ci racconta zio Giacomo, la natura è cattiva e osare è pericoloso.
A chi importa se, sempre nello stesso periodo, uno scrittore americano pubblicava “Walden, ovvero Vita nei Boschi”? A chi importa di Henry David Thoreau? Sicuramente non alle accademie italiane.
Cresciamo, durante tutto il periodo scolastico, con la convinzione che una poesia debba, per forza, essere in rima e che il potenziale poeta debba, ogni santa volta, contare le sillabe per rinchiudere a forza i concetti in una gabbia fatta di finzione e falsità.
Non ci dicono, ci lasciano all’oscuro del fatto che uno dei più grandi poeti mai esistiti, Walt Whitman, scrivesse splendide poesie senza usare la rima, la metrica.
E vogliamo parlare de “L’Ulisse” di James Joyce? Ce n’è davvero bisogno? Quello è il punto di rottura, la crepa, la separazione tra il futuro e il passato.
Ovviamente, ripeto, a noi viene proposto lo Zeno di Svevo. E viene pure spacciato come un libro psicanalitico. Sì, andatevi a recuperare il flusso di coscienza  di Molly Bloom contenuto ne “L’Ulisse” e, poi, ne riparliamo. E, tra l’altro, se Svevo non avesse incontrato Joyce a Trieste, se non gli avesse rubato tre o quattro idee geniali, noi oggi nemmeno sapremmo chi sia questo Zeno Cosini.
Il problema di Joyce è che non rispetta le regole della grammatica, non virgoletta i dialoghi, non mette i punti, usa gli incisi al posto delle sospensioni. Scrive sgrammaticato, mio Dio!
A cosa serve, dico e mi chiedo, fare solo i letterati italiani, quando il mondo è pieno di cose più innovative e più interessanti? Per tutti i cinque anni passati al liceo – e vaffanculo il Liceo Classico e la Cultura, che se la tengano! – non ho fatto altro che vedere il progresso passare dalla finestra mentre ci costringevano a rimanere legati alla tradizione.
E l’Università, questo magnifico catalizzatore di Kultura e menti brillanti, non è troppo diversa: la prima lezione di Letteratura fu su Dante. Dante. Dante. Dopo cinque anni, ancora lui. Mi ricordo che pensai “Cazzo, quante volte devo leggere il VI canto del Paradiso prima di morire?”.
Voglio dire: a cosa serve un organo che dovrebbe produrre cultura se marcisce su se stesso? C’è uno scrittore contemporaneo, Cormac McCarthy, che è un genio e in anni, anni, non ho trovato un solo corso che parlasse di lui. Non so se riesco a farmi capire, ma “La trilogia della frontiera” di zio Cormac è qualcosa di geniale. Lui, in poche parole, ha preso la grammatica e l’ha stuprata, l’ha riscritta, l’ha ristabilita. Da zero. I suoi dialoghi sono qualcosa di incredibile, inimmaginabile. Le immagini crude che evoca, la durezza con la quale ti picchia sul muso le frasi è qualcosa di talmente bello da lasciare commossi.
E io mi sono dovuto sorbire un corso di approfondimento su Emilio De Marchi e sul suo “Demetrio Pianelli”.
Ma chi caaaaaaazzo è Emilio De Marchi? Cos’ha dato di nuovo alla Letteratura?
Ma sant’iddio e Carlo Emilio Gadda? Dimenticato? Lui no, lui troppo avanti, troppo diverso dal canone.
Siamo consapevolmente ignoranti: così concentrati sulle cose nostre da non capire che, per creare cultura, per produrre innovazione, gli innovatori vanno seguiti. E che importa se non sono ancora morti da cent’anni? Che importa se sono vivi e vegeti, continuando a progredire, mentre noi rimaniamo fermi?
Come può un giovane e rampante e aspirante scrittore produrre qualcosa di innovativo se, tutto ciò che ha letto in ambito accademico, tutto ciò che ha analizzato e studiato durante la sua crescita formativa non è altro che un inno alla tradizione, alla prudenza, al restare nel conforme?
Il bello stile, mio Dio.
La retorica, le perifrasi, le rifiniture estetiche! A cosa servono se il contenuto è paragonabile a un sacchetto svuotato del suo ripieno?
A cosa serve saper scrivere come Baricco se, poi, come Baricco non arrivi a dire assolutamente nulla, a parte una sequela di stronzate sul G8 ed editare una versione parafrasata de “L’Iliade” omerica che, diciamolo, Omero avrebbe tanto voluto resuscitare per bruciarla?
Perché non ci fanno fare la beat generation e la destrutturazione della parola?
Perché non ci fanno studiare le neo-avanguardie, Sanguinetti e compagnia bella?
Il gruppo 63, per Dio! La cosa più bella che l’Italia abbia avuto nel XX secolo.
Ci fanno credere che distruggere non sia corretto, che è da pazzi. Ci fanno credere che bisogna conservare, mantenere, rimanere legati al passato. Ci costringono, ci inducono a guardarci costantemente indietro di duecento anni.
Il mio professore di lettere diceva che Whitman non era paragonabile a Leopardi, che i poeti maledetti sono stati un caso sporadico, che “L’Ulisse” di Joyce è un unicum.
Certo, ma perché nessuno ha raccolto la loro esortazione.
Il mio professore diceva  che la beat generation era composta da alcolizzati, drogati e fuori di testa.
Vero, ma Jack Kerouac viene ancora letto a distanza di sessant’anni, mentre Svevo e De Marchi, fuori da scuola, non è che siano così popolari.
William Burroughs, tossico cronico, ha preso tutte quelle che erano le regole letterarie e ci ha fatto un bel paté di non me frega un cazzo, scrivendo solo capolavori, cose che non si sono mai più lette.
In un singolo verso di Allen Ginsberg è contenuta più realtà, è racchiusa più vita che in tutte le miriadi di parole che bisogna leggersi tra Liceo e Università.

In principio c’erano l’ordine, i suoi quattro figli mal concepiti e il loro cugino bastardo.
Quest’ordine vogliono continuare a mantenerlo, continuano a difenderlo, a proteggerlo, come se vivessimo nel 1940 da settantaquattro anni.
Quest’ordine è vecchio, è stanco, è putrido e ne si sente la puzza in ogni aula di questo paese collassato su se stesso. Quest’ordine io lo voglio uccidere.
Le parole sono troppo belle per essere costrette in canoni e tradizioni e usanze e conformità.
Le parole devono volare, devo librarsi, prendere fuoco, incendiare le persone.
Parole infuocate, contenuto rovente.
E’ ora di riempire il vuoto che la rima e la metrica hanno creato. Il grande nulla che anni di romanzi formativi e scontati hanno lasciato nelle nostre teste.
Terroristi della parola, scrittori scadenti, poeti falliti venite alla corte del miracolo moderno!
Nel castello della destrutturazione, della forma scarna e del pieno contenuto.
Nella fortezza dello svago finalizzato a diffondere cultura, come fosse un cancro, un tumore inestirpabile.
Espandiamoci a macchia d’olio, allarghiamoci a dismisura, contagiamoci a vicenda.
Amiamoci, trombiamoci, infuochiamo e distruggiamo e, alla fine, ricostruiamo.
In un tripudio apocalittico di creazione entusiasta fondiamo un nuovo inizio, riscriviamo le regole, ammazziamo la tradizione.
Contagiamoci a vicenda.
Contagiamoci a vicenda.
Contagiamoci a vicenda.
Il contenuto è morto, viva il contenuto!

 

 

The Libertines “Don’t look back into the sun”

 

 

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6 thoughts on “Noioso ed illeggibile – Rovinato dalle letture sbagliate

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  1. gruppo 63???…..è vero che non mi banni visto che non so chi siano???
    prometto di informarmi però!

    bellissimo post.
    ed ecco perchè si legge poco.
    ci traumatizzano.

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      1. Wikipedia già consultata ieri!! 😉
        E per i consigli di lettura puoi…anzi devi!
        Sto cercando di trovare uno spazietto nella 24 ore da dedicare alla lettura!

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      2. Wiki già consultato ieri! 😉
        ..non puoi…ma devi consigliarmi, voglio risvegliare i neuroni assopiti. Leggerò anche la poesia

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  2. Giusto evolvere ed esplorare; ma mai diseredare il passato: senza di esso non esisterebbe il presente. C’è stato un tempo in cui anche lui era novità.
    Altra cosa è quando il vecchio diventa lo scudo al quale si ancorano le vecchie generazioni o le corporazioni, per non perdere il potere, di qualsiasi natura esso sia. Il fenomento, probabilmente è anche nel mondo intellettuale e letterario. Nella pratica si riscontra in politica e in tanti settori, anche la FGCI (vedi esito mondiali di calcio).

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    1. Non è tanto diseredare il passato, ché, comunque, io stesso se non conoscessi tutto quello che è venuto prima, non potrei dire quel che dico.
      Però manca “coraggio”, potrei dire quasi “intelligenza” o “lungimiranza”. C’è questa “paura” di tutto ciò che è nuovo, radicalmente nuovo, e che porta rotture e stravolgimenti nell’usanza che, personalmente, mi irrita.
      Il panorama letterario italiano non dico sia pessimo, però non ho mai capito perché non si possa insegnare a scuola un autore anche se italiano non è. Voglio dire, che importa di che nazionalità è, se è un genio “assoluto”?
      Non la penso come i futuristi, che volevano bruciare i musei.
      Però, in ogni caso, dico che serve conoscere Dante per poter prendere gli schemi della sua metrica e scomporli, distruggerli, riutilizzarli per costruire altro. Andare oltre, che non è sminuirlo o dire che è inutile. E’ andare oltre, partendo da quello che ha fatto lui.
      La beat generation (Kerouac, Ginsberg, Burroughs) è nata così: ragazzi di vent’anni o poco più che si erano stancati di leggere sempre le stesse cose, scrivere sempre nello stesso modo, trattare sempre gli stessi argomenti. Hanno avuto coraggio, sono andati oltre. E’ questo che manca, come dici, anche in tanti altri ambiti in questo paese.
      Qui si guarda solo indietro. Basti pensare all’ultima riforma scolastica, dove hanno reinserito le materie a settembre. Una roba che non si vedeva da vent’anni. Perché sempre indietro, mai avanti? E’ innervosente.

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