Thunder Road, take it all and throw it all away (B. Springsteen)

Rigurgitare pensieri non fa bene alla salute.
L’insonnia, maledetta lei, ancor meno.

Non so perché non riesca a dormire, non so perché io abbia paura del buio.
No, evito di prendermi in giro: lo so benissimo, ma ignoro la questione e, più la ignoro, più il mostro diventa feroce.

Sì, alla grande: procediamo con la sagra dei pensieri sconnessi, separati da un ampio interlinea. Continenti divisi da un mare vuoto, che dovrebbe essere pieno di parole. Almeno nella teoria.
Sgrammaticare, a volte vorrei sgrammaticare tutto. Si perde per strada il concetto quando si presta attenzione a dove mettere le virgole, a come comporre le frasi, quando andare o non andare a capo.
Per non parlare della revisione, della rilettura: ogni volta che si corregge qualcosa, si ammazza una parte di quel pensiero. La si trucida. La letteratura è piena di stragi di pensieri.
Lo stile, bella cosa lo stile!
Ma come la sincerità d’un pensiero vomitato sul foglio e lasciato lì così com’era nato, come quella sincerità credo non ci sia nulla. E lo si nota. Lo si nota leggendo “Pasto Nudo” o “Sulla Strada”.
Sono scuole di pensiero, certo.
Io, così come non credo troppo nell’autocontrollo e nella moderazione, nella stessa maniera non credo nella revisione e nella ricerca della perfezione. Siamo imperfetti per natura e partorire qualcosa privo d’impurità non mitigherà certo la nostra incompletezza.
Preferisco un bellissimo pensiero scritto non troppo bene a uno stupendo esercizio di stile che, una volta finito di leggere, non mi lascia nulla se non la voglia di farmi una doccia, sciacquarmi la faccia. Levarmi di dosso quel senso di sporco dovuto alla consapevolezza d’aver buttato del tempo prezioso.
La penso come Jorge Luis Borges: non esiste, non c’è, in una vita, abbastanza spazio per leggere tutti i libri che ci capiteranno sottomano; di conseguenza, è meglio interrompere le letture noiose per passare oltre, al prossimo libro, alla prossima lettura.
Se mi fossi incaponito con Henry James, ad esempio, non sarei mai arrivato a London, a Conrad, a Henry David Thoreau. Non sarei mai arrivato a Whitman. Non sarei arrivato a Borges e ora non starei dicendo queste cose.
 Passata la metà di un libro è opportuno decidere se proseguire o interrompere la lettura.

Fanculo. Quante cazzate che dico pur di non trascrivere le immagini.

Me lo disse Marta a che ora avresti preso il treno.
Io non ero venuto a salutarti, ero venuto a fermarti. Non ero d’accordo, la reputavo una scelta stupida.
Non sbagliata, semplicemente stupida.
Era sereno, il cielo era limpido come solo d’inverno può essere. Terso. Non c’era una nuvola.
Io avevo addosso il Parka verde, i miei jeans lisi e vecchi, le mie scarpe consumate.
Non le ho ancora buttate, ormai sono quasi dieci anni che cammino in quelle scarpe. Non mi hanno mai tradito.
Partivi dal binario tredici. Ti ho chiamato da lontano. Ti sei voltato. Hai sorriso.
Come se nulla fosse, come se fosse normale, come se fosse un gioco.
Ricordo che avevo in mente un sacco di cose da dirti per convincerti a rimanere, a non prendere quel treno, a non andare. Ricordo che ero determinato a non farti mettere il piede sul predellino.
Però. Però quando ti ho guardato negli occhi, quando ti sono arrivato vicino, quando mi hai dato la tua solita e cazzuta pacca sulla spalla, la spalla destra, non sono riuscito a dirti nulla.
Marta stava già piangendo. Non so cosa vi siate detti, sono arrivato quando avevate già finito di parlare.
Ricordo le lacrime che uscivano continue dai suoi occhi chiari, scivolavano sulle guance, arrivavano fino al mento e poi cadevano a terra schiantandosi al suolo. Se ripenso a quelle gocce che precipitavano a terra, giurerei producessero un boato immane, un fragore tanto forte da farti sentire il vuoto nel petto.
Delle bombe, non delle lacrime.
Quando il capotreno ha fischiato tu, luminoso come sempre, hai allargato le braccia come a dire “E’ ora”.
Sembrava che il tempo si fosse fermato. Saranno stati al massimo due secondi, m’è sembrata una vita e mezzo. Ci siamo fissati, abbiamo piantato gli occhi l’uno nell’altro. I tuoi marroni contro i miei verdi.
Marta guardava per terra. Marta non era lì con noi. Marta era una statua di pietra.
Una volta salito sul treno non ti sei più voltato, non ti sei affacciato al finestrino come fanno nei film. Chissà se hai abbandonato quell’aria serena per scioglierti, pure tu, in un pianto a dirotto. Chissà se hai perso quell’aria da infallibile e ti sei chiesto, anche solo per un istante, se non stessi facendo una stronzata. Chissà.
Mentre il treno si allontanava, Marta si è aggrappata al mio braccio sinistro. E più i vagoni prendevano velocità, più lei stringeva. Più tu svanivi, più lei piangeva. Ho tenuto il livido una settimana.
Che, poi, Parigi. Ma che cazzo ci sei andato a fare a Parigi?
Lei non l’ho più rivista, dopo quel giorno. Probabilmente per dimenticarti – testa di cazzo – ha deciso di tagliare di netto con tutto quello che le ricordava te.
Parigi.
Presumo ti sia piaciuta, dal momento che non sei più tornato indietro.
Non che ti abbia aspettato, del resto: il tuo non tornare mai sui tuoi passi è qualcosa che ha fatto scuola, da queste parti.
E non mi sento abbandonato, non ce l’ho con te.
Però, brutto stronzo, una cartolina una volta arrivato, quella sì, la potevi anche mandare.

 

 

Bruce Springsteen “The River”

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2 thoughts on “Thunder Road, take it all and throw it all away (B. Springsteen)

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    1. Ogni tanto sì.
      In questo periodo si stanno facendo gli straordinari, però 🙂

      Se posso consigliarti una bellissima poesia di Whitman, ti direi di leggere “Quando indago la gloria conseguita”.

      Mi piace

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