La terrorista e il giovane letterato

Pioveva come oggi, pioveva a dirotto, incessantemente. Talmente tanta acqua che, a un certo punto, iniziai a pensare che la leggenda di Noè non fosse solo una leggenda.
Le gocce, grosse e pesanti, bombardavano il tetto in lamiera della macchina, il clic-clac delle quattro frecce riempiva il silenzio dell’abitacolo, i vetri appannati impedivano di vedere cosa accadesse fuori. Si notavano solamente gli ombrelli colorati dei passanti, quegli stupidi ripari portatili che, alla fine, servono solo a bagnarsi di più. Ho sempre pensato che gli ombrelli siano solamente un placebo e più cresco, più me ne convinco. L’unica cosa per la quale vengono buoni è cavare gli occhi ai cristi come me.
State attenti, per Dio! Potreste far male a qualcuno.
Comunque, pioveva. Io non sapevo che dire, tu guardavi il cruscotto e giocavi con l’anello nero che portavi all’indice. Lo sfilavi, lo infilavi, lo rigiravi. E’ odioso doversi salutare, è sempre difficile e a volte diviene praticamente impossibile.
“Posso stare altri cinque minuti?” mi hai chiesto all’improvviso.
Mi guardavi, sorridevi. Sapevi.
Io ho fatto di meglio, o di peggio: ho messo in moto, ho tolto l’hazard, ho iniziato a guidare.

Quando siamo arrivati al mare, la pioggia era solo un ricordo. Era quasi l’alba. Era quasi finita la notte.
E alla radio, che in genere passa solo musica inutile, musica mai adatta al momento, musica innervosente, è partita una vecchia canzone, una canzone che mio padre mi faceva ascoltare quando avevo cinque anni. La canzone che mi ha fatto capire perché i Backstreet Boys non fossero degni d’attenzione.
Slowhand ha iniziato a pizzicare le corde della sua Gibson Les Paul, il sole stava iniziando ad alzarsi e ci picchiava in faccia, pungeva gli occhi, illuminava i tuoi capelli. Un colore che nemmeno saprei descrivere.
Il parcheggio era vuoto, deserto, non c’era anima viva.
Ho alzato il volume, ho aperto la portiera.
Ti ho esortato “Concedimi questo ballo”.
Ondeggiavamo lentamente a destra e a sinistra, dalla macchina Clapton cantava “Wonderful Tonight”.
Dovevi restare altri cinque minuti, siamo arrivati in fondo alla notte.
Del resto ci eravamo conosciuti nello stesso modo, una delle poche volte che io ho frequentato il collettivo universitario: avevi detto “In cinque minuti ti spiego perché dovresti essere vegetariano anche tu”.
Inutile dire come quella conversazione, quel litigio non sia mai terminato.
Come quando io, scherzando, invocavo il tribunale del popolo e tu mi fulminavi con lo sguardo.
Come quando mi facevi le prediche in pubblico perché “Non è possibile che tu riesca, costantemente, ad essere così politicamente scorretto”.
Che ridere: alla fine l’aspirante terrorista è rimasto qui e la donna delle istituzioni s’è imbarcata con Greenpeace. Alla fine l’aspirante terrorista non era così terrorista come si potesse pensare.
E chissà se, sulla nave, una volta doppiato Buona Speranza, hai capito quella frase di Kibalcic che hai sempre reputato una stronzata.
Chissà se hai capito di cosa parlava Viktor Serge, quando scriveva che  “Sin dall’infanzia, mi sembra di avere sempre avuto, abbastanza netto, il doppio sentimento che doveva dominarmi durante tutta la prima parte della mia vita: quello cioè di vivere in un mondo senza evasione possibile, dove non restava che battersi per una evasione impossibile”.
Ma quella mattina tutto questo non esisteva. Quella mattina Eric Slowhand Clapton cantava la sua canzone e noi ballavamo come due imbecilli, in un parcheggio vuoto, col rumore delle onde in sottofondo.
Quella mattina era il tuo ultimo giorno da persona normale, da persona comune. L’ultima che avremmo passato insieme, come due amici, come due bastian contrari che si incontrano per caso e decidono di sostenersi momentaneamente a vicenda per una breve parte del viaggio.
Viaggio che, sono sicuro, è proseguito in modo egregio.
E – cazzo sì – “Oh my darling, you were wonderful that night”.

 

 

Eric Clapton “Wonderful Tonight”

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