You keep me under your spell

Domani dovrò svegliarmi alle sette.
Tra cinque ore dovrò alzarmi e sono qui a chiedermi come sia possibile che, ancora, non abbia imparato a tornare a casa presto la sera.
Dovrò caricarmi in spalla i due borsoni pesanti come la morte, uscire di casa e prendere tre treni diversi.
Tre treni. Non ho dovuto cambiare così tante volte nemmeno quando sono andato a Stoccarda.

Un mese a vivere nei boschi come Thoreau, a indagare quel “Walden” che tanto mi stregò quando avevo diciassette anni. Mi spiacerà non poter scrivere le mie stronzate qui sopra.
Da quando mi sono rimesso a scrivere – e per tantissimo tempo non l’ho fatto – è come se non riuscissi più a fermarmi: così tante cose da raccontare, così poco tempo per farlo.
Due anni senza scrivere una parola. Niente di niente. Nemmeno una sillaba. Sembra pazzesco per uno così prolisso. Eppure è successo.
Per tanto tempo sono stato senza voglia di dire nulla a chicchessia.
Ancora adesso non è che creda molto nelle parole, perché sono menzognere, fallaci, false. Fugaci.
Però sono convinto che, al contempo, possano servire a qualcosa.
A sfogarsi, quantomeno. Ad annoiare le persone, sicuramente.
E, poi, la mia storia personale è maledettamente legata a queste ultime.
Sono fatto di parole. Ne ho buttate via tante, molto spesso con persone che non ne erano nemmeno degne.
Sì, sono consapevole che questa mia non abbia un filo logico. Pazienza. Non è che si può sempre star qui a fare i precisi. E poi la sintassi mi sta tremendamente sui coglioni: tutto il tempo che si passa a cercare un modo per dire qualcosa nella miglior forma è tempo perso: nel frattempo l’essenza di quel che si ha in testa si perde, si mitiga, si depotenzia. Non è che tifi per lo sgrammaticato però, santi numi, non vedo nulla di sbagliato nello scrivere o parlare seguendo esattamente quello che si ha in testa. E non credo nella rilettura, non ci crederò mai: quando dico qualcosa a voce non è che ho il tempo di rivedere quel che pronuncio. Le correzioni sono false. Sono bugie.
Fanculo la forma. Viva il contenuto.

Sì, esagerato. Ma d’altronde non sono uno cui piace la moderazione. Non ci riesco.
Se fossi moderato, starei mentendo a me stesso, oltre che al resto del mondo.

Ci sono cose in grado di tenerti sveglio la notte. Cose che ti privano del sonno. Che ti fanno svegliare stanco anche quando dormi.
La rabbia, ad esempio.
L’innata capacità di non sapersi perdonare, per fare un altro esempio.
La semplice passione che provo per la notte.
Una volta una persona mi rinfacciò che “Tu vivi solo per lo straordinario, tutto quello che è ordinario non ti interessa”. Giuro che non riesco a vederci nulla di male, niente di negativo nel vivere per lo straordinario, come mi è stato detto.
Voglio dire, ho una vita sola e di certo non voglio rinunciare a un’alba perché il giorno dopo devo alzarmi presto.
Non reputo la crescita, non ritengo la maturazione qualcosa di simile al viale delle rinunce: rifiuto l’idea che diventare adulti sia saper dire di no.
Si può far tutto, per Dio. Fare le sei del mattino e presentarmi dovunque io debba andare, distrutto, la mattina dopo non fa di me una persona immatura. Probabilmente una persona che non vedrà i sessanta, quello sì. Ma non mi reputo immaturo perché sono capace di fare seicento chilometri in una notte solo perché voglio vedere l’alba da Piazzale Michelangelo.
E i miei detrattori, annoiati e riposati nei loro letti mentre io guido, potranno dirmi qualunque cosa: non cambierò mai idea su questo.
Ci vuole così poco, peraltro, a rendere straordinario l’ordinario.
Poi forse sono veramente immaturo e io e il mondo andiamo davvero a due velocità diverse – lui sicuramente è più veloce –.
Forse mi sto sbagliando e quelli che sanno dire di no vivono meglio di me.
Però io non ci riesco: se ho un’idea in testa, che sia una cazzata o una buona idea, devo provare a farla. Sennò non ci dormo.
 Sono curioso, sono un bimbo curioso che chiede ancora “Perché?” per tutto e fa i capricci quando non ha una risposta. Non riesco ad arrendermi. Ad annuire stanco e pronunciare una frase trita e ritrita su un qualunque luogo comune.
La saggezza, la sapienza, l’esperienza non le voglio. Non vorrò mai saper dare un buon consiglio, non vorrò mai saper suggerire la cosa giusta. Mi stanno sul cazzo gli espertoni.
A me piacciono i difetti miei e degli altri. Ché sono quelli a rendere una persona interessante o banale, sono quelli che fanno la differenza. Tra apollineo e dionisiaco, scelgo sempre il dionisiaco.
I miei luoghi oscuri, i tuoi luoghi oscuri, i suoi, i loro luoghi oscuri: queste sono le cose che mi interessano.

Non so nemmeno dove sto finendo. Volevo scrivere di tutt’altro e, come ogni volta, i pensieri hanno preso il sopravvento sulle dita. La metà delle volte che scrivo qualcosa, poi, non mi ricordo nemmeno che cosa abbia scritto. E’ una specie di atto inconsapevole, come se stessi vomitando sul foglio. Come se non avessi un controllo, un filtro, un limite. Probabilmente quando scrivo è l’unico momento in cui sono totalmente sincero. Fosse così, sarebbe una fregatura un po’ per tutti.
Un mese. Un mese nel nulla.
Mi spiacerà non poter scrivere qui sopra.

Se riapparirò prima del tempo, vorrà dire che ci siamo tirati dietro i piatti, io e lei, e io ho ripreso i miei borsoni pesanti come la morte e sono tornato indietro.
In questa città dal cielo di piombo, che vorrebbe essere una metropoli ma in realtà è un paesino, che è fredda, brutta, grigia e triste e che mi piace al punto che, certi giorni, non vorrei andarmene mai.
Perché in questi vicoli putridi, se si presta attenzione, si entra in contatto con la vita.
Buone vacanze a tutti.
Ballate, ballate, ballate.
E non rinunciate mai a vedere un’alba, per nessuna cosa al mondo.
Sempre vostro.

 

 

Desire “Under your spell”

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