I titoli servono a non far leggere gli articoli

Welcome back, welcome back, welcome back!

In modo veloce che non ho tempo.
Prima cosa: un mese senza internet, senza leggere giornali, senza notizie e, una volta ritornato, scopro che non è successo assolutamente nulla.
Delle persone si tirano secchiate d’acqua gelata per nobili cause.
La Russia e l’Ucraina son sempre lì a rompersi i maroni, gli Stati Uniti stanno ponderando se unirsi alla rissa.
Gli uomini in verde della Lega gridano all’invasione infettiva e vaccinano i propri bimbi, in via preventiva, contro: TBC, Ebola, Gonorrea, Sifilide, Raffreddore Comune, SARS, Vaiolo, Febbre Gialla.
Renzi mangia i gelati.
Come buona tradizione, ormai dal 1861 ad oggi, si parla di riforma della scuola.
Bloccheranno un’altra volta gli stipendi, ché, non si sa mai, potrebbero scappare dai domiciliari.
Ovviamente riformeranno anche le pensioni, così potremo liberarci da questo fardello e convivere, finalmente e una volta per tutte, con la consapevolezza che dovremo lavorare fino al giorno della nostra morte.
Alla presidenza della federcalcio è stato eletto uno che parla di gente che mangia le banane.
Ah, come poteva mancare la nuova minaccia del terrorismo islamico?

Seconda cosa: la seconda cosa non me la ricordo più.
E anche la prima non è che sia granché.
Son qui che faccio il vecchio trombone che si lamenta di tutto, che non è mai contento, che ne ha sempre da dire una.
Non ho mai capito cosa spinga la gente a scrivere su facebook qualunque cazzata combini.
Dico questo perché oggi, dopo un mese, ho effettuato nuovamente l’accesso e sono rimasto scandalizzato.
Non mi ero mai accorto – ma proprio mai, mai, mai – di quanto le persone abbiano questo bisogno di credere, far credere che la propria vita sia fantastica. Ma proprio la più bella, la più incredibile.
Che senso ha? Perché questa competizione tra poveri, questa spettacolarizzazione dell’ordinario che, alla fine, serve solo a non saper più riconoscere cosa è davvero (ex)stra-ordinario?
E’ tutto pareggiato verso l’alto, o schiacciato verso il basso: da quando sono sparite le mezze stagioni, non ci sono più nemmeno le vie di mezzo.
E non capirò mai questo bisogno di assoluto in un mondo che è relativo. Questa necessità di avere delle certezze, delle conferme costanti, dei punti di riferimento.
Sto scrivendo di merda, abbiate pietà di me.
Forse non ho più voglia di provare a comprendere quel che non capisco. Forse non ho più voglia d’assumere punti di vista che ritengo stupidi, o quantomeno controproducenti.
L’assoluto. L’assoluto un giorno o l’altro ve lo brucio!
Questo spasmodico bisogno di credere in qualcosa, giuro, non riesco a farlo mio.
Probabilmente sono disilluso e cinico, però non provo la necessità di sapere e credere che resterò con una persona per il resto della mia vita. Mi basta sapere che ci starò oggi, al limite domani.
Non provo nemmeno la necessità d’avere un’idea ferrea e non cambiarla mai. A parte questa, chiaro.
Poi, certo, anch’io ogni tanto mi chiedo cosa succederà nel futuro, mi chiedo quanto dureranno le mie relazioni, la mia vita. Soprattutto la mia vita, diciamo che egoisticamente è la cosa che mi preme di più.
Più che il Breil, non toglietemi la vita.
Ho paura di morire, ma penso sia una paura che provano tutti.
Paura del vuoto, del buio assoluto, paura di non esistere più. Paura della paura stessa.
Non voglio, o meglio non vorrei, morire mai, cazzo.
Mi toccherà lo stesso. E’ l’unico assoluto che, per davvero, accompagna la vita di ogni persona.
Madama morte, maledetta lei.
Sto scrivendo sempre più di merda e, se volete, potete linciarmi.
Chiuderò qui. Lascerò sospeso tutto, senza una fine, senza una conclusione.
La verità è che avevo in mente tutta un’altra cosa ma ho preferito lasciar perdere.
Non sono più bravo, sempre che mai lo sia stato, con le parole.

Sono le sei e un quarto del mattino, forse vado a letto.
E, comunque, ritornare a  Milano m’è servito solo a ricordarmi quanto sia una città di merda.
Capitale della moda di sto par di palle. Che una colata di lava se la porti.
E con questo ho finito.
Domani, magari, riuscirò a scrivere qualcosa di più intelligente e meno adolescenziale.
Grazie per la pazienza, il passaggio, il tempo perso.
Buon giorno a tutti.

 

College “Teenage Color”

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11 thoughts on “I titoli servono a non far leggere gli articoli

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  1. io ho paura di rimanere sola.
    e non mi sei sembrato adolescenziale per niente.

    (eehmmm io scrivo molto su fb…mica mi cacci via??)
    felice giornata 🙂

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  2. Mah, senti, dove lo vedi tutto questo bisogno di credere in qualcosa in giro? A me sembra invece il contrario, e con questo non ti ci includo sia chiaro, mi sembra piuttosto che la gente non abbia più bisogno di credere in niente perché tanto se una cosa non si sa, non si compra, non si vende, non serve, non ti fa aumentare i like su fb, non ti fa figo, non si espone in vetrina, non ci fanno la pubblicità, non la trovi sui cartelloni, non vale la pena di crederci. Si crede si, si crede alle stronzate. Magari si crede alla Chiesa, alle grosse bugie, magari si crede all’amore, appunto. Magari ci si ferma a credere a queste cose o come dici te, al fatto che una persona ci stia accanto tutta una vita, come se fosse sua tra l’altro, come se ci avesse un debito con noi. Io dico no, no no no. La vita è mia. E voglio decidere di credere in qualcosa che non sia Dio o l’amore. Ma voglio credere perché altrimenti moriamo troppo presto, troppo svelti e senza gli occhi che brillano. Una volta mio padre mi disse”mi raccomando Veronica, credi sempre in qualcosa. Ma non deve essere per forza Dio. Deve essere qualcosa in cui credi davvero. Che sia te stessa, l’istruzione, il tuo lavoro, la musica, i gatti, le patatine fritte, la coca Cola, il ghiaccio dentro le bibite d’estate o questo panino al formaggio qui. Ma credi sempre in qualcosa di tuo”.

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    1. Son d’accordo con te sul “credere perché altrimenti si muore troppo presto”. Ma è il bisogno di credere che io non comprendo. Dovrebbe essere una scelta, non una necessità. Penso che il bisogno di credere porti alla costruzione di un milione di speranze – fondate o meno – e quelle sì che logorano, fanno invecchiare sul serio.
      Parlando sempre per me, quando scelgo di credere in qualcosa, ci credo a prescindere, comunque vada, senza costruirmi speranze o aspettative. Per me l’importante è crederci, non crederci sperando che vada bene. Credere, appunto, in termini relativi e non assoluti.

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      1. Su questo sono d’accordo, credere senza aspettative. Che poi è il senso proprio del termine. Le aspettative fanno male, le aspettative portano delusione. Un bisogno di base c’è ata nella natura umana, l’importante è avere ben chiaro a cosa vogliamo credere e crederci. Crederci e basta.

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      2. Ogni volta, riguardo questo argomento, mi viene in mente Eduardo Galeano, che dice che l’utopia è come l’orizzonte e rimane sempre a una distanza irraggiungibile per quanto uno provi ad acchiapparla.
        E aggiunge che serve a questo, a continuare a camminare.

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  3. Ho avuto la tua medesima impressione. Anche se son stati pochi giorni, non ho seguito le informazioni. Quando mi è capitato di farlo, ho notato che era tutto come l’avevo lasciato, tanto da farmi venire il dubbio di aver aperto un giornale vecchio.

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    1. Per me è stato quasi frustrante.
      La prima cosa che ho pensato è stata “com’è possibile che non sia successo niente di nuovo?”.
      Io pensavo di trovare rivoluzioni e stravolgimenti, che trenta giorni son tanti, e invece nulla.

      Mi piace

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