Il più bel gioco di società mai inventato

the bravest kids

 

Crescere, imparare, diventare grandi. Ci si incontra da bimbi, che ancora la barba è da venire.
Se si ha culo, si inizia a camminare uno a fianco all’altro. Si condivide. Dolori, gioie. Delusioni, soddisfazioni.
Concerti, droghe, bottiglie, pacchetti di sigarette, soldi per la benzina, vestiti e letti.

Il più bel gioco di società mai inventato.

Un qualcosa di talmente potente da non esser quasi degno di punteggiatura, da esser scritto così come sarebbe se parlato: tutto d’un fiato, senza pause.
Un volto cianotico e alla ricerca d’ossigeno una volta finito il monologo, occhi strabuzzati a caccia dell’applauso, platea immobile, penombra assordante di silenzio avvilente.
Poi lo scroscio, potente come una cascata. Il Mississippi in piena che inonda il palco e infradicia il petto dell’attore. E grazie, grazie, grazie alla mia mamma, al mio babbo, ma, tra tutti, grazie al mio cane Seneca.
Grazie a tutti quelli che fanno da attori protagonisti, non protagonisti, comparse e grazie anche al pubblico non pagante. Agli uscieri, ai secondini, agli spazzini, ai tutori dell’ordine, ai bidelli, agli insegnanti.
Grazie agli indifferenti, che senza il loro perbenismo forzato e qualunquista renderebbero sicuramente il mondo un luogo più piacevole, limpido e bello da vivere.
Grazie ai leghisti, ai berlusconiani, ai liberali, ai nostalgici del ventennio, a chi “Placanica ha fatto bene a sparare”, a chi “Pinelli dalla finestra ci s’è buttato da solo”, a chi “non sono razzista ma…”.
Grazie, senza di voi non avrei mai potuto scegliere che parte prendere in questo sceneggiato e sarei ancor più incompleto e ancor più smarrito. Non avrei mai capito quanta acqua – e sotto quanti ponti – ci passa tra Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. Non avrei mai compreso che astenersi e scegliere sono, più o meno, la stessa cosa e non è vero che l’astensione ci solleva da responsabilità eventuali e varie. Non sarei mai arrivato a capire che scegliere di non scegliere è pur sempre scegliere, è pur sempre, in modo sibilante e silenzioso, prendere parte. Non avrei mai capito come mai Gramsci e Moravia odiassero gli indifferenti.

Il più bel gioco di società mai inventato.

La cosa più elettrizzante risiede nel fatto che non è detto che io abbia ragione, che io sia nel giusto. E’ una cosa che trovo esaltante: tutto, fondamentalmente, è sempre in discussione. Nella vita non esistono momenti di scienza normale. So solo da quale parte sto. Potrà non essere la migliore, potrà esserlo, potrà essere stupida, irrazionale, priva di senso, ma è la mia parte. Il posto cui appartengo sul palco. Non so nemmeno io bene perché, so solo che tutte le mie decisioni, le mie azioni, le parole, le persone che ho incontrato mi hanno condotto qui. Ci sono arrivato, non ci sono nato. Sono diventato la mia parte, nel tempo, giocando. Giocando per morire un po’ meno ogni giorno, attaccato all’albero d’una vecchia goletta battente bandiera pirata e diretta verso Tortuga.
E’ lo spettacolo teatrale più bello cui abbia mai partecipato: incontri delle persone quando la vita è ancora un mistero e inizi a cercare di capirci qualcosa insieme a loro. La vita, si scopre poi, rimane un mistero, ma la compagnia, durante il viaggio che si fa per scoprirlo, è impagabile. Insostituibile. Realizzare che è passata una decade, che i bambini si sono fatti adulti, realizzare che, nonostante tutto, si è ancora qui a scherzare anche sulle cose più tetre che, ogni tanto, capitano. Mi tocco la barba, sorrido, accendo una sigaretta: sono diventato uomo insieme a loro e grazie a loro. Non esiste al mondo cosa più bella di questa.

L’ho già detto, il più bel gioco di società mai inventato.

 

 

Yellowcard “Shadow and Regrets”

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