Just find a place to make your stand and take it easy (Eagles)

Io_Genova

 

Faceva un freddo mai visto, un freddo pungente che penetrava le carni e si conficcava nelle ossa, ma io avevo deciso di rimanere in maglietta, lasciando in macchina la mia giacca, perché quel ghiaccio lo volevo tutto sulle ossa. Una cosa stupida, lo so.
Continuavi a dirmi che mi sarei ammalato, che dovevo coprirmi. Io camminavo e fumavo e cercavo un bar in cui prendere un caffè, una sedia su cui sedermi.
Due ore prima eravamo saliti in macchina, senza un’idea su dove andare, ed eravamo arrivati fino a Genova, ché tu avevi detto di voler vedere il mare d’inverno. Io sarei andato ovunque, avrei continuato a guidare per tutta la mia limitata eternità. Non volevo stare fermo, non volevo rimanere immobile a pensare.
Quando ci siamo seduti, hai preso una sigaretta dal mio pacchetto, l’hai accesa, mi hai guardato negli occhi, hai detto “Rimani sereno”.
Hai sempre avuto questo modo criptico e per niente chiaro di parlare e, ancora adesso, le tue frasi sono solo punte di iceberg alla deriva nell’oceano delle nostre conversazioni. E non so a chi debba essere grato per il fatto di riuscire, quasi ogni volta, ad intendere quello che mi vuoi dire.
Io non ti ho risposto, ho a mia volta dato fuoco a una paglia. Il cielo era teatralmente terso, la luce del mattino tagliava di sbieco le facciate delle case, rimbalzava fievole sul tavolino di metallo che ci separava.
Non ho mai avuto così poca voglia di parlare come in quel giorno e penso, credo che non sia stato affatto facile, per te, passare una nottata e un giorno intero con un muto, che fissava un punto indefinito e pronunciava qualche monosillabo ogni tanto.
Ripensando a quel giorno, mi viene in mente mio nonno che diceva “ogni peccatore ha il suo santo”. Se tanto mi da tanto, a te è toccato essere il mio santo. Fortuna per me, sfiga per te.
Quando ci hanno portato i caffè, quando il cameriere ha poggiato la porcellana sulla lamiera, a me è venuto da piangere e tu te ne sei accorta e non hai detto niente. La tua mancanza di compassione, il tuo non avermi mai fatto da infermiera è un qualcosa di cui ti sarò sempre grato. Non ho mai sopportato che qualcuno provasse pietà per me, non ho mai sopportato, né mai voluto, essere consolato.
La sola presenza in un rumoroso silenzio, a me basta quella.
Con un sorso ho svuotato la tazzina, poi ho acceso un’altra sigaretta e mi sono messo, gomiti poggiati sulle ginocchia, a guardare il lastricato della via, a guardarmi le scarpe.
A quell’epoca tu avevi sempre con te la tua macchina fotografica, provavi una specie di mania compulsiva nei confronti della fotografia. Dicevi che volevi immortalare quanti più momenti possibili per non dimenticarli mai. Ed è quello che è successo mentre guardavo per terra: hai estratto la fotocamera, l’hai accesa e hai scattato.
“Sicura di non voler dimenticare questo momento?” ti ho domandato.
“Sicura” hai risposto.
Ora comprendo quella tua sicurezza. Adesso che ho ritrovato la foto in una cartella sperduta nella memoria rigida del mio computer. Tutte le tue foto di Genova. La foto di me nel mio giorno peggiore che, però, a posteriori potrei giudicare anche come uno dei più positivi.
Stavo male come un cane, è vero, ma avevo accanto una persona che era lì semplicemente per stare lì, senza il peso di nessuna missione auto assegnata, senza nessuna intenzione di salvarmi. Con la sola idea di esserci, di starmi accanto, provare a dividere un peso senza volerlo cancellare.
So di non riuscire a rendere l’idea, far capire, comprendere cosa voglia dire.
Quel giorno, una volta tornati nella tetra Milano, lo finimmo ballando “Take It Easy” degli Eagles in un parcheggio. E tu eri bellissima, bellissima e sorridente mentre ruotavamo come trottole tenendoci per mano. E mi sembra strano poter dire che, nonostante tutto, ero felice.
Il giorno più brutto, il giorno più bello.

 

 

Eagles “Take It Easy”


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