Troppo veloce per il diavolo fugge chi uccide la propria morte

La statale cinquantasette corre dritta verso il nulla del Kentucky, la vecchia carretta scoppietta ogni volta che si passa dalla seconda alla terza, dai finestrini entra aria calda come fosse direttamente soffiata dalla pancia dell’inferno.
Il diavolo dietro l’angolo che aspetta gli ignari al varco.
Il cielo termina in una linea retta, laggiù all’orizzonte, mentre nuvole allungate e bianche lasciano percepire la distanza del punto di fuga, la lunghezza del corridoio immaginario, la profondità del campo visivo.
Abbiamo, sopra di noi: serpenti opalescenti e avviluppati su se stessi, che si stirano, si tendono, si allungano tutti verso un unico punto. Tante corde, tante corde di panna l’una vicina all’altra, a formare le foglie di palma con cui si costruiscono i tetti dei capanni giù nell’Alabama.
La luce filtra a tratti, linee chiare sull’asfalto consumato dalla polvere, rettangoli illuminati e strisce scure.
Il sole imprigionato dietro le sbarre del cielo.
E il diavolo, dietro l’angolo, che aspetta gli ignari al varco.
Non c’è una radio, solo il rumore del vento, il chiasso dei giri del motore, l’urlo della terra che stiamo percorrendo.
Non c’è una radio, niente musica: se ci fosse, sicuramente sarebbe un uomo, una chitarra, un ritmo d’accompagnamento per fughe solitarie.
Sì, è una fuga, ma di gruppo.
Thea, al mio fianco, vorrebbe che andassi ancora più veloce, più rapido. Me lo dice con gli occhi, ogni volta che mi guarda, che mi sorride. “Accelera, per favore”.
Manu dorme sui sedili posteriori, ogni tanto parla nel sonno. Sono trecento chilometri che non apre gli occhi.
Io guido.
“Fin dove arriviamo?” mi chiede lei.
“Il più lontano possibile”.
“Tipo?”.
“Tipo Los Angeles, San Diego. Magari Messico”.
“Magari Messico” ripete piano Thea, sottovoce, la fronte appoggiata al finestrino, gli occhi impegnati a catturare i pali del telefono che ci sfilano a fianco imprendibili.
Non abbiamo molti bagagli, non c’è stato il tempo. Quando spari a qualcuno, non hai il tempo di fare i bagagli.
Jimmy Joe. Si chiamava Jimmy Joe ed era un perfetto coglione, uno di quelli che gonfieresti di cazzotti a prescindere, prima che abbiano il tempo di dire qualunque cosa.
Starete pensando il peggio di me, lo so. Mi starete giudicando. Fate pure, mai proiettile fu più meritato. Nemmeno Robert Ford, nemmeno l’assassino di Jesse James  ha meritato un proiettile più del vecchio Jimmy.
Lo conoscevo da quando eravamo piccoli, siamo cresciuti insieme in quel lurido letamaio che è Asbury Park, New Jersey. Quando è iniziato questo gran casino che chiamano Depressione, avevamo diciotto anni e iniziammo con lo splendido business dei distillati illegali. Poi qualcosa andò storto, almeno nel suo cervello. Una sera mi massacrò di botte e scappò coi soldi. Con un filo di voce, mentre cercavo di non soffocare nel mio sangue, gliela giurai. Gli dissi chiaramente che, se mai fosse tornato, l’avrei ammazzato. Lui era troppo coglione per crederci.
E così, ieri sera, ero seduto al bancone del “White Bowl Tavern” che stavo bevendo il mio bicchiere illegale e lui mi è arrivato alle spalle, ha detto “Sono tornato, se vuoi puoi ammazzarmi”.
Era in compagnia di due brutte facce, due brutte facce di Chicago. Mi sono limitato a un sorriso, ho finito il bicchiere, sono uscito. Sono andato alla macchina e ho preso la pistola. Poi sono rientrato nel locale.
Jimmy Joe Johnson mi ha sorriso, un sorriso beffardo, di sfida.
“Hai il coraggio di spararmi, se sono con loro?” avrà pensato. O forse non ha avuto il tempo.
Jimmy Joe ha sorriso, Jimmy Joe è stato colpito, Jimmy Joe è morto. Le due brutte facce non hanno avuto il tempo di capire nulla, sono morte anche loro.
Ho  guardato Terry, il gestore, nelle narici avevo ancora l’odore della polvere da sparo.
Ho detto “Tranquillo, digli pure il mio nome, quando verranno. Che mi vengano pure  a prendere”.
Manu e Thea li ho costretti a venire con me, non potevo permettere che facessero del male a loro per punire me. Manu e Thea sono incazzati con me. Forse hanno anche ragione. Però io, quando prometto qualcosa, poi la mantengo. E a Jimmy l’avevo promesso.
“Ci troveranno?” mi chiede Thea.
“Siamo troppo veloci” rispondo.
“Seriamente, dico seriamente” incalza.
“Anch’io dico seriamente”.
“Una volta arrivati che facciamo?” sempre lei, sempre i suoi occhi, sempre la sua paura.
Non ho una risposta, continuo a guidare senza dire nulla. Non mi viene in mente niente, niente di rassicurante. Fisso la strada, che sembra non finire mai. Le nuvole sopra di noi. L’orizzonte che rimane sempre alla stessa distanza rispetto a noi.
Siamo diretti verso il nulla, come tutti. Sfrecciamo verso la polvere, verso l’ignoto.
Ma quello che ci fa paura è alle nostre spalle, non davanti a noi, e questa è la nostra forza, il motivo che non ci farà mai smettere di andare avanti, ovunque sia questo “avanti”.
E non vedo l’ora di conoscere il futuro, di vedere passare questa Depressione, di vedere le cose andare a posto. Perché, se vedrò tutto questo, vorrà dire che saremo sopravvissuti, che non saremo stati ammazzati dagli amici di Jimmy.
Che il diavolo da cui stiamo scappando a tutta velocità non ci ha raggiunto.
A un tratto, mi viene in mente una risposta. Sorrido.
“Una volta arrivati, invecchieremo sereni” dico a Thea.
Lei mi guarda seria, non ci crede. Io, però, ne sono convinto: non ci prenderanno mai, siamo troppo veloci.

We Were Promised Jetpacks “Quiet Little Voices”

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