La sindrome del tuttologo

Postille:
Non ho nessuna autorevolezza nel campo, quindi non prendete seriamente quello che segue.
Ci saranno collegamenti logici sballati, imprecisioni e inesattezze.
Non è un saggio formale di settore, ma uno scritto informale da tuttologo.
Non fidatevi, documentatevi.

Spesso e volentieri mi trovo a discutere – se non a litigare – con le persone più svariate riguardo cosa sia – o non sia – musica, letteratura, cinema.
Molto spesso mi incazzo come una mina perché – e a me sembra limpido come l’acqua d’un ruscello montano – non riesco ad adottare un punto di vista elitario, che mi permetta di dire – ad esempio – che David Foster Wallace è letteratura e Fabio Volo no, che i Pink Floyd sono musica e Justin Bieber no, che Nicolas Winding Refn è cinema e i Vanzina no.
Purtroppo – il purtroppo lo penso io – sia Volo che Wallace sono letteratura, sia Bieber che i Pink Floyd sono musica, sia i Vanzina che Winding Refn sono cinema. La cosa che li differenzia – parer mio – è la differente caratura artistica che caratterizza i lavori, però penso sia innegabile che siano il prodotto di uno stesso ambito.
E mi incazzo perché sembra che determinate persone non riescano ad accettarlo, come se Wallace venisse sminuito dal fatto che Volo si trova nella stessa – ampia, ampissima – categoria. Secondo me è il contrario, secondo me viene valorizzato.
Senza il basso non avremmo l’alto – scopro l’acqua calda –  e, forse, paradossalmente senza il cinema dei Vanzina non sapremmo apprezzare – chessò – il cinema di Derek Cianfrance o di Harmony Korine.
E quindi, sì, trovo che sia un bene che Volo, Bieber e Vanzina siano considerati letteratura, musica, cinema.

E, anzi, piuttosto che schifarli, schernirli, abbandonarli in un angolo perché sono spazzatura, io dico che andrebbero studiati. Non come si studierebbe un Faulkner, ovvio.
Studiati dal punto di visto socio-culturale.
Se i sopra citati hanno riscosso un ampio successo nel pubblico, il motivo non può risiedere solo nel fatto che la gente – mon Dieu – sia sempre più ignorante. Anche perché, pensandola in questo modo, dovremmo considerare al livello di ectoplasmi monocellulari – gli ectoplasmi sono monocellulari? – gran parte della popolazione italiana e, nel caso di Bieber, occidentale.
Ogni opera artistica, ogni prodotto di tipo creativo soddisfa una cosa che si può definire come bisogno di fantastico. Bisogno di fantastico che, volendo, potrebbe essere accomunato alla sensibilità, all’immaginazione. In sostanza, ci piace quello che vorremmo ci venisse raccontato.
E, secondo me, anziché classificare tutti come rincoglioniti – e parlo a chi vorrebbe produrre cultura – bisognerebbe chiedersi come mai questo bisogno si sia semplificato fino al punto da farsi bastare un Fabio Volo.
Io, sarò esagerato e all’estremo opposto del tavolo da biliardo, credo che non siano le persone che non vogliono saperne della cultura, piuttosto penso che sia la cultura che non riesce più a comunicare con le persone. E’ inutile essere un genio se nessuno capisce il messaggio che si vuole mandare.
E uso la parola cultura perché semplifica e perché è la più diffusa e utilizzata, ma che non vuol dire assolutamente nulla dato che anche  i suddetti sono cultura.
C’è – e penso che sia molto visibile – uno iato comunicativo tra la testa e la base. E quel minchione di Platone gongola, ché la sua idea elitaria di repubblica dei filosofi è molto vicina al realizzarsi.
Ogni cosa, come se fosse una malattia, deve essere prima diffusa per poter, poi, essere condivisa. E quindi è inutile criticare Fabio Volo – e chi lo legge –  senza, poi, proporre un’alternativa, un’altra proposta che possa riavviare da zero quel bisogno di fantastico di poco sopra. Perché io penso in modo relativamente assoluto – ossimoro – che nessuno, nessuno non apprezzerebbe un buon prodotto, una volta che il prodotto è stato proposto. Perché, se è vero che nessuno può diventare e scrivere come David Foster Wallace, è altrettanto vero che chiunque, in potenza, è in grado di leggerlo.
Quindi reputo inutile catalogare i non-lettori della – Dio mio – roba giusta come degli inabili, dei sottosviluppati, degli anonimi esponenti del popolino.
Anzi, se dev’esserci una causa della nascita del popolino, questa risiede proprio in tutti quelli che, pur avendo mezzi e conoscenze, si limitano a tenere tutto per sé senza ridistribuire, condividere, diffondere.
Sono abbastanza convinto, infatti, che il sapere un buon numero di cose comporti una responsabilità e non il permesso di giudicare dall’alto di qualche piedistallo.
Anche perché, penso sia assodato, tutto quello che vediamo non è stato posto a priori, piuttosto è stato creato dall’uomo. La società, come la divisione in classi che in essa persiste – classi economiche, sociali, culturali – è un prodotto, una creazione dell’uomo. E l’essere in possesso di conoscenze senza diffonderle non fa che rafforzare questa divisione, non fa che legittimare le barriere che dividono queste classi.
Quindi, in sostanza, a mio parere la colpa non è del cosiddetto ignorante.
La colpa, se proprio dev’essercene una, è di chi l’ignorante lo guarda e lo chiama ignorante, senza fare null’altro. Come se ogni uomo fosse un’isola e non un animale sopravvissuto alle avversità della natura grazie alla propria capacità di socializzare, riunirsi in comunità, condividere le scoperte.
L’elitarismo lo trovo veramente stupido, se non si fosse inteso.
Ai miei occhi, questo atteggiamento appare come un uomo che, anziché far l’amore con la donna che ha di fronte, si chiude in bagno a masturbarsi perché è troppo innamorato di se stesso.
E trovo ci siano poche cose più tristi di questa.

Tutto ciò, comunque, per concludere dicendo che il 27 ottobre uscirà il nuovo lavoro dei Rancid.
Non sto più nella pelle.
Ogni volta è come tornare a casa, in un luogo confortevole.
Certo, non sono i Pink Floyd o i Talking Heads o i King Crimson.
Purtroppo alcune cose, alcune inclinazioni non si scelgono.
Io, ad esempio, non li ho scelti, mi sono capitati per caso.
E da quando, quasi dodici anni fa, ho comprato “Life Won’t Wait”, non sono ancora riuscito a non farmi venire i brividi quando ascolto le loro canzoni.
Che non sono niente di che, ma per me sono casa.

Grazie per il passaggio, la pazienza, il tempo perso.

Rancid “Honor is all we know”

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12 thoughts on “La sindrome del tuttologo

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  1. Bella analisi. Promosso all’esame di tuttologia… Scherzo! I gusti sono soggettivi. I giudizi invece,troppo spesso, intellettualmente disonesti. Direi, anche codardi, perché si stronca una cosa, senza esporsi e senza metterci la faccia, solo perché non conforme e rassicurante.

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  2. Sono d’accordo su quasi tutto, da brava collega tuttologa.
    Credo però che ci siano dei parametri ulteriori su cui basarsi per stabilire i livello di cultura di un autore. Ci sono a mio avviso delle variabili importanti che non si possono trascurare, ad esempio l’ambiente e l’età degli utenti/lettori.
    Ecco….ci può stare che a 13 anni tu legga Moccia (se non altro per adolescenziale pulsione e curiosità), ma se a 40 anni le avventure dei protagonisti ti suscitano qualche emozione, c’è qualcosa che non va. Vuol dire che non c’è crescita culturale e mentale, che non c’è voglia o possibilità alcuna di ampliare le proprie conoscenze.
    Ciao 🙂

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    1. Vero.
      Infatti bisognerebbe impegnarsi affinché non esistano più adulti che si emozionano per un quarantenne che sposa una quindicenne. Ma nemmeno devono indignarsi, sia chiaro.
      E credo che sia un processo induttivo, nel senso che bisogna farlo capitare. Proponendo in continuazione un’alternativa.
      Il motto del futuro dovrebbe essere “meno intellettuali, più rompicoglioni”. 🙂

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  3. Partiamo dal presupposto che per la gran parte delle cose dette sono d’accordo con te. Io faccio parte sia dell’élite che del popolino, riguardo sia a cinema, che musica, che letteratura. Certa roba “da popolino” è molto valida e certa roba”da élite” non lo è per niente. Conta sempre il soggettivo, anche se ci sono certi dogmi, certe sicurezze, certi canoni che non si possono ignorare. Oltremodo sono d’accordo sul fatto che niente si fa per fare in modo di elevare il popolino alla curiosità di conoscere qualcosa da élite. Però mi è venuto in mente un esempio. Quando per esempio si dice”non date agli africani cibo, dategli una zappa per imparare a coltivare i campi e procurarselo”. Bè se tu dai una zappa a un africano, di quei paesi veramente poveri, probabilmente ci si distende sopra, perché nella loro cultura, nel loro modo di vivere, zappare un campo da zapparr non esiste e non ha bisogno di esistere, continueranno ad aspettare che cadano i frutti dagli alberi.

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    1. Ma infatti, nel caso dell’africano, non bisognerebbe dargli la zappa. Bisognerebbe insegnargli le tecniche di coltivazione, concimazione, allevamento. La zappa la costruisce lui da solo una volta apprese le basi. 🙂

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      1. Il senso era che non lo farebbe comunque, perché non rientra nella sua mentalità, né stile di vita, né cultura. Almeno così hanno risposto gli africano a un amico mio, ora ultrasettantenne Che militò laggiù.anche nel caso in cui gli venisse insegnato le tecniche di muratura, continuerebbero a trovare più semplice costruire con arbusti, legno e fango. Aspettare una tempesta che butti giù la baracca per poi rifarla allo stesso modo.

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      2. Non so, ma a parer mio, cultura, stile di vita, mentalità non sono enti statici, fermi. Sono mobili, in movimento continuo. Non esiste, secondo me, nulla che sia immutabile, se parliamo del pensiero umano.
        Basti pensare che anche la civiltà occidentale ci ha messo più di duemila anni per arrivare a un punto considerabile decente.
        Io non credo che esistano cose che non possono essere cambiate. 🙂

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      3. E io sono della tua stessa idea. Ma se non tutti la pensano così, e rimangono fermi, immobili su piattaforme statiche. E purtroppo è quello che capita alla gran parte dell’ élite e alla gran parte del popolino.

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  4. Non so chi ha scritto che Fabio Volo va avanti per aforismi arraffazzonati che piacciono tanto a donne depresse che fino ad allora hanno frequentato solo ebeti reversibili o carogne. Gioco forza, piace anche alle categorie maschili di cui sopra che cercano di prendere le sue produzioni librarie (non letterarie) come Manuali d’Amore e di Vita vera. Il problema è anche che Wallace tutti non sapranno nemmeno che esite… e quindi credo che la forbice sia troppo amplia nei due casi scelti.

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    1. Beh, effettivamente Wallace e Volo sono rispettivamente lo Zenit e il Nadir l’uno dell’altro.

      Però Wallace non è conosciuto da tutti, a parer mio, perché non tutti quelli che leggono Wallace cercano di diffonderlo. Bisognerebbe procedere per sostituzione, con continue proposte.
      La forbice è enormemente ampia, indubbio. Quello che dico è che sta a chi conosce buona parte di quest’ampiezza ridurla. Perché uno che sa chi è DFW lo può promuovere, uno che non ne ha mai sentito parlare non lo leggerà mai, se non per fortuito caso.
      Anziché dire Volo scrive male, bisognerebbe dire Foster Wallace scrive così.
      In pieno stile Fabio Volo dirò: la conoscenza è una malattia che si diffonde solo per contagio diretto. 🙂

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