And, if everyone else heard this, they wouldn’t be so sad: it was the best I ever had (The Swellers)

jane and paul 3

It was a young and angry summer

A song that changed my mind

I heard it on the radio

And if everyone else heard this

They wouldn’t be so sad

It was the best I ever had

Ho sempre avuto la passione per i tatuaggi, ne sono sempre stato affascinato.
L’idea di imprimersi indelebilmente qualcosa addosso mi ha sempre attirato. Probabilmente perché mi perdo le cose per strada, anche quelle importanti. La mia scarsa organizzazione mentale mi impedisce di tenere insieme tutti i pezzi dei puzzle che costruisco. E quindi le mie pareti sono ricolme di cornici piene di incompleti.
Nei tatuaggi ho visto un modo per non smarrire nulla. E, quando ero più piccolo, ero decisamente orientato verso il totale riempimento del mio corpo tramite l’inchiostro. Probabilmente sarei diventato una mappa di tutte le cose che ho promesso e non ho mantenuto. E probabilmente non avrei avuto bisogno dell’insonnia per ricordarmene: sarebbe bastato uno specchio alle tre del pomeriggio.
Poi è arrivato il boom del tattoo e le strade sono state inondate da ogni sorta d’individuo, con la pelle ricoperta da ogni sorta di simbolo. Sono arrivati i tribali, i maori, i teschi (messicani e non), le ancore – le ancore santissimo Iddio –. Sì, sono insopportabile, ché alla fine finisco sempre col rompere i coglioni per qualcosa. Ma il tatuaggio commerciale, cazzo, mi turbò per davvero.
Avevo più o meno diciotto anni: ho visto le persone passare dal considerare i tatuaggi come se fossero il diavolo, ad arrivare a scuola con un bel simbolo della fertilità induista (esiste?) tatuato dietro il collo. Così, perché le cose fighe, per quanto non piacciano, prima o poi fanno breccia e si espandono a macchia d’olio. Non che siano fighi i simboli della fertilità, sia chiaro.
E quindi, in sostanza, siccome sono complessato a un livello ossessivo -compulsivo e abbastanza al limite della sociopatia, ho deciso che, nein, niente tattoo sul mio corpo.
Non mi dilungherò oltre perché le motivazioni sono stupide. E poi non sopporto i professoroni che dicono “O così, o niente”. Come se solamente loro avessero la verità in bocca.
La diffusione dei tatuaggi mi turbò, ma non è stata poi così negativa. E’ bello vedere le persone dipinte.
Io non lo faccio, come detto, perché sono un sociopatico.
Infatti, per Dio, se non la smettete di tatuarvi stelline sul piede, tribali sulla spalla, simboli dietro il collo, cazzo, inizierò ad architettare delle punizioni corporali per voi. Non è una promessa, è una minaccia.

I’ve been everywhere now

Searching far and wide

But she was down the street

She looked just like an angel

Flying down to me

But I was underground

Where the devil comes to feed

 

Certo che, a rileggermi, sembra che il meglio sia passato.
Chissà come mai abbiamo questo feticismo perverso nei confronti del passato. Chissà perché il luogo comune vuole che si stesse meglio prima.
Certo, è facile dire che a diciassette tutto era una figata: i pensieri erano ridotti ai minimi termini, il futuro era una bolla indefinita che, comunque, non ci sarebbe mai capitata e la morte, beh, chi cazzo si preoccupava di morire?
A diciassette anni i problemi, che vengono scagliati contro i tuoi denti impeccabili, riesci a schivarli con mosse da ninja e, mentre rotei in aria, hai anche il tempo di fare l’occhiolino ai fotografi.
Una canzone di Léo Ferré, non ha caso, è intitolata “Non si può essere seri a diciassette anni”.
Fortunatamente, all’epoca, ancora non conoscevo il brano, altrimenti mi sarei sentito ancora più legittimato per tutte le cazzate che ho fatto.
Il giorno che il comune di Milano scoprirà chi si portò via il semaforo caduto in Via Venini, credo che passerò ben più di un brutto quarto d’ora.
Adesso – la chiamano maturità – prima di rimuovere un semaforo scardinato da un temporale, credo ci ragionerei a lungo. Probabilmente almeno due minuti.
Però non dirò mai che era meglio. Perché, al di là dell’aspetto vandalistico-barra-goliardico-barra-irresponsabile, se ben ricordo avere diciassette anni era abbastanza difficile. Forse più che averne venticinque. Era una figata, è stata una figata. Né meglio, né peggio. Qualcosa che non cambierei.
E so anche che non vorrei mai avere diciassette anni adesso, nel presente.
Perché credo che, all’epoca, fosse bello proprio il fatto che non esistevano gli smartphone, non c’era whatsapp, nessuno poteva visualizzare a che ora avevi letto il messaggio in posta. C’erano le telefonate, gli sms. La possibilità che qualcuno non rispondesse mai e senza che tu potessi sapere se avesse o meno ricevuto il messaggio. L’eventualità di perdersi qualcuno per strada, ché non potevi rompergli i coglioni in bacheca. Queste cose mi vanno bene ora, perché sono diventato vecchio e pigro e, nonostante queste facilitazioni, comunque perduro nel perdermi per strada le cose.
E’ stato bello poter fare mattina sotto gli effetti di sostanze più o meno legali senza che nessuno, il giorno dopo, mettesse in rete foto e video. E’ stato bello fare cose fighe senza che nessuno dicesse che lo erano.
Lo sapevo io, lo sapeva chi era con me.
E’ stato strabiliante dover imparare a rapportarsi con l’altro sesso senza una tastiera. Dover telefonare – cazzo quanto mi piace telefonare per la prima volta e impappinarmi e sembrare un mentecatto che rasenta la dislessia –.
Però è altrettanto vero che non si potrebbe dire a un diciassettenne attuale che i miei son stati meglio. Perché, sennò, seguendo il filo di questa cazzata epocale, allora i diciassette anni dei miei genitori sono stati tremila volte meglio, ché loro dovevano fare anche lo slalom tra le bombe e ballare il tip-tap tra i proiettili.
Non avrebbe senso. Trovo che ognuno sia perfetto per l’epoca che vive. Ogni presente calza a pennello su chi lo vive.
Il mio è stato una figata. Il vostro è stato una figata. Quello di chiunque è una figata.
Deve essere così. Un po’ perché ci voglio credere, un po’ perché, altrimenti, non avrebbe senso alzarsi la mattina.

And everything felt so right

I could show it to do wrong

But she taught me everything

And I don’t know where she is now

But I’ll never forget

She was the best I ever had

Or ever will again

The best I ever had

 

Mi dilungo sempre troppo. Il mio più grande difetto.
Una volta ho parlato, senza interruzione, per una notte intera. Ad ascoltarmi c’era una ragazza con gli occhi marroni, che sorrideva e, ogni tanto, si spostava il ciuffo rosso dal viso.
E’ stato il mio monologo più lungo, per me che, sennò, parlo solo per rifrazione, di rimbalzo.
Io che sono un muto latente.
Non lo si direbbe. In realtà, prima di parlare a lungo, ho bisogno di almeno quattro o cinque milioni di tempi morti, frasi soffocate in gola, cose giuste da dire dimenticate in attimo.
La distrazione, piaga e delizia.
C’è chi sostiene che sia affascinante questo mio essere per aria. Io rispondo sempre che, davanti a un caffè, può anche darsi, ma tutti i giorni risulterebbe quantomeno ripetitivo.
Quello che fotte della scrittura, ciò che la rende così sicura è il rapporto intimo con le parole, tra me e me stesso. Quello e il fatto di non conoscere i volti dei potenziali lettori. Rende tutto più facile.
Chi ti conosce, leggendo certe cose, cerca sempre delle cause. Chi ti legge senza conoscerti, invece, legge e basta. Può fare delle ipotesi, elaborare teorie, ma non può rovinare il testo inserendolo nella realtà.
Sono un forte sostenitore del fatto che scrittura e realtà non sono la stessa cosa, né mai dovrebbero esserlo. Anche per il semplice fatto che l’inconscio è fantasioso, che l’inconscio agisce sui ricordi, che la fantasia modifica la realtà. Si raccontano i fatti per come li si ricorda, non per come sono avvenuti.
E’ una mistificazione che trovo affascinante, ma chi ti conosce questo passo non riesce a farlo.
Subentra sempre il macabro gioco del capire chi era chi, cosa era cosa, quando era quando.
Lo trovo deprimente. Davanti a una fotografia non si farebbero tutti questi discorsi. E i ricordi sono legati alle immagini, alla fine. E’ come se fossero fotografie. Andrebbero trattati nel medesimo modo.
Mi dilungo. Non vado da uno psicologo perché, piuttosto che ascoltare soliloqui infiniti, mi restituirebbe i soldi. Pausa, prendiamo fiato.

Una volta ho parlato, senza interruzione, per una notte intera. Ad ascoltarmi c’era una ragazza con gli occhi marroni, che sorrideva e, ogni tanto, si spostava il ciuffo rosso dal viso.
Una delle cose migliori che mi sia mai capitata.

The Swellers “The Best I Ever Had”

Annunci

2 thoughts on “And, if everyone else heard this, they wouldn’t be so sad: it was the best I ever had (The Swellers)

Add yours

  1. Un post, tre capitoli.
    Il tatuaggio. Ti confido un segreto: anche io ne avrei voluto uno e anche io non l’ho mai fatto e probabilmente mai lo farò. Anche se non era un tatuaggio qualsiasi, aveva un senso e ne ha tutt’ora sempre di più, era una piccola clessidra alata, tempus fugit. Il problema è: dove? Non visibile a chiunque, ma che io possa vedere quando voglio. Se escludo tutte le parti del corpo soggette a cedimenti strutturali (non sarebbe bello vedere la clessidra trasformarsi in un orologio molle stile Dali) mi rimane solo la pianta del piede. Peccato che soffro maledettamente il solletico.
    I diciassette anni. (E che bello che non siano 17). Se te avevi già gli sms, allora io li ho avuti un po’ prima di te… c’era solo il telefono di casa, fisso e col filo lunghissimo per portarselo fino in camera per parlare con un minimo di privacy. Fuori casa c’erano i telefoni pubblici della SIP, dove tra l’altro si andava per scartabellare gli elenchi telefonici e prenotare un hotel sulla riviera romagnola assolutamente alla cieca. Oggi senza un tour virtuale delle camere, Booking e Tripadvisor non si va da nessuna parte. Quanto mi fa sentire vecchia ‘sta cosa, pure se ho 44 anni e proprio babbiona ancora non sono.
    Parlare e scrivere. Generalmente parlo poco, mi dilungo solo in conversazioni ristrette come numero di partecipanti e con cui ho un certo feeling. Scrivere è un’altra cosa, e si vede, credo…. Ma anche io vorrei essere letta solo da chi non conosco, e questo è il motivo per cui posto solo fotografie e raramente qualcosa di scritto mio. Una sola volta in effetti. È che so scrivere solo di me, non so inventare storie impersonali io, e raccontare di me a chi non conosco è facile, non altrettanto a chi sa chi sono. E allora qualche notte che sono in vena succede come ora, di lasciarsi un po’ andare in lunghi commenti nel blog di qualcun altro.
    Ti prego, non volermene 🙂

    Liked by 1 persona

    1. Figurati, fa solo piacere! 🙂
      Le tessere (e le cabine) telefoniche ho fatto in tempo a conoscerle anch’io, anche se per brevissimo tempo. Le incastravamo (le tessere, non le cabine) nei raggi della bici per simulare il ronzio dei motorini.
      Per il tatuaggio potresti considerare l’interno dell’avambraccio. Lo si copre con una manica lunga e, anche quando scoperto, è un posto in cui la gente, solitamente, non guarda più di tanto.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

WordPress.com.

Su ↑

A Place For My Head

La vita è una commedia per coloro che pensano e una tragedia per coloro che sentono.

Giuda is Carioca

A buon intenditore / poche storie

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

#See What I See

"Nessuno è te. questo è il tuo potere" E questa sono io.

Topper Harley

Uno, nessuno e ventitrè

Mela Kiwi Limone

piccole pillole quotidiane

Karashò

Autori Artigiani dal 2016

Day Off Londra

pensieri,parole,opere,omissioni di un cervello in fuga..

m3mango

Se vieni, è il miglior apprezzamento.

Mamma for dummies

...quelle che se arriva sera ed è ancora vivo è già un successo!

Novelle Ignoranti

Giornalismo, politica, musica, arte, letteratura, storia, cinematografia, varie ed eventuali.

Ed Felson

Scusate, richiamo dopo.

UN PESCO IN FORNO

Appunti di controcultura queer & femminista

Travelling With Earphones

Listening to music makes your life better

gatt(A) randagi(A)

(non tutte le streghe sono state bruciate!)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: