(ri)Partirò per Bologna

Quanno ce guardate male ce viè da pensà a quanto sete brutti, nun ve se po’ guardà

Ne ho pieni i coglioni.
Se potessi sedermi – meglio dire “se potessi lasciarmi cadere” – sul divano di uno a caso dei miei amici, direi questo.
Non spiegherei nemmeno il perché. Sarebbe un’esclamazione estemporanea, una frase lanciata nel vuoto d’una stanza. Un alleggerimento.
La stiva è stracolma, il capitano ha deciso di alleggerire il carico.
La gente che si prende sempre sul serio, ma scherza sempre sugli altri.
I permalosi che fingono di non esserlo.
Quelli che guardano solo i difetti degli altri.
Ne ho pieni i coglioni. Della mancanza di sensibilità ne ho due vagoni bestiame.
E, con sensibilità, non intendo le lacrimucce, le coccole, le carezze.
Mettersi nei panni degli altri, santissimi numi.
E, fondamentalmente ed egoisticamente, mi sono scartavetrato gli zebedei di domandarmi come mai alcune persone – magari non ci riuscissero! – non prendono nemmeno in considerazione quest’eventualità.

 

Voi brave signore tutte belle ‘mprofumate che quanno fate ‘n peccato glielo dite solo ar prete

Ma basta. Interrompiamo questa nenia.
Perché ne ho pieni i coglioni anche di chi si lamenta di continuo, in modo sterile.
Scadrò in una frase a doppio senso proto-pornografico: fondamentalmente ho i coglioni pieni – anche – di me stesso.

 

Voi bravi signori che nun ce guardate bene quando annamo pe le strade co le borchie e le catene
Ai figli glie menate coi padroni ve ‘nchinate

Oggi ho spolverato, cosa che penso di non aver mai fatto:  un’analisi del carbonio quattordici ha rivelato che la polvere di questa stanza è la stessa che hanno trovato nei resti di Ilio, che nella vulgata comune è Troia – di questo doppio senso, dico, me ne compiaccio. Un pochino –.
Comunque, luogo comune vuole che, spolverando, si trovino cimeli e robe vecchie di molti, moltissimi anni. Ad alcuni, assurdo, è capitato addirittura di trovare la fantomatica maschera di Agamennone.
Non è il mio caso.
Io ho trovato qualche brutta, bruttissima foto un po’ ingiallita e una valigia – esatto, quelle rigide e marrone scuro che si vedono nei film storici sullo sterminio di Ebrei, Rom, Omosessuali, Slavi perpetrato della armate del Reich. Anche se i film parlano solo degli Ebrei, gli altri ce li siamo persi per strada. Capita. – dicevo, una valigia piena zeppa di cd.
Me li sono guardati uno a uno, anche le compilation masterizzate e con sopra scritte dediche improbabili, promesse mai mantenute, svariate grafie di svariate persone con cui ho condiviso il mio limitatissimo sapere musicale.
E’ bello ritrovare cose che si pensava di non aver più. Per me poi, che ho legato a doppio filo i miei ricordi a determinate canzoni, specifici album.
E ne ho trovato uno, uno su tutti, che m’ha fatto sentire abbastanza vecchio.
M’è bastato pensare che, quando lo comprai, avevo appena iniziato il primo anno di superiori.
Pensare che, quando lo comprai, esistevano ancora i cazzo di negozi di dischi, che avevano ogni santo genere musicale e dove sviluppavi un rapporto diretto col negoziante, ricevevi consigli, potevi – cazzo, sembra impensabile oggi – chiedere di tenerti da parte una pubblicazione prossima ad uscire.
Metropolis si chiamava il mio negozio preferito. E quanto mi manca. Non dovrei impazzire nei meandri di internet a cercare novità, se ci fosse ancora il buon Marchino a consigliarmi.
Sì, son finito comunque a lamentarmi. La smetto subito. Torniamo al cd.

 

Le vostre catene tra vetture e fidanzate ce l’avete dentro ar corpo e perciò nun le vedete

Dunque, mi sono ritrovato questo cd in mano e mi s’è disegnato sul volto un sorrisino ebete, l’espressione di chi pensa “Sei sempre stato qui, non eri andato via!”.
Ho addirittura, in questa tetra epoca di Mp3, utilizzato lo stereo. E mi sono pure stupito che funzionasse ancora.
Chi me lo consigliò, mi mise in mano la custodia dicendo “Traccia 3. Vale il prezzo”.
Per onestà intellettuale, devo dire che non si tratta dei Jethro Tull, dei Led Zeppelin, dei Radiohead. O di David Byrne. No, niente qualità. Livello molto più basso.
Però, cazzo, che brividi. Che balli. Che concerti. Se penso a tutto il sudore che ho versato, a tutte le volte che sono andato ad un evento sperando che suonassero la benedetta traccia numero tre.
A tutte le cazzate proto-politiche che ho scritto con questa canzone in cuffia.
Alle promesse che ho fatto e che non ho mai mantenuto.
A quanto ero giovane e stupido e coglione.
A quanto questo testo fosse adatto per sfogare tutta la rabbia accumulata, tutta la frustrazione tipica dell’adolescenza. A quanto sia adatta, oggi, per esprimere la rabbia che ho dentro.
Una rabbia diversa, forse più motivata, sicuramente più matura.
Rabbia che non è solo voglia di spaccare tutto.
Sono passati dieci anni quasi precisi e, guardandomi attorno, noto che non sono cambiate molte cose.
Ci sono le stesse cose, gli stessi problemi, che sembrano diversi solo perché gli hanno cambiato nome.
Sì, aggiungo che ne ho pieni i coglioni di quelli che dicono “La rivoluzione va bene a sedici anni, poi cresci e capisci che è tempo di maturare” o robe simili.
Come se Viktor Serge, Quico Sabaté, Alexandre Marius Jacob, Silvio Corbari fossero cose per bambini, per chi ha un sacco di tempo da perdere. Come se fossero roba da poco.
Va bene, però vaffanculo.
Io, forse ancora più di prima, partirò per Bologna.

Banda Bassotti “Partirò”

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6 thoughts on “(ri)Partirò per Bologna

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  1. Il mio negozio invece si chiamava Mastelloni. Era in San Lorenzo a Firenze, e se facevi forca a scuola era tappa fissa. Potevi passare ore a cercare e guardare diversi album di diversi generi musicali. Erano tutti vinili, da Mastelloni. E lui, Lui negoziava e vigeva ancora la regola del baratto. L’altro giorno ci sono passata davanti ed era chiuso. Mi piace pensare che fosse il giorno di chiusura ma non so se davvero è così. O se anche quello, come le buone cose, è andato a farsi fottere con gli anni.

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  2. Io andavo da Sagittarius. Epoca vuole che mi facessero anche le “compilations”. Era fantastico…erano gli anni in cui nei negozi trovavi le audiocassette (e io ne conservo ancora a casa, eh!) in competizione con i nuovi CD, ultimo ritrovato di tecnologia. Sagittarius era “avanti”, ascoltavi i dischi, sceglievi le tracce che ti piacevano, e il proprietario te le copiava su cassetta… 🙂
    Poi mi sono evoluta anche io, e ora a casa mia conservo CD come cimeli d’epoca.
    PS: ma cassette e vinili gli fanno sempre compagnia 🙂

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