Dello spiritello salvifico in un’epoca di sentimentale decadimento, travi sui denti, notti stuprate

newman and joanne woodward

“Don’t turn your back on me, don’t ever let me down”

She said, “I picked you up each time before you hit the ground

Your selfish face is now erased when someone mentions you

If only you had seen what I now see

And turned the corner where you would have been

Within a mile of home

Within a mile of home”

Fuori c’era un temporale, gli scrosci della pioggia penetravano attraverso i vetri chiusi, puntellati di gocce e cicatrici d’acqua. Una di quelle burrasche tipiche dell’estate, quando sembra che stia per venir giù dal cielo persino il Signore in persona, quando, poco prima che si scateni l’inferno, tutto si tinge d’una strana luce gialla, quasi seppia, e sembra d’essere un soggetto d’una fotografia degli anni ’60.
Fuori pioveva.
Della stanza ricordo benissimo i listelli di parquet posati sfalsati l’uno rispetto all’altro, d’un legno che potrebbe essere pino, dato il colore caldo, che ricordava l’arancione. Le nervature del legno, ben visibili, nere, ellittiche. Tanti occhi a mandorla che ti fissavano dal basso, aspettando una mossa, una frase.
Della stanza ricordo il silenzio assordante, quell’orrendo mutismo vorticoso che svuota i volumi degli ambienti tridimensionali. Sembrava di precipitare, senza attrito, verso un luogo indefinito. Caduta libera e atona. Un imminente schianto silenzioso.
Il divano, ricordo anche quello, era verde. Non ne ricordo il tessuto.
La mia sedia era scomoda tanto quanto era bella e quel giorno decisi che il mobilio d’epoca sta bene nei musei, è bello da osservare e basta.
Il divano. Sul divano c’erano seduti L ed M. F era alla finestra. C non so dove fosse seduta, so che era vicino a me.
Questo immobilismo barocco durò credo per un pomeriggio intero, almeno per tutto il tempo in cui cadde acqua dal cielo. Nessuno disse nulla, nessuno aveva le parole. Da quel giorno, ogni volta che vedo qualcuno possedere delle parole in determinate situazioni, so con sicurezza che ho davanti agli occhi un baro, uno che non la racconta dritta, uno che non sa nemmeno cosa sta dicendo.
Eravamo muti, l’unico suono che si udiva era la rotella dell’accendino che sfrega sulla pietruzza, il tabacco che sfrigola mentre un paio di labbra aspira il fumo, avvolgendo dolcemente il filtro giallo della sigaretta.
Ricordo anche i posacenere di vetro, di quelli che non si trovano più. Grandi, a corona, con punte poligonali a guarnire il contorno. Ne avevo uno anch’io a casa, lo ruppi quel giorno.
E ricordo anche che, al contrario di quello che si potrebbe credere, per tutto quel tempo non pensai assolutamente a nulla. Ed è la seconda cosa, dopo i bari, che sostengo da quel giorno: pensare a niente è possibile. Fissavo un punto indefinito tra il calorifero di ghisa bianca e le scarpe rosse di P. Giocavo a chi regge di più lo sguardo col pavimento e, forse, è per quello che me lo ricordo così bene.
Non ho idea di come si siano comportati gli altri. Gli unici a parlare sono stati gli accendini.

Volevamo stare un po’ insieme, parlare, discutere, aiutarci a vicenda, per quello eravamo tutti riuniti all’interno della stessa stanza. Io, nel tempo, ho poi ipotizzato che tutto quel silenzio sia stato figlio della consapevolezza che,in certi momenti,le parole non sono questa gran cosa. E, in fin dei conti, sono abbastanza convinto che nessuno di noi avesse bisogno di sentirsi dire nulla. Le solite quattro stronzate di circostanza le avevamo già ascoltate tutte. Credo che decidemmo di non scadere pure noi nei luoghi comuni, nelle frasi più utilizzate quando si – o ci si – vuole confortare.
La terza cosa che imparai quel giorno è che il conforto non lo si può dare, né lo si può ottenere nel giro d’un giorno. E’ qualcosa che, forse, si trova lungo la strada, col tempo, quando si smette di porsi di continuo le domande sbagliate. Io, ad esempio, lo trovo e lo riperdo con costanza, ciclicamente. Va e viene come se viaggiasse insieme alle nuvole, ai fortunali, alle perturbazioni.

Stacco.

Eravamo io e C, stavamo camminando per la strada. Era passato qualche giorno.
Ricordo che stavo pensando a lei, che, nonostante non fosse direttamente coinvolta nei fatti, aveva deciso di parteciparvi con noi, di aiutarci. E’ stata una delle poche volte in cui ho vissuto sulla mia pelle la volontà d’essere d’aiuto d’una persona. Non lo faceva per pena, per compassione. Non si sprecava in inutili e retoriche sviolinate metafisiche. Non sparava cazzate. Non cercava di abbracciarmi, non ha mai cercato di abbracciarmi.
C’era e basta. Un favore che, fortunatamente, non ho ancora avuto occasione di restituire. O forse sì.
All’improvviso, disse semplicemente “Non chiuderti in un mutismo senza fine, con me puoi parlare”.

Stacco.

Qualche anno dopo ho scoperto una canzone contenuta in un album del duemila e quattro.
E ancora adesso, quando la ascolto, mi ci rivedo.
Vedo lei, davanti a me, che mi chiede di non chiudermi nel mio muto silenzio. Che mi legge lo sguardo, quando pranziamo insieme, e riesce sempre ad interpretare la luce che ho negli occhi.
E, quando deve, mi domanda semplicemente di non avvilupparmi in un guscio che tagli fuori il resto del mondo.
E io, senza pronunciar verbo, rispondo:

So sing to me, sing me a song, a song from yesterday

When the laughter drank these tears before the promises that now slip away

Flogging Molly “Within A Mile Of Home”

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4 thoughts on “Dello spiritello salvifico in un’epoca di sentimentale decadimento, travi sui denti, notti stuprate

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  1. Mi commuovi… con il penultimo capoverso, con la cronaca delle sue parole. Uno spiritello salvifico. Io so cosa vuol dire. Ricevere la sua visita… ma anche esserlo. E so quanto sia complicato esserlo. Non chiuderti. Parlale! Ancora!

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  2. Mi hanno toccata queste tue parole.
    Ed in netta contraddizione con la mia frase precedente ti dirò..che queste parole piene di silenzio che raccontano di questo silenzio pieno di parole (almeno io certi silenzi li vedo così e mi piacciono) sono la più chiara dimostrazione che per dire molto non bisogna dire proprio niente.

    (forse non mi sono capita nemmeno io)

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