Cose successe in un’altra vita – Pogue Mahone, la dama, la neve

Una vita fa.

Bea aveva messo nello stereo un Cd con una traccia sola, tutti l’avevamo presa per il culo.
“Cosa ascoltiamo a fare un Cd con una traccia sola? Tra dieci minuti ci siamo scartabellati i maroni” aveva detto Cesare.
Lei, Bea, aveva sorriso e detto solamente “Fidatevi di me, imbecilli”.
Enrico aveva allargato le braccia, come a dire “Fai un po’ quel che ti pare”.
Fu così che il dito indice d’una mano donna schiacciò play. Fuori nevicava, nevicava a non finire: fiocchi grossi come palline da tennis scendevano lentamente dal cielo giallo, quel giallo spento del cielo notturno, dovuto alla luce dei lampioni che rifrange sul bianco tutt’intorno.
Fu così che Shane MacGowan iniziò a cantare e noi, stupidi imbecilli come ci aveva definito Bea, ci scoprimmo a dondolare lentamente la testa a destra e a sinistra, a ritmo di musica.
Enrico, svaccato sulla poltrona rossa, teneva il ritmo col piede destro e coi polpastrelli della mano sinistra, lasciata cadere al di là del bracciolo, tamburellava sulla stoffa. Fumava, rilasciava nella stanza grosse nuvole grigie, a ritmo regolare, come un vecchio capo indiano durante la meditazione.
Cesare aveva le mani dietro la schiena e stava alla finestra, guardava fuori, contemplava il progressivo scomparire dei colori, il costante aumentare del manto bianco.
Bea ci osservava e rideva. Shane MacGowan cantava.
“Cos’hai da ridere?” le chiesi.
“Siete buffi”.
“Piano con i commenti” intimò Cesare dalla finestra.
“Sembrate tre bambini, finalmente calmi dopo coliche incessanti”.
Appena dopo aver partorito l’ennesima nuvola, Enrico si intromise “Ci stai paragonando a dei neonati?”.
Mi misi a ridere, pensai che eravamo più come i bimbi sperduti e lei la nostra Wendy. E la voce del vecchio Shane era la fiaba prima di addormentarsi. E Barrie era un fottuto genio, fosse solo per il fatto d’aver scritto un libro che può essere richiamato in mille occasioni. E quella era una delle tante. Wendy e i bimbi sperduti.
“Se non la smette di nevicare” ci fece notare Cesare “Rimaniamo bloccati qui fino a domani”.
“Se abbiamo il whisky” commentò Enrico “Per me va bene”.
“Whisky e carte, c’è tutto” confermò Bea.
“A soldi non ci gioco, sappiatelo” feci presente io.
“Non avevo intenzione di ripulirti, stasera” mi prese in giro Enrico.
Cesare si spostò dalla finestra, andando a sistemarsi sul divano. Prese cartine, filtri,tabacco dal suo giaccone e si mise a fabbricare una sigaretta. Bea era ancora vicino allo stereo, in piedi, le mani poggiate sul mobile dietro di lei a sorreggere il suo peso.
Aveva sulla bocca un sorriso e negli occhi tutt’altro. Tutte quelle cose che, a volte, si evita di dire per non intristire, intristirsi. Tanto lo sapevamo già. Sapevamo cosa avrebbe voluto dirci.
“A che ora hai l’aereo domani?” le domandai.
“Alle dieci del mattino”.
“Già che ci siamo, visto che rimaniam qui, t’accompagniamo all’aeroporto” propose Enrico.
“No” lo spense Bea “Preferisco che ci salutiamo qui. Niente abbracci strazianti al gate”.
“Già, sei un vero uomo tu, mica una mammoletta” la prese in giro Cesare e lei, luminosa, scoppiò a ridere.
“Ho anche i peli sul petto”.
“Sono le tette” commentò Enrico con un sorriso, un attimo prima di dover prontamente schivare il pacchetto di sigarette che Bea tirò al suo indirizzo.
“Queste me le tengo” disse lui “Ricordo della mia amicona”.
Ogni tanto ci ripenso, visto che il pacchetto se lo tenne per davvero, e mi domando se se lo sia fumato o se l’abbia messo sulla mensola, a imperituro ricordo.
“Che fuso orario ha San Francisco?” chiesi a Bea ed Enrico rispose per lei “Ti basta sapere che là è giorno quando qua è notte”.
“Lontano, fottutamente lontano. Ecco che fuso ha” si aggiunse Cesare.
“Ci sentiremo per e-mail” disse Bea, rispondendo a una domanda che nessuno di noi le aveva fatto, che ognuno di noi avrebbe voluto farle.
E Shane MacGowan continuava a cantare, continuava a farci compagnia.

Cinque ore dopo Cesare ed Enrico stavano dormendo abbracciati sul divano, fuori era ormai tutto bianco, la neve si era attaccata anche ai lati dei lampioni, le ringhiere erano diventate muri impenetrabili per lo sguardo.
Io ero seduto al tavolo vicino alla finestra, Bea era di fronte a me, stavamo giocando a carte.
“Mi mancherete” disse.
“Tu no, sono contento che ti levi dai maroni”.
Sorrise. Non ho mai saputo dire le bugie.
“Ti ho portato il libro che mi avevi chiesto, così te lo leggi in aereo”.
“Grazie, credevo te ne fossi dimenticato”.
“Quasi” commentai con un mezzo sorriso.
“Bada a questi due cazzoni per me, mi raccomando”.
“Questi due cazzoni sanno badare benissimo a se stessi”.
“Voi, senza di me, non sapete nemmeno allacciarvi le scarpe”.
“Come sei umile”.
“Dico la verità” disse sollevando leggermente il sopracciglio destro, in un modo che riusciva solo a lei.
Senza di lei – fossero state solo le scarpe – non siamo stati capaci nemmeno di continuare a vederci. Come capita spesso nella fase tardo adolescenziale, abbiamo fatto scelte di vita incompatibili, preso strade diverse. Senza nessun tipo di diverbio, ci siamo semplicemente lasciati andare. Ognuno per la sua strada.
E anche le e-mail, le tanto agognate e-mail, col tempo divennero più sporadiche, più rare. Poi sparirono del tutto, scomparvero le notizie. E forse sono anche d’accordo, ché scrivere a qualcuno che è stato così importante, senza mai poterlo vedere, è come incidersi la pelle volontariamente. Quelle lettere digitali erano un’immensa gioia e, al contempo, un immenso dolore. Quando non trovai più nulla nella mia casella di posta decisi di non scrivere più nemmeno io, di lasciarla andare. Senza nessun tipo di rancore.
Ma a quel tempo tutte queste cose ancora non le sapevo. A quel tempo, più o meno a quest’ora, la stavo guardando negli occhi mentre mi sorrideva.
“Una volta che sei a Frisco” le dissi “Devi andare sul Golden Gate e farti una foto”.
“E poi te la devo mandare per mail?”
“Esatto. Te sul Golden Gate. La voglio”.
“Lo farò”.
“Grazie”.
Mi alzai, andai verso la finestra per guardare fuori, guardare tutto quel bianco senza pensare a nulla.
Lei mi raggiunse da dietro, mi abbracciò premendo il suo viso contro la mia schiena, le dita delle sue mani incrociate sul mio stomaco. Stringeva forte.
Fuori nevicava ancora.
“Non dimenticarmi” disse sottovoce.
Shane MacGowan continuava a cantare quella singola canzone, nessuno l’aveva ancora fermato.
“Non dimenticarmi” disse di nuovo.
Io guardavo fuori, la neve cadeva.
La voce sporca del vecchio Shane continuava a risuonare

I met my love by the gas works wall

Dreamed a dream by the old canal

Kissed my girl by the factory wall

Dirty old town

Dirty old town

The Pogues “Dirty Old Town”

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6 thoughts on “Cose successe in un’altra vita – Pogue Mahone, la dama, la neve

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