Maradona good, Pelè better, George Best.

-Nel 1969 decisi di smettere con l’alcool e con le donne: furono i venti minuti peggiori della mia vita –
George Best

Me lo immagino così: è sera, fa un freddo cane, la condensa del fiato rimane nell’aria per qualche secondo, prima di disperdersi nell’ambiente intorno. Il pubblico incita, urla, strepita. Le squadre sono allineate per la presentazione di rito. Inni nazionali. L’arbitro porta la palla al centro del campo, testa o croce, campo o palla, iniziate voi.
Johan Cruijff è quello con la maglia arancione, quell’olandese che gioca con il numero quattordici.
Quello con i capelli lunghi, l’espressione seria, il naso aquilino. Quello cui, tra qualche anno, Sandro Ciotti dedicherà un documentario intitolato  Il profeta del gol.
Dall’altra parte, in maglia verde, c’è il numero sette. Il quinto beatle. Quello con gli occhi azzurri. L’ex ragazzino terribile che, dalla lontana Belfast, approdò alla corte di sir Matt Busby all’età di diciassette anni.
Il direttore di gara fischia, inizia la partita. Irlanda del Nord contro Olanda. Quell’Olanda. L’arancia meccanica, la formazione più bella che abbia mai solcato un campo di pallone, l’espressione sportiva del progresso culturale di una nazione. Undici uomini che, mentre tutti gli altri erano ancora ad implementare il catenaccio, giocavano col portiere come libero: le sette meraviglie del mondo condensate in un’unica squadra di pallone, che, come tutte le cose pregne di sentimenti romantici, non ha mai vinto nulla.
Arrivata due volte in finale mondiale, nel ’74 e nel ’78, questa squadra si vide scippare la coppa da una Germania pragmatica e quadrata, nel primo caso, e da un’Argentina padrona di casa e vincitrice d’un mondiale falsato, finto, architettato per dare credito e popolarità ad un regime che, in quegli anni, mieteva vittime su vittime (molto bello, a riguardo, il libro I mondiali della vergogna, di Pablo Llonto).
In quella squadra Johan Cruijff era il cardine, il punto focale, il manifesto d’un qualcosa che ancora non esisteva. Se Sebastian Bach ha posto le basi della musica tonale, Johan Cruijff le ha poste per il calcio moderno.
Ma quel giorno non si giocavano i mondiali, quel giorno era una fredda sera del 1976 – almeno così me la immagino io –  e di fronte all’Olanda c’era l’Irlanda del Nord. Il pubblico urlava, incitava, sembrava di averli in campo. Eppure, in questo frastuono, si percepiva comunque il rumore dell’impatto dei piedi sul pallone, l’ansimare dei giocatori durante gli scatti, le urla per richiamare l’arbitro in seguito d’un fallo subito.
E’ il minuto cinque. In questo frastuono, il numero sette nordirlandese chiama palla e la riceve sul sinistro. Alza la testa, inizia la corsa palla al piede. Dribbla un uomo. Dribbla un secondo uomo rientrando sul piede destro. Non sta andando verso la porta, punta Johan Cruijff. Gli arriva davanti, fa una finta di corpo, lo disorienta e lo dribbla con un tunnel. Poi, come se non stesse giocando una partita di livello internazionale, ma una partitella d’allenamento, calcia via la palla, in tribuna.
E, quando Cruijff si gira a guardarlo, gli dice “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perché io non ho tempo”.
Quel matto si chiamava George Best e non c’è aggettivo più adatto per descriverlo, se non il suo cognome.
E’ stato il primo antieroe del calcio, il primo esempio negativo, il primo giocatore super pagato della storia di questo sport. Lo soprannominarono il quinto beatle per via della capigliatura che portava quando aveva diciassette anni, il giorno che esordì con la maglia del Manchester United.
Era un’ala sinistra che faceva le cose nella metà del tempo che serviva agli altri. Dribblava, correva, segnava e non lo prendevano mai. Mai. E’ uno dei personaggi più romantici della storia di questo sport.
Best è stato il primo giocatore a diventare mainstream in un calcio che era ancora in bianco e nero, il primo a ricevere una sponsorizzazione personale, il primo a finire sui tabloid. Il primo ad avere problemi fuori dal campo. Convisse con l’alcolismo fino al 2005, anno in cui morì a causa di un’infezione epatica. Fu l’unico giocatore, per quanto attestano le fonti, a segnare una tripletta, in stato d’ebbrezza, in una partita ufficiale.
Perché Best non è The Best per le sue abitudini fuori dal campo.
Best era semplicemente divino, quando riceveva la sfera di cuoio tra i piedi.
Contribuì alla vittoria della Coppa dei Campioni del Manchester United nel 1968 e, quello stesso anno, vinse il pallone d’oro. Nel duemila e quattro è stato inserito nella FIFA 100 e, l’anno dopo, è entrato a far parte de Le leggende del calcio del Golden Foot.
E, se l’alcool non fosse diventato il suo migliore amico già a partire dal 1969, probabilmente avrebbe vinto molto, molto di più. George, dico spesso, è il mio nordirlandese pazzo preferito.
Un’artista del pallone che ha, letteralmente, gettato via il proprio talento per ricorrere donne, bottiglie di champagne e macchine di lusso.
Una sua celebre frase recita tutti i miei soldi li ho spesi in alcool, donne e macchine veloci. Gli altri li ho sperperati.
Non un esempio, questo chiaro.
Ma, perdìo, quando correva su quel campo, George era qualcosa di ineguagliabile, qualcosa che, alla fine degli anni sessanta, non esisteva. Perché, se Pelè faceva il funambolo con la palla, dribblava i difensori come fossero birilli, Best faceva le stesse cose al triplo della velocità. Nei filmati di repertorio si vedono i difensori che non sanno dove andare, non sanno dove andrà lui, che regolarmente rimangono fermi e, anche quando corrono per inseguirlo, sembra comunque andare ad un’altra velocità, più lenti.
Perché, come detto, George Best non era uno che passava le nottate nei club e la domenica passeggiava in campo. Altrimenti non avrebbe segnato centotrentasette gol in undici anni con la maglia rossa del Manchester United.
E, nel settantasei, durante quella partita, il più forte di tutti era Cruijff, ma George era sempre Best.
Lo è rimasto sempre, per sempre.


“Perché ti piace il calcio?” mi chiedono, di tanto in tanto.
Ecco, il numero sette, il vero numero sette dei Red Devils, la prima e unica ala dell’Old Trafford è uno dei tanti, tantissimi motivi. Perché, al di là di quello che traspare, il calcio è come un testo letterario: bisogna studiarlo, per capirne la poesia. Entrarci dentro, indagare.
Prima di Cristiano Ronaldo, di Lionel Messi, di Ronaldinho c’era George Best. Ed era pura, scanzonata, autentica poesia.
Perché il calcio non è solo il numero di trofei che vengono vinti. Non è solo ventidue uomini che lottano per conquistare un pallone.
Il calcio è un campo verde, con delle linee bianche, sopra il quale corrono ventidue storie. E alcune di queste storie, cazzo, sono la storia.
Best è una di queste. Le altre, col tempo, arriveranno.
Grazie per il passaggio, la pazienza, il tempo perso.

Steve Harley & Cockney Rebel “You’ve done it all (come up and see me)”

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