Domande immaginate per risposte evaporate in situazioni sorpassate in un inchiostro ormai sbiadito

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Oggi sono pigro e riciclo roba vecchia.
Devo decidermi a fare un backup, cazzo.

Mi trapani il cervello così, inattesa, a metà della seconda canzone, all’inizio della prima strofa.
Saranno gli accordi in do, il riff aperto, la batteria ritmata, il basso acquoso. Saranno queste parole che mi sconquassano e mi violentano l’anima, mi capovolgono e rigirano i pensieri con la violenza d’una bomba al vetriolo.
Saranno le tue mani, che parlano delle due torri di Bologna, di via del Pratello, dei colli, di San Luca, di quella Saragoza Avenue che ho sognato di percorrere non sai quante volte a cavallo del mio bolide, con “White Man In Hammersmith Palais” che mi suona nella mente.
Saranno i tuoi occhi, che odorano del mare di Genova, di via del Campo, del lungo mare intitolato al Faber; che disperdono nell’aria l’odore casalingo di quel piccolo bar in cui bevvi un caffè, quel giorno sereno di metà maggio.
Sarà la tua pelle, che ha disegnate sopra con l’inchiostro simpatico le vie di San Frediano, la veduta di Fiesole, la piazza di Santa Maria del Fiore e quella taverna accogliente e calorosa, ricolma di vino e cibo e notti delle quali scoprire la fine.
Il ritornello mi mozza il fiato, mi ferma il cuore e, in un battito sincopato di ventricoli ansimanti, accendo una sigaretta che vorrei non fosse solo tabacco.
La violenza con cui mi vieni in mente è pari solo alla forza di un fiume in piena, all’impatto che ha avuto la massa d’acqua del Vajont su quel paesino sventurato.
Non so perché, capita.
Saranno i tuoi occhi, così azzurri, ghiacciati, caldi in quella luce fredda e assurda che emanano quando mi fissi, quando mi parli, quando mi sorridi.
Saranno i tuoi occhi così grandi, così capaci di parlare senza l’aiuto della voce, fermi al punto da regalarmi la sensazione che tu possa guardarmi fin dentro quell’anima marcia e rancida che mi ritrovo.
Quegli occhi così forti da essere in grado di occupare i miei pensieri.
E la sostanza, in mezzo  a questo tutto del quale non conosciamo nulla, è che, se ti offro un caffè e il sole scende e la notte si impossessa di noi, se poi ti bacio, se poi ti abbraccio, potremmo mai fare una parte di questo viaggio fianco a fianco, seduti nella stessa carrozza, in due posti numerati vicini?

[E, stavolta, se non ascoltate la canzone siete un pochinino stronzi. Ma vi voglio bene lo stesso.]

 

 

Giorgio Canali “Treno di Mezzanotte”

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4 thoughts on “Domande immaginate per risposte evaporate in situazioni sorpassate in un inchiostro ormai sbiadito

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  1. Poi un giorno mi spiegherai cosa significano per te, queste tre città, che ricorrono spesso nei tuoi post. Bologna, Genova e Firenze. Magari.
    E comunque, questa cosa che hai scritto è davvero bellissima. Non so se gliele hai dette certe cose, ma di certo, sarebbe contenta di sentirsele dire.

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  2. “E la sostanza, in mezzo a questo tutto del quale non conosciamo nulla, è che, se ti offro un caffè e il sole scende e la notte si impossessa di noi, se poi ti bacio, se poi ti abbraccio, potremmo mai fare una parte di questo viaggio fianco a fianco, seduti nella stessa carrozza, in due posti numerati vicini?”
    …ecco, io qui ho avuto un brivido, diamine!

    PS: la canzone l’ho ascoltata, e per fortuna. Enfatizza proprio quel finale.

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    1. Mi piacerebbe poter dire che sono l’uno il figlio dell’altra, ché pagherei per saper scrivere i testi che scrive Giorgio Canali, però è solo il post che deriva dalla canzone.
      La stavo ascoltando mentre scrissi il tutto.
      Il titolo originale, infatti, era “Tutta colpa di Re Giorgio”. 🙂

      Liked by 1 persona

      1. Ok, però mi sembra che possano avere benissimo un senso separatamente, e nello stesso tempo funzionali l’uno all’altra o l’una all’altro….io ci vedo della completezza in tutto questo, fantastico 🙂

        Liked by 1 persona

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