L’europeo che divenne leggenda

drazen

Capita, a volte, di nascere in ritardo rispetto a degli avvenimenti determinanti della storia comune.
O, almeno, rispetto a degli avvenimenti determinanti della storia comune di un qualche ambito.
In ritardo, ad inseguire.

Mamma, mi racconti la favola di Drazen?

 

Una volta, tanto tempo fa, la Croazia non esisteva ancora, almeno come stato. Si chiamava Jugoslavia, era la patria di tutti i fratelli slavi. Era nata dalle ceneri del grande impero austro-ungarico a ovest e dalla ritirata dell’impero ottomano ad est. Venne formata col sangue, attraverso le guerre di Baba Roga ( o Baba Yaga) e attraverso la resistenza all’occupazione tedesca.
E, in un paesino di questa grande nazione chiamato Sebenico, il ventidue ottobre mille e novecento e sessantaquattro (1964) nacque Mozart.
Un altro Mozart, che non componeva musica, non scriveva spartiti. Almeno, non con carta e penna.
Teneva una palla a spicchi in mano, era alto come una montagna e suonava, altroché se suonava.

Mamma, Drazen, racconta di Drazen.

 

Mozart inizia a studiare da compositore in un piccolo club, il Sibenik, nel 1979. Cinque anni più tardi, a non appena vent’anni, decide di spostarsi nella grande città, approdando al Cibona Zagabria. E’ qui che, giovane artista, inizia a comporre i suoi lavori migliori, vere e proprie sinfonie, opere d’arte ineguagliabili.
Tra tutte, il cinque ottobre mille e novecento e ottantacinque (1985), realizza 112 punti in una sola partita, contro l’Olimpija Smelt.
Etereo, imprendibile, ogni palla lanciata verso il cerchio rotondo e rosso suona. Il pubblico va al palazzetto aspettandosi sempre qualcosa di incredibile, perché, se sul parquet c’è Mozart, qualcosa di incredibile accade sempre. Con lui, il Cibona Zagabria vince tre scudetti, una Coppa delle Coppe e, per due volte di fila, la Coppa Campioni.
E, nel mille e novecento e ottantotto (1988), decide di migrare un’altra volta verso una città ancora più grande. E approda al Real Madrid, dove starà un solo anno, vincendo comunque la Copa del Rey e la Coppa delle Coppe, mettendo a segno una sinfonia da sessantadue punti nella finale contro Caserta.

Mamma, di Drazen! Questo non è Drazen! Racconta di Drazen!

Mozart decide di andare a suonare in città ancora più grandi, al di là dell’oceano, perché l’Europa la conosceva ormai tutta e, soprattutto, l’aveva dominata, conquistata, posseduta. Non esisteva campo in tutto il continente dove, almeno una volta, non fosse stata in vigore la legge di Mozart.
E così volò in NBA, nell’Olimpo della palla a spicchi, in un luogo dove nessun europeo, nessuno, era riuscito ad imporsi, né ad essere ricordato.
I primi tempi furono duri, Mozart sembrava aver perso il proprio talento.
A Portland viene trattato come un giocatore qualsiasi, lo accusano di essere egoista, di non passarla mai. Ma Mozart, per comporre, la palla deve averla in mano, deve sentirla, deve picchiarla ritmicamente sul legno e poi liberarla verso i due punti sicuri. Ma, in quella cittadina della California, il pubblico non capiva quell’arte, forse ancora troppo acerba, troppo celata per poter essere chiara a qualunque occhio.
Solo Clyde Drexler, quando Portland lascerà andare Mozart, dirà “Abbiamo scambiato un All-Star”.

Mamma, ma quando arriva Drazen?

Così, Mozart arriva in New Jersey, ai Nets. E ricomincia a comporre la musica che lo ha resto famoso nel vecchio continente. Ai Nets gli danno più spazio, più minuti in campo, più libertà.
In breve tempo i tifosi lo acclamano, le televisioni parlano di lui, sul legno del New Jersey inizia ad entrare in vigore la legge di Mozart.
Ci mette un po’, lavora agli spartiti giorno e notte, migliora se stesso, si allena.
E, un giorno, prima di una partita contro gli Houston Rockets, Vernon Maxwell, guardia militante nella squadra del Texas, dichiara: deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.
Ma Vernon, purtroppo, ignora la vera identità di chi ha davanti, non sa che sta per incontrare un unicum in tutta la storia della palla a spicchi, qualcosa che non passerà mai più.
Mozart scende in campo concentrato, sembra una macchina. Appena iniziata la partita si trova davanti Hakeem Olajuwon, Hakeem The Dream, uno che sarà due volte MVP delle finali NBA, e si presenta: finta il tiro, finta un passaggio e, mentre Olajuwon sta cercando di capire dove sia il pallone, tira e segna due punti leggeri, soavi, sinfonici. La cosa più complicata del mondo, fatta in modo talmente semplice da far credere che possa farla chiunque. Inizia così, chiude segnando quarantaquattro punti con il settantuno percento di realizzazione, cosa che nessun Europeo è più riuscito a fare.
Ma, forse, perché Mozart non era Europeo, né Jugoslavo, né Croato. Forse perché Mozart era nato nella grande nazione del basket, quel luogo-non luogo dove l’arte si fa dinamismo e si condensa in un uomo che libera un pallone verso un canestro.
In un tripudio, quel giorno, l’europeo bianco abbracciava Collison, suo compagno di squadra, a fine partita, mentre il suo nome veniva impresso nel marmo dell’NBA, quel giorno e per sempre.

Ecco Drazen, mamma! Ecco Drazen!

 

D’estate Mozart prese parte, insieme alla sua nazionale, che ora si chiamava Croazia, ad una partita di qualificazione contro la Polonia. Dopo la partita, una volta fatto scalo con l’aereo a Francoforte, decise di proseguire da lì in macchina con la sua fidanzata.
E’ durante quel viaggio che, all’età di ventotto anni, muore in un incidente stradale.
Quando aveva appena iniziato a deliziare l’Olimpo del basket con le sue sinfonie, quando il meglio, ancora, doveva arrivare. Un attimo prima di diventare ancora più grande, ancora più incredibile, ancora più.
All’improvviso non ci fu nessuna sinfonia, nessuna musica.

Nel campetto dove imparò a tirare a canestro, in via Preradovic a Sebenico, una scritta recita:

Durante la tua vita, hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre.

L’eternità. Un nome scolpito col fuoco nella Hall Of Fame del basket mondiale, accanto a quelli di Michael Jordan, Earvin “Magic” Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, John Stockton.
Un nome che non sfigura, che risalta, spicca, brilla. Che, ogni volta che capita di leggerlo, fa scappare una lacrima. Un nome romantico. Tutto quello che sarebbe potuto accadere e non è potuto avvenire.
Il diavolo di Sebenico. Il Mozart dei canestri.
Signore e signori: Mr. Drazen Petrovic.


Drazen, mamma. Com’era bello Drazen quando ci regalava la sua arte.

 

 

-Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse-
Drazen Petrovic

Drew Holcombe “Live Forever”


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