#5 dall’universo postmoderno

Shia LaBeouf in A Guide to Recognizing Your Saints - 2

Ogni tanto mi capita ancora.
Sogni tanto vividi da essere reali. Aprire gli occhi e metterci un po’ a capire che non è accaduto nulla: sono qui, questa è la mia stanza, quelli sono i miei poster. Sono solo. Va tutto bene. Sigaretta.
Qualcuno, poi, mi spiegherà perché le notti sono così silenziose.
Mi disturba il silenzio, ho bisogno di rumore. Costante, incessante, continuo rumore.
A volte dormo con la musica accesa. Rancid 2000 che gracchia dalle casse. E dormo come un bimbo.

Non sopporto il mio silenzio e per questo devo riempirlo: le voci della gente. Le voci degli attori nei film. Le voci dei cantanti. Le parole scritte su carta. Le parole scritte su testate digitali, più o meno ufficiali. Fotografie varie ed eventuali.

Il momento peggiore è un attimo prima di addormentarmi: tutto diventa ovattato, gli occhi si chiudono, l’audio diviene muto, arriva il buio. Sembra di morire. Non mi piace per niente.
Ogni volta che qualcuno parla del sonno dei giusti, giuro, vorrei rompergli il muso. Poi penso che non ha colpe, povero cristo. La mia è solo invidia.

I can’t believe that I still care enough to write

Un mio amico si diverte a dire, quando parla di noi, che siamo una generazione di disperati. Che, se vai a vedere, non ce n’è uno giusto. Che i mattoni del Muro li abbiamo presi tutti sulla chiorba e ci siamo rincitrulliti. Che ci siamo persi per strada perché siamo nati in un mondo senza cartelli stradali.
Senza istruzioni, spazio alla creatività. Puoi diventare tutto. Finisci per non diventare nulla.
Ma lui non vuole essere portavoce di tutti. Quel noi, in realtà, sta ad indicare un gruppo di nove o dieci persone, a seconda dei mesi. Quindi è un piccolo noi. Quindi generazione ‘sto cazzo.
E queste son tutte puttanate, ché il decadentismo auto celebrativo andava di moda nei tempi che furono. Oggigiorno è in voga il post-modernismo. E quindi svaccherò tutto con un: cazzi duri.

At least you know that I care enough to write

Ho un motto, scritto sul muro di camera mia, che recita: get in, get out, get away.
Che forse non è nemmeno un motto. Che, molto probabilmente, è una gran cazzata.
Uscire dalle situazioni.
Non ho mai capito se mi piacciono i film di Sam Peckinpah perché vivo in una fuga costante o il contrario.
Ogni tanto ci ragiono. Non ne vengo a capo.
Però sono pieno di foto dove sono venuto mosso, voltato di spalle.

So pull the curtain up again and get on with this show

Finisce così. Finisce che non parlerò di quello che si muove tra i paragrafi.
E non vi scandalizzate. Scagli la prima pietra chi non ha mai omesso qualcosa, chi non s’è mai dimenticato nulla per strada. Una frase. Un gesto. L’unica cosa importante, necessaria.
Alzi la mano chi, a posteriori, non rifarebbe qualcosa in maniera diversa.
E no, non sto recriminando.
La mia, più che un rimpianto, è consapevolezza. E non è nemmeno un rimorso. Perché, se è vero che ora farei in modo diverso, è altrettanto vero che, tornando indietro, non cambierei le mie azioni.
Col senno di poi son buoni tutti. Non mi fa incazzare quello che ho perso, mi fa incazzare stare a rimuginarci sopra. Ho deciso: io ucciderò il senno di poi. E’ inutile. Serve solo a renderci tristi e noiosi come sono io adesso.
E non ne scrivo apertamente, quando sono di quest’umore, perché è sbagliato ridurre qualcosa grande come il Texas a uno stupido, infimo, putrido e polveroso senno di poi.

Tronco così, bruscamente.
Le cose finiscono quando meno te l’aspetti.

Yellowcard “Awakening”

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3 thoughts on “#5 dall’universo postmoderno

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  1. È sbagliato ridurre qualcosa grande come il Texas a uno stupido, infimo, putrido e polveroso senno di poi.
    Merda, ci penso sempre a quanto è snervante questa cosa del ridurre una cosa grande a una cosa molto meno grande. Perché succede di continuo per colpa delle parole, lo dice anche Stephen King e cazzo l’ha detto proprio bene. Ma anche tu, in effetti. Comunque è una cosa che mi fa incazzare. Mi rende nervosa e mi spazienta. Sempre che si possa dire così.

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