Parte Prima – Quel cazzo di Big Bang

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“Questa canzone è una cazzata!” esclama lei, al secolo Margherita, non appena le casse iniziano a gracchiare.
“Ma se non l’hai nemmeno sentita! Sei prevenuta!” si stupisce Ermes, il volante tra le mani, mentre cerca di non uccidere un kamikaze in bicicletta.
“Ma dai” continua Margherita facendo il verso alla canzone “Il più grande spettacolo dopo il big bang, il più grande spettacolo dopo il big bang, il più grande spettacolo dopo il big bang”.
“Ascolta il testo, imbecille” si stizzisce il conducente dell’auto.
“Sei sempre fissato con ‘sta cosa dei testi. Ascolta quel testo, ascolta quell’altro testo. Riesci a trovare del valore anche in Jay-Z”.
“Quando c’è, stai tranquilla che lo trovo”.
“Sei matto”.
“E tu sei arida” commenta Ermes ridendo, mentre la passeggera sta rubando una sigaretta dal pacchetto appoggiato sotto il freno a mano.
Siamo nel duemila e undici, Monti si è appena insediato al governo senza esser passato dalle urne e, tra qualche mese, il Milan perderà un campionato già vinto, dando così inizio al ciclo di quella che diventerà la Juventus di Conte. Ma a noi queste cose interessano in minima parte, se non per nulla.
Noi, in questo momento, siamo in macchina con Ermes e Margherita, che procedono lenti come i Re Magi in mezzo al traffico di Milano.
Ermes è in fissa, da qualche giorno, con una nuova canzone di Jovanotti intitolata Il più grande spettacolo dopo il big bang e, come avete intuito, sta cercando di tirar dentro questa sua pazzia anche la sua amica.
Io so che non ci riuscirà, lui ancora no.
“Jovanotti era bravo ai tempi di Lorenzo 1994. Quello sì che era un album!” dice lei, mentre Mr. Cherubini sbraita nell’abitacolo.
“Oh, cazzo, a me il testo piace. Punto”.
“Se ti piace il testo, ti piace anche la canzone”.
“Al di là di ciò che si possa pensare” parla Ermes, senza staccare gli occhi dalla strada “Il fatto che di una canzone piaccia il testo, non per forza deve far piacere anche il resto”.
“E’ una cosa che riesci a fare solo tu, sappilo. A me, anche se il testo è bello, la canzone mi fa cagare lo stesso”.
“Perché non vedi le immagini”.
Margherita sorride, pizzica la guancia dell’amico e “Non fare il criptico pensando di dare un contenuto alle cazzate che spari”.
Ermes fa un movimento veloce con la testa, reclinandola rapidamente da un lato come a dire ma vai a cagare, va!
“Certo che è proprio una città di merda” sempre Margherita, con tono arreso, sprofondata nel sedile.
“L’unico modo per risolvere il problema del traffico” dice il ragazzo, mentre cerca di evitare che un pensionato esca dal parcheggio entrando direttamente nella loro macchina “Sarebbe non uscire in macchina in quest’orario da minchioni”.
“Ancora! Lo sai che sennò avremmo fatto tardi”.
“Certo, così però diventiamo vecchi. Non so cosa sia peggio”.
“Sei insopportabile”.
“No, sono fantastico. Il tuo astio nei miei confronti non è nient’altro che la lampante manifestazione di un’attrazione repressa”.
La ragazza dà una manata scherzosa sulla coscia dell’amico che, prontamente, aggiunge “Monella” prima di doversi riparare dai colpi col braccio destro e, contemporaneamente, mantenere la macchina allineata nel traffico con la sinistra.
Stanno andando, i nostri due eroi, all’inaugurazione della casa di un loro amico che –  applaudite signori e signore! – è riuscito in quell’agognata impresa, in quell’eroica epopea, in quell’epico avvenimento che è andare a vivere da soli. E siccome l’appuntamento è per cena, cosa che, generalmente, avviene intorno alle sette e mezza barra otto, e, siccome per arrivare in piazza Bausan alle otto bisogna partire un’ora prima, ecco i nostri imbottigliati nel traffico, più o meno all’altezza di via Melchiorre Gioia.
A un passo dalla meta, ma troppo lontani per poterla vedere ad occhio nudo. Il momento peggiore. Quello che, col tempo, Ermes ha definito il deserto dei tartari al contrario: sai che la meta è vicina, che arriverà, ma devi soffrire come un cane prima di vederla. Soffrire fino al punto da credere di non poterla raggiungere mai. Sì, direte voi, una cosa che non capita solo nel traffico milanese. Per l’appunto, dico io, si potrebbero versare chilometri d’inchiostro riguardo al traffico milanese e a tutte le cose che abbia da insegnare sulla vita. La pazienza, sopra ogni cosa. Il traffico milanese insegna la pazienza e la calma: è come fare un corso di zen con un bonzo senza dover pagare un euro. Le meditazioni contemplative sull’universo e sulle connessioni di fluidi tra i corpi, che avvengono all’altezza di piazzale Loreto alle sei e mezza di sera, sono qualcosa che nemmeno in Tibet riescono a fare.
Per spiegarlo con le parole del buon Ermes “Ho trovato il nirvana. Ero fermo in viale Zara e stavo per scendere dalla macchina, per spaccare la testa di quell’imbecille che ha deciso di fare un’inversione a U incastrandosi sulla banchina e bloccando il traffico, quando – puf! – l’ho raggiunto. Ascoltavo Scar Tissue, il sole stava tramontando, c’erano i riflessi rossi che rimbalzavano sui miei occhi dai palazzi a vetro e la calma mi ha pervaso. E’ stato mistico. Un orgasmo intenso, un brivido elettrico di due ore e mezza. Mentirei se vi dicessi che qualcuno gli dette credito. Ci fu chi, giuro, voleva fargli un test psichiatrico per vedere se avesse i cassetti del cervello in ordine. Cosa sulla quale, vi garantisco, ogni tanto si può nutrire qualche dubbio.
“Parcheggio! Parcheggio! Parcheggio!” urla Margherita, gesticolando come una matta, aumentando il volume del proprio corpo quasi fosse la dea delle otto braccia.
“L’ho visto! E’ un parcheggio, mica la balena bianca” la prende in giro il ragazzo.
“Dopo mezz’ora di giri a cazzo per trovare un posto, a me sembra anche la madonna” risponde seria la passeggera. Lei non ha pazienza, non ne ha mai avuta.
Scendono dalla macchina. Lei si mette a camminare veloce verso la dimora del loro amico comune, lui si accende una sigaretta e la segue con passo cadenzato, flemmatico.
“Devi sempre tenere l’andatura di chi sta andando al patibolo?” domanda lei.
“E tu devi sempre fare il chilometro lanciato?”.
La ragazza si ferma ad aspettare Ermes, le mani sui fianchi, l’aria spazientita.
“Se ti metti anche a battere il piede per terra, potresti essere mia madre quando tornavo a casa tardi a quindici anni”.
“Per quanto il paragone con tua madre, che è una santa donna, mi lusinghi, so che razza di insulto becero e infimo sia questo e quindi” Margherita dà un cazzotto, un cazzotto vero, al suo amico. Alla bocca dello stomaco. Lui si piega in due, si mette a ridere mentre cerca di riprendere fiato.
“Cazzo ridi? Ma incazzati no, una volta tanto!” aggiunge lei.
Ermes riprende la posizione eretta, dopo aver raccolto la sigaretta, che era caduta dopo l’impatto, e ridendo “Sai perché ti ho fatto ascoltare quella canzone?”.
“No, illuminami” è la risposta.
“Perché noi siamo il più grande spettacolo prima del big bang” dice il nostro, prima di rimettersi in cammino verso la meta, fumando a intervalli regolari, procedendo con la sua andatura flemmatica, compassata.
Margherita, che conosce il suo amico e sa che non dice mai nulla per caso, rimane immobile, attonita. Si ripassa in testa quella frase, l’analizza. Cerca di riguardare la scena per capire se stesse scherzando, se la stesse prendendo in giro, o se fosse serio. Il testo lei l’ha ascoltato, sa di cosa parla. Riavvolge l’immagine di lui che parla, analizza il tono della voce, le inflessioni: quando scherza, Ermes usa sempre un tono diverso dal normale, più alto o più basso. Non è mai neutro, altera.
Questa scena non è più lunga di quaranta secondi: lei immobile, guarda davanti a sé. Pensa, ragiona, si tormenta alla velocità della luce. Dire una cosa così grande, utilizzando una canzone così di merda, è in perfetto stile Ermes pensa. E, un attimo dopo, cazzo.
“Che fai, maratoneta, vieni o no?” la chiama il suo amico, una cinquantina di passi più avanti.
Lei si gira, lo guarda.
Cazzo.

Jovanotti “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”

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10 thoughts on “Parte Prima – Quel cazzo di Big Bang

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  1. Sublime, cavolo.
    Quanto adoro i rapporti umani che descrivi, mi piace l’amicizia dalle mille sfumature multicolori…ecco, questo ha il colore della passione, dall’inizio alla fine. E’ sempre lì, latente, quasi tangibile….e la fine è il giusto preludio a ciò che verrà dopo. Sei davvero bravo.
    Un bacio.

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: Ed Felson
  3. Ehi Ragazzo, e io che credevo di avere il copyrigth.. Ed Felson che misi Ed invece di Eddie perchè libero aveva già venduto questo nome. Devo dire che lo ha trattato bene, tanto bene che arrivano anche a me complimenti che non merito perchè non miei. Se solo sapessero la mia incapacità al computer, appena entrati qui capirebbero l’equivoco. E bello il tuo spazio, arioso e poi tu ci sai fare. Non è uno scherzo e non è neppure un rimprovero, se il mio Ed era importante il tuo lo è anche di più. Stammi bene giovanotto e se ti capita fammi sapere il funzionamento di questo tuo spazio complicato. Bun Proseguimento allora e salutami il tuo ED.. Ed Felson (libero)

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