D’inutilità e altre noiosissime discussioni sterili

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Together Wendy we can live with the sadness

I’ll love you with all the madness in my soul

Oh, Someday girl I don’t know when

we’re gonna get to that place

Where we really wanna go

and we’ll walk in the sun

But till then tramps like us

baby we were born to run

 

Ho un mal di testa lancinante. Il mal di testa lancinante, per associazioni mentali varie ed eventuali, mi ha fatto ripensare ad alcune cose. Queste alcune cose  sono annoverabili sotto la voce D’inutilità e altre noiosissime discussioni sterili. E potrei continuare all’infinito con questi collegamenti separati da un punto, ma la ripetitività mi disturba a livello fisico. A parte in Sostiene Pereira di Tabucchi, ché quello è un capolavoro, cazzo.
Dunque.
Berrei anche del whisky, ma alle sette e mezza di sera mi sembra quantomeno prematuro. E poi mi brucia lo stomaco. E poi fa male. E poi siamo talmente ossessionati dalla paura di morire che viviamo da malati per morire sani.
Comunque.
Credo di avere un problema col concetto di amore. C’è qualcosa che mi disturba, che non mi torna, in questa diffusa malattia fatta di zucchero e miele e promesse e, perdonatemi, cazzate.
Questo bisogno di stare dentro qualcosa che sia per sempre non sono mai riuscito a capirlo. Queste canzoni e questi libri in cui la condivisione è un qualcosa di idilliaco, di sempiterno; in cui l’amore è l’unica cosa che conta per risolvere i problemi della vita. Come se bastasse la produzione di endorfina post-coito a far dimenticare che il mondo, in fin dei conti, è un luogo ben brutto. Come se, una volta trovato l’amore, la tristezza, i luoghi oscuri, i cattivi pensieri cessassero di esistere.
Sarà che mi sono sempre state sul cazzo le idealizzazioni. Sarà che non sopporto i palliativi e gli effetti placebo. Sarà che associo gli uccellini che cantano e svolazzano ai rientri a casa alle cinque del mattino, con la testa gonfia e le membra che invocano il materasso.
Allora non mi ami mi è stato detto svariate volte, quando spiegavo che, nonostante tutto, non è che fossi proprio felice come una pasqua. Ché si può anche avere una Ferrari, ma se la strada fa cagare, fa cagare.
E io ho sempre risposto perdindirindina – ché invocare invano il Grande Capo dicono sia illegale ma, al contempo, ben più efficace ed enfatica di qualunque altra accezione – perché non riusciamo a capire che non possiamo salvare le persone, che se la felicità o la tristezza di queste dipendesse solo da noi sarebbe una cosa ben triste?
Ma è un argomento che non è mai stato accolto di buon grado. La gente si incazza, in genere, quando capisce di essere impotente. Perché noi vogliamo avere il pieno controllo su tutto, colti come siamo dalla febbre del superomismo. E quindi non ammettiamo l’esistenza del caso. Non ammettiamo che esista una nefanda e continua evoluzione di eventi sui quali non abbiamo controllo. Anzi, ci ribelliamo a tutto ciò, diventiamo morbosi, paranoici. D’altronde le religioni stesse sono un eccelso tentativo di dare spiegazione ad argomenti che di spiegazioni non ne hanno. Noi dobbiamo inscatolare, catalogare, definire tutto. Sempre. Una persona non può stare male e basta, una persona deve stare male per qualche motivo e noi dobbiamo, vogliamo essere in grado di aiutarla, risolvere tutto. E questa sindrome d’onnipotenza si riversa, per forza di cose, nel concetto, nell’idea che si ha dell’amore.
Solo che quest’ultimo non è vissero per sempre felici e contenti e tutto andò bene e non ci furono più problemi nei secoli dei secoli e il mondo all’improvviso si colorò e divenne una figata, i due trovarono lavoro, comprarono casa, camparono cent’anni.
L’amore, al contrario, potrebbe essere sono qui, adesso e ho scelto te. Sono qui in questo mondo di merda e non dev’essere per forza per sempre. Perché siamo vivi adesso, siamo qui adesso e il domani è una cosa troppo grande per essere sconfitta.
Potrebbe essere. Di certo non pretendo di saperlo io che sono allergico a tutte queste cose.
A tutto questo bisogno di sicurezza. A questo bisogno di definizioni che creano luoghi sicuri.
E’ risaputo che, per quanto grande possa essere una cosa, una volta che viene inserita in una scatola, che viene definita, non diverrà mai più grande di quest’ultima.
E a me le scatole stanno sul cazzo. Come le definizioni.
Come tutti quelli che affidano ad una persona il compito d’essere infallibile, impeccabile, perfetta; il compito impossibile di salvarli.
Nessuno salva nessuno.  Il vero atto di coraggio è affondare insieme.
E’ vero, non credo in niente. Appunto per questo non affido agli altri compiti che non possono svolgere.
Un po’ di tempo fa decisi che non volevo essere salvato, che non c’era nulla da cui dovessi essere salvato.
E poi è assurdo che si affidi ad un sentimento un compito di redenzione sociale. Per quello ci sono innumerevoli teorie pensate apposta per questo, per salvare le persone. E sono lì, ignorate perché obsolete o vecchie o fuori moda.
E’ una cosa che non capirò mai.
Mangiamo il brodo con la forchetta e siamo anche convinti che sia una trovata geniale.
Non ci capirò mai.

Bruce Springsteen “Thunder Road”

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7 thoughts on “D’inutilità e altre noiosissime discussioni sterili

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  1. Io adoro le tue esplorazioni mentali, sappilo.
    Si, il compito dell’amore non è certo la salvezza e nemmeno vi si posso associare le rose e i fiori tutti.
    Non ha definizioni ed è un bene che sia così, che ognuno possa dargli la forma che vuole.
    E’ tutto un continuo movimento, amore compreso, e come diceva Faber: “m’innamoravo di tutto”. Ecco, questa frase mi ha sempre accompagnata, è la mia non-scatola.
    Baci.

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    1. Come già ti dissi, sei troppo gentile 🙂
      Anche a me piace molto “Coda di Lupo” di De Andrè.
      “Quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto”.
      Probabilmente la chiave sta nel non crescer mai
      🙂

      Mi piace

  2. Questa dello scegliere qualcuno adesso, dello scegliersi oggi che non vuol dire che debba essere per sempre te l’ho già sentita dire. Ho già sentito dire anche frasi tipo “Allora non mi ami!”, ed è una frase che mi sta particolarmente sulle palle. Un Po perché di mio, ho sempre fatto molta fatica a coniugare il verbo amare, non perché io creda a un’utopia o cagate varie, ma proprio perché non ci credo e sono la prima ad essere allergica alle definizioni e alle circoscrizioni. Insomma quando una cosa la definisci, la finisci, ecco, come a dire è così, sappiamo che è questo e non può più essere altro all’in fuori d questo, una cosa statica fluttuante, banale. Un Po perché dire “allora non mi ami” chiude un po le porte alle varie interpretazioni. Nel senso, in base a cosa mi dici che non ti amo? Chi decide se quello che faccio o non faccio, se quello che dico o non dico è o non è amore? Posso amarti come voglio e sicuramente lo decido io. Puoi non esse te d’accordo, puoi decidere d’amarmi in modo diverso, puoi decidere di amarmi come meglio credi ma io farò lo stesso, al meglio che posso e come posso e non deve essere per forza uguale al tuo. E ogni giorno potrei decidere di farlo in modo diverso. Boh, non so se sono riuscita a spiegarmi, in ogni caso è un bellissimo post, questo e anche quello di prima. Leggerti è proprio un piacere. Scivoli via come l’olio 😉

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