D’inutilità e altre noiosissime discussioni sterili – Atto Secondo

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Ho già scritto cosa penso riguardo le canzoni d’amore al giorno d’oggi. Delle canzoni d’amore al giorno d’oggi in Italia: a mio parere – personalissimo parere – tutte uguali, un po’ piatte, messe lì a trovare il tempo che trovano.
Nel caso non l’avessi fatto, vi risparmio la mappina. Non direi sicuramente nulla di troppo illuminante, ché la situazione – spero io! – credo sia sotto gli occhi e dentro le orecchie di tutti.

Provo a fare una sinossi della canzone tipo: accordo in do, atmosfera straziante, qualcuno che parla di qualcun altro che se ne è andato o che desidera o che ama e al quale giura fedeltà nei secoli dei secoli perché ha raggiunto la salvezza.
Ok, andate a cagare. E avete anche diserbato le gonadi ripetendo sempre le stesse tre cose.
Dopo una mezza giornata passata a farsi un po’ di ossa in materia, ci si accorge che tutti i testi ruotano  attorno a tre luoghi comuni. E ci si accorge che, di alcuni album, tolta la canzone che viene passata in radio, le altre sono superflue: sono solo una ripetizione con accordi diversi dello stesso argomento.
E, mi chiedo a questo punto, siamo davvero così tristi da non avere null’altro di cui parlare?
Voglio dire, tolti i nostri personalissimi cazzi, non abbiamo nient’altro da poter raccontare, trasmettere, comunicare alle persone?
Finisce davvero tutto così? Un orgasmo e una bella colazione risolvono davvero tutti i problemi?
E non pongo questa domanda retorica perché sono cinico o non voglio crederci. La pongo perché, giuro, di belle colazioni ne ho fatte una pila infinita, ma sinceramente non ho visto migliorare la situazione.
Certo, con la possibilità di produrre endorfina il mondo guadagna del colore – e magari alcune cose pesano un pochino meno – ma da qui a definire il tutto come la salvezza ci passano tre oceani, otto catene montuose, quattro deserti e cinque altopiani.
Siamo sempre lì, all’idealizzazione. Allo spostamento del focus.
Io sono stanco di sentirmi dire le cose come non stanno. Vorrei un testo che mi spiattellasse tutto in faccia, per filo e per segno. Perché non sono assolutamente d’accordo con chi dice che la produzione artistica è un’evasione dalla realtà. Ditelo a Fante, a Faulkner, a Hemingway,  a Dylan per citarne alcuni.
Io mi sono annoiato e non ne posso più di sentirmi raccontare cose che non esistono, di ascoltare resoconti che non sono altro se non arbitrari e circostanziali di qualcosa che è molto più bello se raccontato in modo fedele.
Mi sono stancato dei nuovi artisti prodotti da X Factor, che alla fine sembrano non aver nulla da dire, se non ripetere ciò che è già stato detto dai duemila e novecentosessantanove che sono venuti prima.

Io voglio una cosa ruvida, che mi graffi la faccia. Qualcosa che, mentre l’ascolto, mi faccia male, mi scuota, mi obblighi a muovermi, a sudare, a vibrare.
Ne ho i coglioni pieni di canzoni che ispirano compassione e che vengono buone solo per piangersi addosso, mentre si è in macchina da soli, nel traffico, sotto la pioggia.
Perché una cosa non si divide solo tra lo splendido e il rimpianto.
In mezzo c’è il marcio, il sangue, le lacrime, la gioia, la sorpresa, la sofferenza, la fatica mentre si lotta per ottenere qualcosa, le notti insonni, gli occhi rossi, le sinapsi che non funzionano durante un esame di filosofia politica, le chiamate continentali alle quattro del mattino, i giri assurdi per le edicole per trovare un cazzo di francobollo. Ci sono le idee condivise o contrapposte, le aspirazioni che non coincidono, quelle che coincidono, i ritmi circadiani che non combaciano, l’incontrarsi solo due ore all’alba perché, mentre uno si alza, l’altro va a letto. Le manifestazioni, le litigate, le rotture di palle, la voglia di spaccare tutto, la voglia di fare dei bambini e di non averli più, la voglia di comprare casa insieme e, poi, comprarla da soli.
Non può essere tutto ridotto allo splendido e al rimpianto.
Questa cosa mi manda in bestia e, al contempo, mi deprime.

Saranno gusti, non ne dubito.
Sarà che non rimpiango niente e, di conseguenza, non comprendo questa necessità. Sarà che quello che rimpiango esula dallo scibile umano e quindi non posso che farmene una ragione. Sarà che trovo davvero assurdo il piangersi addosso. Sarà che, come mi ha detto qualcuno, sono di pietra.
Però non mi serve che qualcuno mi racconti solo il bello o solo il peggio.
Voglio qualcosa che mi picchi sul muso, come del resto fa la vita: decisa, ti sbatte sui denti, ti sorprende e ti lascia gioioso e sanguinante con la cosa più bella del mondo tra le mani. E devi essere bravo tu a capire come muoverti, fare del tuo meglio per mantenere ben ferma la presa.
E, mentre lo fai, sanguini: perché non esiste mantenere qualcosa cui si tiene senza soffrire.
Ecco, forse è questo: le canzoni d’amore, oggi, insegnano che le cose sono facili.
Ed è una cazzata.
Non esistono le cose facili.

Vi lascio con una canzone d’amore. O pseudo amore.
L’ha scritta uno che, quando eravamo dei brufolosi quattordicenni che si esaltavano per i Derozer, era mio amico.
Non c’è modo migliore per suggellare questo mio sproloquio, se non con una sua canzone.
Se deciderete di ascoltarla, vi vorrò ancora più bene.
Altrimenti, andate in pace.
Grazie per il passaggio, la pazienza, il tempo perso.

Wet Floor “Il Bello di Marta”

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8 thoughts on “D’inutilità e altre noiosissime discussioni sterili – Atto Secondo

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  1. Ma che figa la canzone! Le cose succedono, ecco tutto!
    A me mentre leggevo me ne sono venute due in mente, motivo? Boh. Forse perché per me sono delle canzoni d’amore, io le canzoni d’amore le intendo così.
    Tu forse non essenzialmente tu_Rino Gaetano
    Disperato erotico stomp_ Lucio Dalla.
    Se non le conoscevi, conoscile. Se le conoscevi, riascoltale. 🙂

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  2. Il più bel post che ho letto da parecchi giorni ad oggi. Letto e riletto. E anche la canzone, ma che gran pezzo, non li conoscevo. Aggiunta alla playlist “Preferiti”. Ecco perché non guardo la tv da tanto tempo, e perché anche in macchina ascolto solo Spotify.
    Le belle parole dette così per dire non sono niente, non lasciano niente. Le parole sincere, quelle si che contano. E non c’è gusto ad avere qualcosa o qualcuno senza esserselo guadagnato, senza aver combattuto con addosso tutti i segni della battaglia, fieri di averli.
    Di bellissime canzoni d’amore del passato ce ne sono tante, ognuno di noi ha le sue, le prime cui penso io sono “Giugno ’73” di De André e “L’ultimo spettacolo” di Vecchioni. Ma se vado sul recente, invece mi rispuntano davanti gli Afterhours, ruvidi e graffianti, come dici te.
    Sarà per il pezzo dell’altro post, sarà che ultimamente ci sto un po’ in fissa, ma ecco “Tutto fa un po’ male” e “Quello che non c’è”. Possono non essere canzoni d’amore, ma anche si.

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  3. Se sici questo tu che sei molto più giovane, siamo messi male. Una volta era la gavetta che faceva emergere i migliori. Purtroppo ilsistema odierno omologa tutto, in tanti settori, anche nel lavoro. E poi le fiction, il gossip… Spero che ce ne siano molti come te per non perdere senso realtà e valori veri.

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    1. Io non parlerei di valori. Parlerei solo, come hai detto tu, del senso di realtà.
      Oggi non si ha la percezione della realtà e, nonostante questo, sento un sacco di persone dire che vorrebbero evadere (da cosa non si sa).
      Raccontare le cose crude, così come sono, a mio parere serve proprio per capire da cosa si vuole evadere, se si vuole evadere.
      Sennò è un desiderio di leggerezza dettato dal nulla, che, quindi, diventa solamente superficialità.
      Non so se ho reso il discorso.
      Il concetto di valore non riesco a prenderlo in considerazione perché non lo sento mio. Probabilmente più per l’uso che ne fanno determinate persone, che per il concetto di valore in sé. E’ stato ripetuto talmente tante volte, da persone che si divertivano col bunga-bunga, che ormai ha perso di significato.
      Forse lo dico anche perché comunque, volente o nolente, sono anch’io figlio di questi tempi e dei bugiardissimi anni ottanta e un po’ ad cazzum lo sono di conseguenza e per forza di cose pur’io.
      Chiedo perdono per la pappina.
      Grazie per il commento! 🙂

      Liked by 1 persona

      1. Il valore è un riferimento – non un limite – che ognuno si da. Senza valori condivisi non si può convivere. È una parola che non mi spaventa ma ti capisco. Qui si apre un discorsone… Alla prossima.

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