Press play, then read

Articolo 31 “Un’altra cosa che ho perso”

Prima: press play.
Then: buona lettura.

Una fotografia a volo d’uccello: questa città marcia, le sue strade morte, l’orrore del Pirellone in lontananza, le sue luci bianche e intermittenti.

Via Palmanova, filari di lampioni con luci gialle, una siepe tra le due carreggiate, macchine in coda al semaforo. Una donna fuma una schifosa Marlboro Light nell’abitacolo d’un altrettanto orrenda Smart.
Piazzale Loreto, l’insegna neon blu dell’Upim, sciame di persone che entrano ed escono dalla metropolitana. Un anonimo mendicante seduto sul gradino d’un portone: “Ho fame” recita il cartello.
Piazza Bottini, il treno per Lecco si ferma in stazione, in ritardo, un’altra volta. L’ex bar Mirò sta chiudendo le serrande, una signora appena uscita si dirige verso il suo Suv bianco, parcheggiato sulle strisce pedonali.
Zona Brera, persone in frac, mocassini ovunque, jeans col risvolto, caviglie in mostra. Una sciarpa di lino bianca entra in un locale, sorride al bancone, paga dieci euro per un Rusty Nail fatto col culo, sorride di nuovo.
Corso Como, luci strobo di discoteche merdose, pupille a spillo e mascelle serrate da impizzati, Porsche Cayenne parcheggiati sul marciapiede, tacchi dodici e barcollanti in minigonne inguinali e paillettes pacchiane come Moira Orfei che balla un Valzer.
Piazza Duomo, camion dell’Amsa  che svuotano i bidoni, lavano il lastricato, tirano a lucido le mattonelle della Galleria. Lampadine gialle dei lampioni riflesse sul porfido lucido, macchie dorate su sfondo grigio, stelle al contrario. Un dipendente del Burger King mangia un panino sui gradini della cattedrale, mastica in fretta: una mezz’ora è troppo breve per sprecarla con un panino.
Via Torino, vetrine dei negozi illuminati, venditori di caldarroste con vecchi guanti di lana. Il due che passa lento e sferragliante, quasi vuoto, rumoroso come sempre. Dove prima c’era la Fnac, adesso c’è un cantiere: “Prossima apertura” recita un avviso. Di cosa, nessuno lo sa.
Piazza Vetra, i cancelli del parco chiusi per tener lontano i drogati, in lontananza il rumore della movida, l’ansia del carnaio stile Rimini di chi pensa sia divertente andare in un luogo dove c’è mezza Milano, metterci un’ora per bere una birra e non aver voglia di prender la seconda per non passare la serata in coda.
Stazione di Porta Genova, il nove fermo al capolinea, un venditore ambulante cerca di vendere qualche cover taroccata, un punkabbestia  col suo fido entra barcollando in un tabaccaio. All’angolo, un gruppo di slavi parla a voce alta, ridono. Una signora di passaggio li guarda male, spaventata.

Una fotografia a volo d’uccello:  questa città marcia, le sue strade vuote, i nuovi grattacieli di zona Garibaldi in lontananza, illuminati. Un pugno in bocca alla decenza.
E nel cielo non c’è Lebowsky, in accappatoio, che plana verso l’asfalto.
Quanto ne avrei bisogno.
Quanto mi servirebbe Drugo, in questo momento.
Cazzo, quanto ne avrei bisogno.

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7 thoughts on “Press play, then read

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  1. Eh…..quanto vorrei Drugo anche io ❤ 🙂
    La tua fotografia è bellissima, ma lui la osserverebbe col mezzo sorriso sornione/beota e ti fisserebbe negli occhi, col suo sguardo perso/assorto, giusto il tempo di finire la birra.
    Amo quell'uomo.

    Liked by 1 persona

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