Breve (non tanto) storia d’un clown decadentista

Leggendo, avviso, potreste andare incontro a concetti truci, turpiloquio in sequela, offese dirette alla morale, all’etica, alla religione.
Quindi, se siete sensibili, non leggete: potreste offendervi.
Dico potreste perché questo disclaimer lo sto scrivendo prima di scrivere il resto.
Lo faccio così, giusto per portarmi avanti.
Perché mi stanno sui coglioni le postille a fondo pagina e per non rompermi il cazzo, una volta finito tutto, a scorrere in su il foglio word e aggiungere un preambolo.
E, forse cosa più importante di tutte, non rileggerò né correggerò: è una cosa che non sopporto, non ho mai sopportato, mai sopporterò.
Andate con Dio, se sapete dove si nasconde.

 

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Breve storia d’un clown decadentista

Rolli una sigaretta, la metti in bocca, l’accendi, aspiri il fumo: non c’è un cazzo da dire, ci sono una montagna di parole da pronunciare.
Solo che muoiono in gola, insieme a te che ti spegni allibito: ti si accusa d’egoismo, in questo tribunale del popolo di quarta serie dilettantistica. Ti si accusa di non esserci quando loro hanno bisogno.
E tu non puoi replicare, non puoi provare a riportare le parti alla ragione: a ogni tua mozione, si aggiunge un’altra accusa. Se dici che invece ci sei, ti viene detto che lo fai solo per dovere. Se ribatti che non è vero, ti viene detto che dai quell’impressione. Se fai notare che la pratica del muro contro muro non ha mai risolto nulla, in nessuno degli universi partoriti dalla mente di Isaac Asimov e men che meno qui, sulla terra, ti viene detto che quello che dici non ha senso: perché loro, gli altri, si esprimono dicendo quello che pensano, nel modo esatto in cui lo partoriscono in testa. E, se provi a far notare – e qui ci starebbe un’imprecazione, ma viviamo in un paese laico in cui la gente si scandalizza per una bestemmia, ma non per un obiettore di coscienza – dicevo, se provi a far notare che esistono tanti modi per esprimere un concetto, ti viene risposto che loro non si limitano, non mutilano i loro pensieri per evitare che qualcuno ci rimanga male. Perché hanno sempre fatto così, con tutti, e non vedono perché non debbano farlo con te.
E allora fumi, pensi, respiri. Perché questo becero gioco della graticola, delle accuse, delle cose non dette e poi rinfacciate all’improvviso ti ha sempre demoralizzato, per non dire depresso.
Pensi che ti stanno accusando d’essere egoista perché tu non ci sei quando loro hanno bisogno, quando loro stanno male. E, di conseguenza, consideri che ti stanno accusando d’essere egoista sospinti a loro volta da egoismo. E, per finire, ti domandi di che cazzo si stia parlando.
Probabilmente del bue che dice cornuto all’asino.
Anche perché, quando tu fai presente che stai male quanto loro, che anche tu hai gli stessi identici problemi, è come se non contasse: tu sei lo stronzo che ha sulle spalle le colpe dell’intero mondo, non hai il diritto di far presente che versi nella stessa situazione. Solo loro hanno il diritto di vomitarti addosso tutto il malessere, la rabbia repressa, la frustrazione, la delusione. Tu no. Tu zitto e ascolta. Perché l’egoista, come sostiene la tesi, sei tu. Chiaro.
E, allora, mentre la pubblica accusa sbrodola frasi senza prender fiato, arringando un pubblico che, già da tempo, non vedeva l’ora di dargli al cazzo d’untore, tu stai lì, in roboante silenzio, e fumi e desideri che una nevicata cancelli tutto questo, che un terremoto sconquassi il terreno, una mareggiata lavi via tutta questa idiozia. Tutta questa pazzia. Tutta questa irrazionale mancanza di sensibilità.
Pensi che anche tu vorresti essere così: in grado di partire in quarta e vomitare accuse ed essere così stupido da restarne convinto, così miope da credere d’avere la verità in tasca. Vorresti davvero essere categorico, vedere il mondo o bianco o nero. Vorresti davvero essere un avvoltoio appollaiato su un albero morto, che non vede l’ora di scagliarsi sul cadavere di turno, partendo a lacerare gli occhi, lasciando le viscere per ultime. Vorresti anche tu startene appollaiato da qualche parte con la fregola, con l’ansia di poter accusare qualcuno d’aver sbagliato, d’avere torto.
Solo che tu non riesci ad essere così. Tu sei quello che scrive disclaimer dove promette fuoco e fiamme, ma poi rimane pacato nell’esposizione perché ha paura che dei perfetti sconosciuti possano rimaner male per qualche parola. Tu sei quello che a un giudice direbbe quello che scrisse De Andrè: se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare.
Non perché sei migliore, ma semplicemente perché non la pensi così. Sei un relativista che non crede nell’assoluto, che pensa che la verità, fondamentalmente, non esista e che la ragione non stia mai da una parte sola. Nei rapporti umani, sia chiaro. Nei fottuti rapporti umani. E aggiungo questa precisazione perché ho pensato che un obiettore di coscienza possa avere ragione, ma no, un obiettore di coscienza non ha ragione. Per avere ragione dovrebbe rivedere le proprie priorità lavorative e scegliere un mestiere nel quale non possa influire sulle decisioni altrui. Perché, giuramento di Ippocrate alla mano, il medico è al servizio del paziente. Sempre.  Dovete mettervi il saio, non il camice, se volete obiettare.

La cosa di cui sei convinto, fermamente convinto, è che, se assecondassi il gioco del muro contro muro, la situazione esploderebbe. Deflagrerebbe.
Ed è buffo che debba essere quello che fa una vita sregolata, cui viene in continuazione ripetuto che deve crescere, che deve smetterla con un sacco di cose infantili, a riportare la ragione nell’aula di tribunale. Ad abbassare i toni. Quello che, se dovesse essere fedele al proprio physique du role dovrebbe alzare i toni, è colui che li abbassa, li mitiga. Ed è, questa, una cosa assurda.

Un concetto che non esprimerò per intero, non ora: tutti criticano il Punk Rock. Dicono sia musica scrausa. Probabilmente perché all’idea di Punk Rock associano i Blink 182, i Greenday, i Peter Punk et similia.
Probabilmente perché si limitano a sentirne solo il rumore, le grida. Perché hanno, nel loro immaginario alla voce Punk, la figura d’un debosciato analfabeta e lurido, sporco, accompagnato da un cane sgangherato.
Io lo trovo il genere musicale più contradditorio e, proprio per questo, più sincero. Vero.
Nel Punk non si perde tempo a circondare la mancanza di concetto con esercizi stilistici impeccabili. E’ il testo, in questo genere, la base della canzone e non il contrario. Per questo non è arte e per questo è vero, vivo, in movimento costante. Una canzone degli Sham 69 è attuale oggi, come era attuale nel 1977. Una canzone degli Area, nonostante quel Dio canoro di Demetrio Stratos e quel genio pazzesco di Paolo Tofani, oggi non sarebbe attuale per niente.
Punk’s not dead non perché lo si possa fare ancora oggi, ma piuttosto perché quello che è già stato fatto è più che sufficiente. Ma io sono di parte.
Nel Punk rivedo quello che è scritto poco sopra: un concetto che ti viene urlato in faccia, senza nessuna preoccupazione che tu possa rimanerci male. E’ preparatorio. E’ ciò che più si accomuna alla vita.
Nel Punk non c’è nessuno che piange: qui accusante e accusato sono sullo stesso piano, duri alla stessa maniera e nessuno si metterebbe mai a lacrimare per una risposta dura ad un accusa altrettanto dura.
Perché è a un livello superiore rispetto alla situazione descritta sopra: dal palco il cantante ti insulta pesantemente e tu puoi rispondere lanciandogli una bottiglia, senza che se la prenda male. Perché fa parte del gioco. Perché nel Punk  tutti, tutti sono consapevoli che, se si fa muro contro muro, la situazione esplode, si fa incandescente.

Loro sono gli Skruigners. E questa canzone è una poesia.
E, se sull’ultimo ritornello dopo la rullata riuscirete a concentrarvi sulla batteria sincopata, gli accordi lunghi e insieme sulle parole, capirete ciò di cui sto parlando.
E, senza rendervene conto, inizierete ad ondeggiare la testa. Sorriderete.
E un attimo dopo, sì, un attimo dopo capirete.
Grazie per il passaggio, la pazienza, il tempo perso.
Ed.

Skruigners “Fiaba”


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6 thoughts on “Breve (non tanto) storia d’un clown decadentista

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  1. Occazzo. Tu non puoi capire, Ma non sai questo post quanto mi sia attuale. E quanto io abbia assolutamente assimilato ogni singola parola che tu hai scritto. E penso forse mi abbia un pò sollevata. Vorrei spiegarti perché ma non credo sia possibile. 🙂 in ogni caso, grazie

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    1. Ovvio! Non volevo assolutamente sminuirli!
      Però, a malincuore, la mia testi è che se uscisse oggi un album come “Crac!”, forse venderebbe dieci copie.
      E’ un discorso sul quale sto lavorando, quello dell’immediatezza Punk. Ascoltare gli Area richiede pazienza, attenzione, cura e tempo.
      Gli Sham 69, per rimanere in argomento post, sono più immediati, vuoi per ritmica, vuoi per parole utilizzate. Quindi più fruibili nell’immediato, più diretti.
      La mia teoria – non ancora completa – è che la musica si sia semplificata con il venir meno, da parte del pubblico, di tempo a disposizione da dedicarci.
      Oggi – ma già a partire degli anni ottanta – i tempi sono molto più veloci: nemmeno il tempo d’inviare un messaggio e già si pretende una risposta. Oggi si può “skippare” da una canzone all’altra con un clic del mouse su I-Tunes o Spotify. Una volta c’era il vinile o il mangianastri e l’album, per forza di cose, si tendeva ad ascoltarlo tutto. Un brano poteva durare sette minuti e veniva passato in radio senza “cut”.
      Per questo dico che gli Area, oggi, non sarebbero attuali, mentre lo sarebbero – lo sono – ancora i vari Ramones, Clash – mi rifiuto di dire Sex Pistols – e Sham 69, per fare degli esempi. Perché sono semplici, le canzoni hanno una durata media molto breve e ascoltarli non richiede troppa attenzione.
      E’ ancora un po’ acerba come teoria e chiedo scusa per il pizzone, però non volevo si pensasse che stessi sminuendo gli Area in generale.
      Fosse per me, andrebbero passati in radio!
      E “L’elefante Bianco” è una sorta di colonna sonora della mia vita. E’ stata la prima canzone “rock” che ho ascoltato, quando ero piccino piccino.
      Ciao, scusa ancora per il papiro!

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  2. Ben venga il papiro, specialmente se parla di musica e di cose interessanti!
    Secondo la tua teoria (e condivido in parte) saremmo prossimi all’estinzione.
    Mi viene in mente che un pezzo come Thick as a brick dei Jethro Tull non passerà mai più in radio (e forse non ci è mai passato)…
    Dobbiamo proprio estinguerci.
    Ciao e grazie per la risposta!

    Liked by 1 persona

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