Don Jon, un film di Joseph Gordon-Levitt

DON JON

Sono un po’ arrugginito, è un po’ che non mi cimento in una pseudo- recensione.
Lo dico subito, in esordio, così siete preparati a quel che seguirà.

Il film in questione si intitola Don Jon, è uscito nel duemila e tredici ed è stato scritto, diretto e interpretato da Joseph Gordon-Levitt.
Non farò una sinossi della trama perché, nel caso vogliate vederlo, non trovo giusto svelarvi lo svolgimento d’un film di un’ora e mezza in quattro righe. Ho sempre trovato le sinossi un qualcosa di irrispettoso, riduttivo. Per fare un esempio, un capolavoro come Drive, in sinossi, apparirebbe come un film muto, nel quale c’è uno che guida e, alla fine, uccide un sacco di persone. Irrispettoso.

La pellicola – mi fa impressione usare una simile parola, che si riferisce a qualcosa di analogico, in un mondo ormai digitalizzato, dove anche al cinema sono sparite le pizze e tutti i film arrivano su una comoda chiavetta blu da quattro gigabyte – comunque, dicevo, la pellicola – o, meglio, la chiavetta – in apertura ci presenta il personaggio di Jon Martello, detto Don Jon, intento alla soave arte della masturbazione tramite porno.
Questo fa il protagonista nei primi dieci minuti: guarda porno e rimorchia donne in discoteca, ci fa sesso e poi torna a guardare porno.
Il suo mondo, al di là di questo, è composto da due amici fedeli e una famiglia con cui si riunisce tutte le domeniche, all’interno della quale non c’è dialogo.
E, ammetto, dopo il primo quarto d’ora ci si domanda come mai lo si stia guardando. Dico davvero. Sembra una delle tante commedie già viste, un po’ American Beauty e un po’ un film di Harmony Korine.
Solo che, poi, inizia la storia, quella vera. E, da quel momento in avanti, sono settantacinque minuti di piacere. E non voglio intendere un modo leggero di passare una serata. Intendo più qualcosa tipo finalmente qualcosa che valga la pena di essere visto.

E’ una commedia, quindi, per forza di cose, tratta gli argomenti senza prendersi troppo sul serio (forse), però almeno tratta degli argomenti. E questi ultimi, cosa rara su uno schermo, sono molto reali, plausibili, veritieri. La storia di Don Jon potrebbe accadere in questo preciso momento, da qualche parte. O magari è già accaduta.
Per disegnare una breve linea evolutiva della storia, senza raccontarla: a un certo punto entra in scena Barbara (Scarlett Johansson) e Jon se ne innamora. Poco dopo, a un corso di formazione cui Barbara lo convince a iscriversi, conosce Esther (Julianne Moore), una donna più grande di lui con un evidente problema di cui non parla. Non vi serve sapere altro riguardo la trama, penso io, e, in ogni caso, esiste internet e, scommetto, avete anche già digitato il titolo del film per sapere di cosa parla. Mascalzoni.

E’ una commedia non banale.
Il primo motivo sta nel fatto che non segue il classico evolvere tipico delle commedie, ossia: inizio, momento allegro, momento triste per commuovere il pubblico, finale felice.
Qui c’è un inizio e, poi, un momento continuo e costante, senza alti e bassi.
Anzi, la retta punta unicamente verso l’alto, ma solo perché durante il film il protagonista cresce e noi cresciamo con lui. Lo seguiamo. E, quando scopriamo a cosa stiamo assistendo, non riusciamo a non dire che figata. E’ uno spaccato di vita reale, si potrebbe dire. Assistiamo a dei momenti di vita di un personaggio e lo seguiamo durante quei momenti. E non ci viene svelato come va a finire. O meglio, ci viene svelato perché tutte le cose che hanno un inizio, hanno anche una fine, ma non sappiamo come finisce per davvero. Possiamo farcene un’idea. In realtà non lo sapremo mai. Il protagonista lo lasciamo durante la scoperta di qualcosa di nuovo, che non aveva mai conosciuto. Ma non sappiamo come si rapporterà a questa nuova scoperta, se crescerà ancora o regredirà, se rovinerà tutto.
Il secondo motivo è la leggerezza con cui viene raccontata la storia.
I fatti, semplicemente, accadono, con naturalezza. E noi, con altrettanta naturalezza, li osserviamo, li guardiamo. Come succede nel mondo reale, del resto: una concatenazione di avvenimenti che si succedono in modo lineare. In modo parimenti naturale ci si accorge che il film è finito come ci si accorge, esempio, che già un anno è passato. Non ci sono espedienti narrativi volti a sconvolgere lo spettatore, né ci sono tentativi patetici di emozionare oltre misura chi guarda. E’ un lavoro sincero: se ti emozioni mentre lo guardi, bene, altrimenti va bene uguale. Lo scopo non è emozionare, ma raccontare. Comunicare, condividere.
Ha valore, questo lavoro, perché non si pone su un piano diverso rispetto a chi lo guarda: qui non c’è nessuno che dice agli altri come dovrebbe essere. C’è qualcuno che racconta come qualcosa potrebbe accadere. Per questo, a mio parere, questo film è passato praticamente inosservato rispetto ad altre pellicole altezzose, altisonanti, che hanno la pretesa di spiegarti come dovrebbe essere la vita.

Poi, io dico questo perché, per me, la storia ha sempre la precedenza sull’aspetto estetico. Il contenuto, per me, viene sempre prima. Quindi, magari, non aspettatevi movimenti di macchina eccezionali alla Steven Spielberg, simmetrie mozzafiato alla Kubrick o un gioco di luci alla Winding-Refn.
Non è un bel lavoro per l’aspetto estetico. E’ un bel lavoro perché, come già detto, racconta con naturalezza qualcosa di plausibile. E, forse è questa la sua grandezza, lo fa senza pretendere che sia qualcosa di unico. Anzi, lo racconta come se fosse qualcosa di già visto, di già accaduto.
E’ questo il punto: in Don Jon niente è spettacolare ed è proprio questo a renderlo, a mio parere, spettacolare.
Come del resto può essere spettacolare incontrare una persona per caso e, grazie a lei, scoprire cose delle quali prima non si aveva idea. Ed è una cosa che potrebbe accadere a chiunque, in qualunque giorno dell’anno. Anche d’inverno.
Per questo vi dico guardàtelo.
Secondo me non rimarrete delusi.

Se dovessi consigliarlo a qualcuno, lo consiglierei a Domenico Mortellaro, un blogger coi controcoglioni, che, sicuramente, riuscirebbe a scriverci qualcosa di più interessante di questa recensione!

The Strokes “Under Cover Of Darkness”

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