Ed per il sociale. In modo, pare ovvio, totalmente sconclusionato

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Quando ascoltai questa canzone la prima volta avevo sei anni.
Il Cd l’aveva comprato mio padre per Natale, insieme allo stereo modulare Yamaha.
Per avere qualcosa da ascoltare subito, per testare la qualità audio.
Era un pacco rosso gigante, in giardino: dentro c’erano il lettore cd, le due casse, l’equalizzatore, il mangianastri e questo disco.

Io ero piccolissimo, facevo la seconda elementare.
E questa canzone la ascoltavo in taverna, mentre giocavo a Donkey Kong, mentre aiutavo quel simpatico gorilla a raccogliere le banane, saltare sulla testa di coccodrilli pirata, cavalcare delfini, volare in groppa ad un’ape gigante.
Ero davvero un piccolo mezz’uomo e non capivo assolutamente di cosa parlasse Mr. Carboni.
Avevo capito che fosse qualcosa d’importante, cui lui teneva molto.
Mi piaceva perché mi piaceva l’idea che lui decidesse di cantare una canzone nonostante tutto, nonostante le guerre, le atrocità. Nonostante il mondo continuasse ad andare.
Mi piaceva perché non avevo nessuno cui cantarla e trovavo fantastico che qualcun altro, invece, lo potesse fare. La ascoltavo pensando che, magari, un giorno avrei potuto dedicarla a qualcuno.
Caso vuole che non l’abbia mai dedicata.
Ok, un po’ perché è Luca Carboni – voglio dire Luca Carboni, cazzo, padre mio te ne possino – e un po’ perché, nonostante non dica assolutamente nulla, ormai sono convinto che questa canzone abbia un contenuto immenso. E quindi è qualcosa di più grande persino d’un anello di diamanti, d’una promessa di matrimonio, d’un mutuo a tasso fisso per una casa in cui invecchiare.
C’è la parte più indifesa, il me bambino che gioca a Donkey Kong, qui dentro.
Che viene preso in giro a scuola perché è grasso, perché sua madre lo veste come un pirla, con quei giacconi datati mille e novecento e settantasei e quelle magliette simil Polo che, cazzo mamma, erano davvero imbarazzanti. E poi le Madigan. E l’obbligo di mettere i sandali d’estate, come i frati, come i tedeschi sul lago di Garda, come i vecchini problematici degli istituti di cura mentale.
Avere due genitori che hanno fatto il ’77 è anche questo: le apparenze non contano e nemmeno tu devi farci caso. Sacrosanto, cazzo. Però se poi a scuola ti prende per il culo anche il bidello, insomma, non è questa gran figata.
E i bambini non è vero che sono cattivi. I bambini ripetono quello che sentono dire dai genitori.

Ogni volta che qualcuno mi sgrida, quando prendo qualcuno per il culo, mi incazzo senza fine.
Mi scatta una specie di molla, di meccanismo automatico.
Quando mi dicono che prendo per il culo qualcuno perché io sono sempre stato apprezzato da tutti, mi incazzo come non mai.
Perché so cosa vuol dire essere sfigati, essere il bersaglio d’ogni tipo di scherzo, essere quello strano che se ne sta seduto in banco da solo.
Perché parli con gli accenti diversi, perché dici “Babbo” per intendere “Padre” e non “scemo”, perché non hai le Nike, perché non ascolti quelle cazzo di tamarrate orrende.
Perché tua madre ti ha comprato un paio di pantaloni della tuta da donna e ti ha convinto che ti stanno benissimo e tu ci hai creduto e poi tutta la scuola ti ha preso per il culo.
E che bella, che bella la seconda media!
E oggi sento parlare di bullismo, sento un sacco di retorica stupida e vuota sul tema. Soprattutto, vedo messaggi progresso dove si invita i bambini a rivolgersi agli insegnanti.
Se potessi dare il mio spassionato consiglio a quei bambini, gli direi di non farlo, di non dire nulla alle “autorità”.
Perché, quando capiscono che sei tutelato da un adulto, sei ancora più un bersaglio e ci provano ancora più gusto, si accaniscono. E il tuo insegnante non potrà mai essere sempre lì per difenderti. Di conseguenza, prima di finire a testa in giù nel buco di una turca, è bene imparare a tutelarsi da soli e poi, solo poi, parlarne a qualcuno. Il bullo è fondamentalmente codardo e insicuro e prende per il culo te perché, in realtà, disprezza se stesso. Non serve la tutela di nessuno, basta non distogliere lo sguardo, fargli capire che non hai paura, né timore reverenziale. La belva attacca sempre il più debole del branco. Il trucco è nel non mostrarsi deboli. E l’eccessiva tutela, a mio parere, non farà altro se non produrre un esercito di persone che cercheranno sempre l’aiuto di qualcun altro, anche quando basterebbe semplicemente non girarsi e scappare.
Ovvio, non parlo dei casi estremi, dei compressori nel culo. Quello non è nemmeno bullismo. Quella è un tipo di violenza che deriva dal non poter accettare di essere omosessuale. Quando c’è di mezzo un culo, il problema è quasi sempre quello.
Parlo del branco, dei gruppi che escludono i diversi, dei predetti diversi che diventano bersaglio facile perché isolati.

In questa canzone c’è tutto questo. C’è tutto l’odio che ho provato durante l’infanzia e nei primi anni d’adolescenza.
C’è tutta l’invidia che stava nel vedere i miei compagni interagire con l’altro sesso, mentre io dall’altro sesso venivo trattato come un appestato. E’ brutto non essere accettati da un gruppo e lo dico senza essermi mai piegato a nessuna regola, senza aver mai comprato nessun Woolrich solo perché lo avevano tutti.
Ed è dura convivere con l’etichetta di sfigato. E’ qualcosa che ti rimane appiccicata alla pelle un po’ per sempre. O almeno finché non ascolti “ATWA” dei System of a Down o “Thanks for Nothing” dei Sum 41.
E forse è anche questo il motivo per il quale non ho mai dedicato questa canzone a nessuno: mi fa sentire un po’ sfigato, un po’ scemo, un po’ incapace.
Mi fa tornare ad essere quel bimbo cicciottello e timido che non sa come rapportarsi con le altre persone, che alle feste faceva il wallflower della situazione (questo, ogni tanto, lo faccio ancora).
Quello che, nelle classifiche di bellezza che le ragazze stilavano alle medie, occupava stabilmente l’ultima posizione, per distacco.

E, quando prendo in giro qualcuno, lo faccio su cose di cui ride anche quel qualcuno.
Non infierisco, mai. D’altronde, se non ho infierito sui miei bulli, perché dovrei farlo con una persona che non mi ha fatto nulla?

Avevo sei anni, ascoltavo questa canzone.
Avevo e ho tutt’ora i genitori migliori del mondo.
Da allora ho fatto un percorso abbastanza guerreggiato per ottenere una discreta stima di me stesso, per diventare quasi una persona.
E, forse, prima o poi riuscirò anche a dedicare questa canzone a qualcuno.

Canzone che, forse, non mi piace per i motivi sopra elencati. Mi piace perché colui che canta è una specie di spettatore delle vite degli altri. Guarda il mondo che passa, le guerre, le atrocità, le donne belle. Assiste, elenca, narra. Canta una canzone anche a se stesso. E poi, solo in ultima battuta, a lei. Lei che, nel mio piccolo immaginario, non avrebbe mai scoperto d’essere la destinataria, semplicemente perché a cantarla era proprio lui, lo sfigato dell’ultimo banco, quello che nelle foto di gruppo veniva tagliato a metà, un po’ dentro e un po’ fuori.
Mi piace perché mi immedesimavo in colui che cantava. Anch’io ero uno spettatore di ciò che accadeva agli altri, anch’io osservavo in silenzio, anch’io ero sfigato come questa canzone.
E’ il motivo per il quale ho imparato a scrivere: raccontare ciò che vedevo, ciò che mi sarebbe piaciuto vivere, tutto quello che non avevo e che avrei voluto.

Grazie per il passaggio, l’attenzione, la pazienza, il tempo perso.
Siate sfigati, siate voi stessi, siate bulli solo con i vostri pupazzi.

Vostro e affezionato, Ed.

Luca Carboni “Ni-Na-Na”

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