Your stats are booming! – della competizione e della collaborazione – dell’invida e della mimesi – di come ci coglionino da piccini – e alla fine ritorno ai giorni nostri.

WordPress mi notifica che my stats are booming!
Ora, che cazzo di notifica è? Per un attimo, in tutta la mia ignoranza telematica, ho pensato che il mio blog fosse sotto attacco. Una volta tornato coi piedi per terra, preso atto della mia reale situazione, mi sono detto “Ma chi cazzo vuoi che ti attacchi? Semmai è un helicobapter che s’è perso”.
Però, visto che c’è sempre un però, grazie a questa pazza notifica, ho scoperto la pagina delle statistiche.
Sì, sono pessimo. Però tenete conto che sono solo tre anni che scrivo in pianta stabile su fogli digitali, ché prima scarabocchiavo pezzi di carta sparsi, quindi potete ben immaginare quali grandi conoscenze io possa avere del mondo dei blog.
Già capire come funzionino i tag, sant’Iddio, è stata una cosa abbastanza complicata.
E, poi, mi chiedo a cosa servano queste statistiche fornite da WP. Ok, a onor del vero devo dire che l’esame di statistica l’ho dovuto ridare sei volte e alla fine il professore è diventato il mio migliore amico, quindi, anche qui, si può ben immaginare la mia comprensione della materia.
Ma la mia riflessione è più terrena, meno matematica: a cosa mi serve conoscere tutti i dati che mi vengono forniti?
Io ho paura che possano scatenare una specie di rapporto morboso, compulsivo del tipo “Oddeoh! Oggi ho accumulato solo cinque like e due commenti! Sono finito!”.
No, grazie, si fottano le statistiche e si fotta pure il fatto che they are booming!
Poi, e questo pare ovvio, meglio good stats than bad stats, però non voglio dipendere da loro. Non voglio ritrovarmi a scrivere un post pensando “Piacerà? Riceverò dei like? Lo leggeranno?”.
Non è per quello che scrivo e, ad esser sinceri, è una cosa che m’è sempre sembrata scorretta: la pratica della captatio benevolentiae  l’ho sempre odiata. L’ho sempre trovata una delle forme di lecchinaggio più antiche del mondo.
E, poi, ho sempre avuto una buona idea dei potenziali lettori, ho sempre pensato che voi non volete dei pompini gratis, alla brutto Iddio, ma qualcosa da poter leggere e con la quale essere in accordo o in disaccordo. Anche perché, alla lunga, ci si scartabella gli zebedei d’essere adulati, credo io.
Quindi, care mie statistiche, v’ho scoperto da poco, siete carine, ma questo rapporto si conclude qui: il miglior coito interrotto della mia vita.

Ho notato che ho preso la brutta abitudine di rileggere ciò che scrivo e, cazzo, addirittura di correggere le ripetizioni. Sto negando le mie stesse credenze. Un pochino mi odio.
Your stats are booming!
Che, poi, è assurdo: si riesce a rendere oggetto di mercato, a rendere una sottospecie di merce anche un blog sfigato di quart’ordine.
Qui non ci sono gli indici di borsa, ma le stats, e la sostanza non cambia: alla fine della giornata chiudi in rialzo, in ribasso, in pareggio.
Che cosa macabra, macabra in un modo atroce.
Your stats are booming!
Così, con questo sistema, si tende ad essere invidiosi dei blog con più followerZ, degli articoli che ricevono più likeS dei nostri. Come a scuola, quando sventolavano il compito del migliore della classe e, fondamentalmente, cercavano di ricordarti il tuo ruolo di inetto.
Fanculo cazzo. Non sono mai stato d’accordo con questo sistema.
La competizione, il povero contro povero m’ha sempre messo tristezza.
Competizione, primeggiare tra straccioni. Anche in azienda, sul luogo di lavoro, istituiscono premi individuali vari e variegati per il più meritevole, il più elegante, il più pulito. Po tagliano cinquemila posti di lavoro e i dipendenti, formiche distratte, non se ne rendono conto perché, cazzo, sono troppo impegnate a scannarsi a vicenda per vedere chi è il migliore.

Io credo che ci sia una cosa chiamata meritocrazia, che è una buona cosa.
Poi credo ce ne sia un’altra, ben più subdola, che consiste nel mettere le persone le une contro le altre per evitare che, insieme, capiscano come fare per cambiare la loro situazione.
Competizione, invidia, principio di mimesi: tutte cose delle quali, prima o poi, mi prenderò la briga di parlare. Non oggi. Oggi sono incazzato.
Your stats are booming!
Oggi, ma anche ieri, il razzismo si basa su questi concetti, sulla creazione di due masse opposte (e qui prendo a due mani da “Massa e Potere” di Elias Canetti), messe l’una contro l’altra. E così ti dicono, ad esempio, che gli immigrati prendono una paccata di soldi e la casa gratis e te, italiano, non hai nulla: in sostanza, tra le righe, ti dicono che gli immigrati sono meglio di te. E te ci credi pure, perché è dai tempi della scuola, da quando ti sventolavano quel compito davanti agli occhi, che ti senti dire queste cose. E’ da quando sei bambino che ti mettono contro qualcuno, che ti fanno altro da altri.
Chissà perché, anche a scuola, non insegnano al migliore a collaborare col peggiore, in modo che il presunto genio possa influenzare il presunto caso disperato. Io credo non venga fatto perché, come la società dei lupi necessita di un alfa e di un omega, anche la società degli uomini si basa su questo principio: creare i primi e creare gli ultimi. E’ una cosa vecchissima. Nella gloriosa città di Atene, mentre Platone cianciava di iperuranio, fuori esisteva una categoria sociale chiamata meteci. A cosa servivano? A nulla, erano solo l’oggetto dell’odio di tutti i cittadini, quando le cose andavano male. Erano un cuscinetto di sfogo, creato per evitare che i cittadini si rendessero conto che le disgrazie erano responsabilità dell’amministrazione e non di quei poveri sfigati che, poveri loro appunto, non ne potevano nulla.
Mica stupidi, i civilissimi greci.
Your stats are booming!
Non credo ci siano tutte queste cose, dentro le mie statistiche che stanno esplodendo.
Mi sono semplicemente venute in mente per associazione di idee.
E sono incazzato. Perché trovo assurdo che non si sia ancora capito che la collaborazione, in potenza, potrebbe far cessare tutte quelle dinamiche di potere su cui si basa uno stato. Potrebbe, quasi, rendere inutile il monopolio dell’uso legittimo della forza da parte di quest’ultimo.
La pace sociale, cazzo. Difficile?

Sì, adesso risalgo sulla DeLorean e torno nel 2014.
Non siate statistici, non siate invidiosi, siate l’aiuto di cui tutti hanno bisogno.
Ma, soprattutto, non fate boom!
Vostro e affezionato, Ed.

Banda Bassotti “Comunicato N.38”

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12 thoughts on “Your stats are booming! – della competizione e della collaborazione – dell’invida e della mimesi – di come ci coglionino da piccini – e alla fine ritorno ai giorni nostri.

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    1. Più che altro io credo si possa dire che, in alcuni casi, la meritocrazia non sia mai esistita. In altri, anche, che ciò che abbiamo oggi è una degenerazione d’un travisato concetto di meritocrazia. C’è un saggio molto bello, scritto da Alfie Kohn, intitolato “La fine della competizione”. Riguardo la situazione scolastica, invece, un testo interessante è “Solo se interrogato” di Domenico Starnone.
      Secondo me la tristezza è la stessa a qualunque latitudine 🙂

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    2. Ovviamente, preciso, i libri sono dei consigli!
      Non voglio passare per quello che crede d’aver la verità in tasca!
      Anzi, probabilmente sparo puttanate a raffica, stile mitragliatrice Gatling! 🙂

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      1. I libri possono essere sempre interessanti da leggere, quindi grazie per i consigli 🙂
        Se parliamo di meritocrazia e del modo di farsi strada che c’è oggi nel nostro paese (a quello io mi riferivo come tristezza), ci sono latitudini ben più felici secondo me.
        Quanto alla scuola, ci sono degli aspetti “sociali” che non possono essere trascurati e che hanno invece un grosso peso: intanto essere i primi della classe non è mai stato figo, anzi.. il presunto genio è spesso l’emarginato della situazione, il “quattrocchi” del primo banco che passa il tempo a studiare invece che a cazzeggiare in giro con gli amici, e i fighetti della situazione sono quasi sempre all’ultima fila, è così oggi così come lo era quando andavo a scuola io. Per quanto il genio possa essere disponibile alla collaborazione, non è assolutamente figo cercare di imparare qualcosa da lui. Con l’aggravante che oggi le famiglie addossano alla scuola e al “sistema” la responsabilità dei fallimenti scolastici dei propri figli, quando invece è proprio con i figli che non si impegnano che se la dovrebbero prendere. Ciò che ci sfugge è che il modo in cui un ragazzo affronta la scuola sarà lo stesso in cui affronterà il resto della vita, e che per come ci stiamo comportando, stiamo creando una massa di invertebrati incapaci di camminare con le proprie gambe. Scusa lo sproloquio, ma ho il dente avvelenato su questo punto.

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      2. Son d’accordo sulle dinamiche sociali che descrivi. Sul resto, mi permetto di fare una precisazione: è cambiata la prospettiva della colpa, è vero, ma non nel senso che dici tu. Rispetto al passato, ora si colpevolizza molto il singolo. Quindi un ragazzo che prende brutti voti, si pensa, è solo perchè non studia. Una volta si sarebbe detto che il sistema, la struttura non gli permetteva d’esprimersi. Oggi si colpevolizza l’individuo. Come, ad esempio, nel mondo del lavoro, dove ti dicono, se non trovi un cazzo di posto, che è colpa tua che non vuoi lavorare, perchè di lavoro ce n’è. Io questo meccanismo l’ho visto iniziare a scuola. Oggi il sistema non è criticabile, se lo critichi sei uno scansafatiche. Così è anche a scuola: al professore non si può dir nulla, sennò non hai voglia di studiare. Che, poi, non ho mai capito che differenza ci sia tra una cosa intelligente detta da uno che ha preso otto e una cosa intelligente detta da uno che ha preso quattro. Poi, chiarissimo, io non dico che la colpa sia solo del sistema e mai dell’individuo. Dico, come per tutte le cose in stretta relazione tra loro (individuo e sistema, in questo caso) che la colpa è nel mezzo. L’individuo che si lascia andare, il sistema (scuola, in questo caso) che non ha intenzione di tutelarlo. Non ho mai visto nessun professore, tolti rarissimi casi, spronare un ragazzo. E come si può pretendere che un sistema così poco inclusivo possa produrre qualcosa di buono? E ai ragazzi non viene insegnato a collaborare, ma a odiarsi, ad invidiarsi per dei voti. Da questo meccanismo, come è logico, è normale che ne esca una forbice molto ampia. Ci sono quelli che reggono la pressione e riescono a primeggiare, quelli che rimangono a metà strada e poi si creano gli ultimi, quelli che dal meccanismo se ne tirano fuori. Forse perchè non hanno voglia, in alcuni casi. In altri, magari, perchè soffrono questa competizione e reagiscono col rifiuto. E quindi vengono totalmente abbandonati. Anzichè fornire strumenti aggiuntivi, ci si basa sulla predeterminazione: chi è predisposto, avanza. Ed è logico che, così, hanno più probabilità di avanzare, specie in scuole come il liceo classico, i ragazzi d’estrazione culturale medio-alta, rispetto agli altri. Quelli, cioè, con un miglior backgorund. E cos’è questo, se non un mantenimento dello status quo, una protezione dell’elitarismo culturale di pochi a discapito di molti? Io penso che, ancora oggi, non si voglia che “anche l’operaio abbia il figlio dottore”, come cantava Paolo Pietrangeli.
        È un discorso complesso, bellissmo. Tu hai detto delle cose molto interessanti e per niente stupide. Perchè oltre a questo, c’è la componente dei ragazzi. Ragazzi ai quali, finchè qualcuno non spiega come si faccia a collaborare, questa cosa non verrà mai in mente. A sedici anni ero talmente orgoglioso che manco morto avrei chiesto l’aiuto di qualcuno. Mi sarebbe piaciuto che qualche adulto m’avesse suggerito quest’opzione, perchè arrivarci da solo, dopo duemila saggi, fa anche un po’ girare i coglioni. Poi, ti dico, se fare il professore non è insegnare alle persone a vivere in gruppo, ma solo enunciare nozioni e dare voti, premiare i più bravi e far finta che gli scarsi non esistano, giuro, posso farlo anch’io.
        Riguardo alla situazione del paese, quando ho scoperto che la repubblica è nata grazie a un referendum pilotato, mi son tornate molte cose! 🙂

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      3. Hai ragione, nella questione delle responsabilità scolastiche la colpa è nel mezzo. Ma questo mi torna con la questione della meritocrazia e non solo. Tutte le professioni dovrebbero essere svolte sulla spinta di una forte motivazione e predisposizione di fondo, ma in particolare quando si ha la responsabilità di persone, medici e insegnanti primi su tutti. Se insegni con competenza e passione per questo lavoro, sarai un professore che cercherà di non lasciare indietro nessuno e insegnerà agli studenti a vivere in gruppo, in ma se lo fai solo per avere il posto statale (come tanti, purtroppo), allora ti limiterai alla lezioncina fregandotene di chi segue e chi rimane indietro.
        Pure sul discorso dell’estrazione culturale rispetto all’avanzamento scolastico ci sarebbe tantissimo da dire, anche per l’evoluzione che c’è stata nel tempo.
        La cultura è figlia più dell’intelligenza che del ceto sociale.
        Mio padre era un operaio dell’acciaieria, eppure a casa nostra i libri non sono mai mancati. Lui non conosceva il latino, ma ci ha sempre spinte a studiare tenendo conto anche dei nostri interessi e senza forzarci verso strade non nostre. Mia sorella ha frequentato il liceo classico e si è laureata, avrei potuto laurearmi anche io ma ho preferito usare il mio 60 di ragioneria per iniziare a lavorare subito ed essere indipendente, e non me ne sono mai pentita. Poi è vero anche che il figlio di un avvocato ha la strada più spianata, ma almeno fino a un certo livello ci possono arrivare più o meno tutti. Il problema più grande si porrà poi per trovare il lavoro per cui si è studiato. E qui si potrebbe aprire un’altra parentesi grossa quanto una voragine.
        L’appiattimento culturale che c’è oggi e che ci viene propinato dalla tv sotto forma di programmi spazzatura ha fatto più danni della grandine. I libri spariscono dalle case sostituiti dalla TV. Il tempo libero dei bambini viene farcito di attività extra scolastiche, danza, calcio, inglese, scherma. Scuole per future veline, futuri calciatori miliardari, futuri manager, nonché parcheggi in cui collocare i bambini mentre noi gestiamo il nostro tempo libero come più ci aggrada. Inseriamo i bambini in meccanismi di competizione del tutto inadatti, basta guardare cosa succede a bordo campo di una qualsiasi partita di calcio tra “pulcini”.
        C’è chi vorrebbe essere più giovane, io mi guardo intorno e sono sempre più contenta d’essere nata nel 1970 invece che vent’anni dopo.

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