Un bigliettino bruciato – Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo – ossia: la società multiculturale, le cazzate sparate alzo zero – ossia: volevo scrivere d’altro, ma sono finito fuori traccia

La canzone giusta, la sigaretta di troppo.
Nemmeno il tempo di posare lo zaino e già bisogna ripartire. E sembra non ci sia mai tempo per niente, nemmeno per fotocopiare una foto assurda e spedirla.
Volevo lasciare un bigliettino, ma la mia coscienza, i miei compagni di viaggio, il sonno mi hanno consigliato di non farlo. E qualcosa l’avevo anche lasciato, ma è bruciato. Bruciato per davvero, mica per finta. Bruciato sempre a causa della mia coscienza.
Che, poi, un biglietto per dirti cosa?
Ho imparato, non ricordo quando, che il valore delle parole è direttamente proporzionale al tempo che si impiega per dirle. Si può, quindi, dedurre quanto poco ne avrebbe avuto un pezzo di carta macchiato d’inchiostro verde.
E dire che, nemmeno tanto tempo fa, l’avrei fatto comunque. Perché, nemmeno tanto tempo fa, questa cosa dell’importanza delle parole la ignoravo e mi piaceva avvolgermi in coperte che puzzavano di gatto e leggere libri seduto per terra, riparato dalla scrivania.

Domani devo ripartire, stasera sono triste: hanno ammazzato Charlie Hebdo.
Fa male vedere qual è, ogni volta, la reazione che provoca la satira. Fa male, più di tutto, sentir dire che è un problema d’immigrazione, di società multiculturale. Sentire l’immancabile Salvini che ciancia di Moschee pericolose, d’invasione, di barconi. Sentir dire che questo è il frutto della predetta società multiculturale.
Fa male, perché sono cazzate. Perché, a un caso, è il contrario: questi fatti sono figli d’un rifiuto della multiculturalità. E non è un problema circoscritto all’integralismo islamico.
Cultura deriva dal latino, precisamente dal verbo còlere, che significa, letteralmente, coltivare. Ne si può dedurre, quindi, che la cultura non è null’altro se non il modo in cui ci si è – perdonatemi la ripetizione – coltivati. E con questo intendo istruiti, arricchiti, formati. Cultura è anche indice di un numero più o meno ampio di abitudini che un determinato gruppo d’individui condivide. Le opinioni personali, le idee politiche, la visione del mondo che possediamo sono frutto di questo coltivarci.
Ora, torniamo al concetto di multiculturalità: si tende a credere, spesso, che questo termine implichi un miscuglio tra noi e dei popoli da noi lontani, come possono essere gli arabi – e che brutto dire gli arabi, che brutto questo ridurre a macrocategorie, a disumanizzazioni dell’umano, degli uomini che hanno un volto, un nome, una storia! –. Io però, dico che multiculturalità non è solo l’incontro tra popoli lontani, dico che, anche all’interno di una stessa nazione – che coincide con popolo, differisce da stato – ci possono essere tante culture diverse. Ad esempio, qui in Italia, secondo voi i leghisti hanno la stessa cultura degli antagonisti dei centri sociali? I laici hanno la stessa cultura delle sentinelle?  – E con cultura non intendo le conoscenze accademiche, ma, appunto, le abitudini, i costumi, le idee –.
Io non credo. Anzi, non possiedono affatto la stessa cultura. Vi svelo un segreto: anche la convivenza tra laici e cattolici è un problema multiculturale. Pensate alle sentinelle, agli obiettori di coscienza, agli anti abortisti, ai, santissimi numi, Legionari di Cristo, all’imposizione del crocifisso al scuola.
Siamo abituati a pensare che la cultura sia condivisa e unica per tutta la nazione, però non è così. Viviamo già in una società multiculturale, da ben prima che arrivassero i migranti arabi, e quindi non vedo come la suddetta tipologia di società possa costituire un problema.
Un ultras della curva maomettana è diverso da un ultras della curva cristiana? Niente affatto. Anzi, è proprio questo il problema: maomettano e cristiano sono entrambi trincerati nel fortino delle proprie convinzioni, nelle idee che vogliono imporre sugli altri. Entrambi, allo stesso modo, vogliono che tutti vivano come vivono loro. Ragionano per assoluti, sono pervasi dall’assolutismo, perché non si mettono in relazione con gli altri, non si inseriscono in un contesto sfaccettato: vogliono che gli uomini e il mondo si adattino alla loro idea, non mitigano l’idea a seguito di un’attenta osservazione dello spazio esterno.
Tutto questo porta all’intolleranza. Tutto questo può portare a una sparatoria nel Charlie Hebdo, come a una manifestazione delle sentinelle, a un medico obiettore di coscienza – che nega un diritto sancito dalla legge ad altri, non a se stesso – o a un simbolo religioso all’interno d’una struttura statale – e quindi laica, dato che l’Italia, fino a prova contraria, si dichiara laica nella propria costituzione –.
Potrete dirmi che sparare è un gesto molto più violento dell’obiettare. Va bene, challenge accepted.
Quello che è successo al Charlie Hebdo lo conoscete, sapete quanto sia brutale ciò che è accaduto, non c’è bisogno di analizzare cosa voglia dire uccidere qualcuno.
Passiamo agli obiettori. A prima vista sembra una cosa innocua, vero? Io non sono d’accordo, vai da qualcun altro. Perfetto. Guardiamo più da vicino: una persona che svolge una mansione dedicata agli altri – che cos’è sennò un medico? – nega a un’altra persona la possibilità di esercitare un proprio diritto. E’ qui la chiave, nel negare ad altri. Impone, si impone su un altro individuo, si impone sulla legge. Determina, decide non sulla propria vita, ma su quella di qualcun altro. Siccome lui non è d’accordo, nemmeno gli altri devono poter godere di quel diritto. Avviciniamoci un altro pochino: lui non è d’accordo, non è d’accordo con una cosa legale, garantita dalla legge. Anziché accettare, tollerare che qualcuno possa non pensarla come lui, decide di rifiutare di collaborare, di partecipare. Però non sta rifiutando di partire militare, cosa che riguarderebbe solo ed esclusivamente la sua persona, la sua vita, il suo essere umano. In questo caso si fa inquisitore, si fa Grande Inquisitore, e dispone, secondo le sue credenze, della vita degli altri.
Proprio come chi spara e uccide. Con risultati diversi, l’obiettore e l’attentatore sono simili. Simili nel loro tenere in ostaggio la vita degli altri – per questa espressione ringrazio sentitamente Jean Baudrillard –.
E il gesto che compiono è violento. In modi diversi, ma violento comunque. Perché imporsi e disporre delle decisioni altrui è esercitare violenza.
Quindi, in conclusione, è morto Charlie Hebdo.
Ma, ancora più in conclusione, stava già morendo da prima e continuerà a morire anche in futuro.
Un Charlie al giorno, in culo alle fiaccolate, finché non si capirà cosa voglia dire davvero con-vivere, tollerare, accettare. Un Charlie  al giorno, finché non si smetterà di asserragliarsi dietro dogmi stantii, politici o religiosi che essi siano.
Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo.

E, riguardo a quel bigliettino, a quella foto da fotocopiare, non ho più nulla da dire.
Non ho tempo.
Non c’è mai tempo, quando bisogna recuperare ciò che ci s’è perso per strada.
Siate satirici, dategli al Salvini, pilotate barconi, costruite moschee e ascoltate buona musica, perché è l’anticamera delle buone idee.
Affezionato e vostro,
Ed.

The Rural Alberta Advantage “Runners In The Night”

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13 thoughts on “Un bigliettino bruciato – Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo – ossia: la società multiculturale, le cazzate sparate alzo zero – ossia: volevo scrivere d’altro, ma sono finito fuori traccia

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    1. Per assurdo, chi esercita la violenza anziché il dialogo, non è che non abbia cultura, ma solo una cultura diversa.
      Sennò – penso ad alcuni passi della Bibbia o del Talmud o del Corano, nei quali si dice che dev’essere presa per buona una e una sola parola, che è quella di Dio, e quindi viene posta la base fondante dell’intolleranza, dato che, se di parola ne esiste una sola, tutte le altre sono errate – bisognerebbe dire che gli Ebrei ortodossi, ad esempio, non hanno cultura. Però non è vero, ne hanno semplicemente una diversa.
      Non volevo fare il bacchettone, sia chiaro. Mi sta solo a cuore questo concetto. Perché non è un problema d’ignoranza, è proprio un problema di cultura. Perché, rimanendo in ambito religioso – ma di esempi ne si potrebbero fare a ventaglio – il prete che sta sul pulpito non è una persona ignorante. Le cose le sa, i libri li ha studiati. Ed è intollerante perché l’intolleranza è l’ovvia conclusione della sua dottrina, che si basa su dogmi insindacabili e, appunto, l’unica parola vera, che è quella del signore.
      Chiedo scusa per il papiro!
      Ciao!

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      1. Sono io che ho invaso il tuo spazio, ci mancherebbe!
        In realtà il problema della cultura è di chi si fa indottrinare da falsi profeti, prendendo per oro colato ogni parola senza la “giusta criticità”.
        Ti lascio con due citazioni
        “Coloro che riescono a farti credere delle assurdità, possono farti commettere delle atrocità.” (Voltaire)

        “Più grande la bugia, più la gente la crederà.”
        (Adolf Hitler)
        A presto leggerti 🙂

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  1. D’accordo.
    Io aggiungerei, alla mancanza di cultura, la fede come fattore puramente negativo, lue dell’umanità.
    Chiunque è libero di avere i propri “amici immaginari”, basta che non rompa le scatole a chi, come me, non crede ed è libero di bestemmiare, scrivere, disegnare e dire ciò che gli pare…

    Liked by 1 persona

      1. Per assurdo, il fedele non bestemmierà mai. La dottrina glielo impedisce. La dottrina gli impedisce anche di riconoscere che, prima del concilio di Nicea (325 d.c.), non era chiaro se Gesù fosse o meno una trinità. Gli Ariani, ad esempio, sostenevano di no. Ovviamente, dopo suddetto concilio, i suddetti Ariani vennero prontamente trucidati in quanto bestemmiatori e blasfemi. Quindi, di conseguenza, dobbiamo definire cosa sia, effettivamente, una bestemmia. Giordano Bruno, per fare un altro esempio, ha preso fuoco in quanto bestemmiatore, anche se la storia, poi, ci ha permesso di scoprire che non diceva cose tanto assurde. Galileo ha rischiato per gli stessi motivi. So che sono argomenti triti e ritriti, ma in questo caso non sono fini a se stessi. Sono esplicativi. La storia ha insegnato che “bestemmia” è ogni cosa con la quale la dottrina non è d’accordo e,quindi, non solo l’accoppiata vincente santo + epiteto.
        Sempre per rimanere in dottrina, Dio, dopo il diluvio universale (se non ricordo male, ma forse era dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra) concesse all’uomo il libero arbitrio, perché non voleva più intervenire negli affari terreni. Libero arbitrio implica un sacco di cose, regala un sacco di diritti, tra i molti anche quello di bestemmiare, visto che poi, ma solo poi, ne si dovrà rendere conto a Dio. Anche a me non piace la bestemmia “a sfregio”, ma con questo non posso dire di non aver mai bestemmiato. Fondamentalmente, ho iniziato quando mi sono reso conto che da un pulpito si possono definire “malate” delle persone normalissime, immorali delle coppie basate sull’amore, puttane delle donne che vogliono l’emancipazione – fu la risposta di Paolo VI ad un attivista che si era fatta ricevere da lui -. Quando, cioè, ho visto che una parte poteva dire sempre ciò che voleva – e chissenefrega della sensibilità e del rispetto dell’altro – e un’altra no, visto che, in uno stato con costituzione laica, la bestemmia è un reato – un reato. E poi stiamo anche a criticare l’Iran e simili -.
        Dico questo, per concludere, perché anche la bestemmia, contraddittoria o meno che sia, è l’espressione d’un pensiero. E, soprattutto in questi giorni, nei quali siamo tutti presi dalla febbre del Charlie Hebdo, viene naturale far notare come questo pensiero sia censurato – come ogni cosa che riguardi la dottrina cattolica, del resto -.
        Nella mia esperienza personale, poi, ho imparato che, chi bestemmia, a modo suo in qualcosa crede. Sennò non esisterebbe distinzione tra atei e blasfemi 🙂
        Chiedo scusa per aver scritto una Stele di Rosetta, ma quando si parla di Chiesa e affini mi sale il delirio.
        Non sopporto chi vorrebbe decidere la vita degli altri basandosi unicamente sulle proprie convinzioni.

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