Io non mi lavo, cioè il Corriere furbacchione della Sera, la morte, la libertà, i diritti e il bene comune

Corriere-della-Sera-Leo-Ortolani

Funziona che, una mattina, ti svegli e scopri che uno dei quotidiani più importanti d’Italia, portatore del buon pensiero, ha utilizzato foto di vignette rubate per realizzare un libro, venduto come allegato del giornale.
Scopri, anche, che il suddetto quotidiano, a domanda diretta da parte degli artisti derubati, risponde che era per beneficenza. Come se questa fosse una giustificazione valida per quello che, a tutti gli effetti, è un furto.
Per un nobile ideale, sostengono loro, abbiamo fatto una cosa poco carina. Come se, di fronte a un bene superiore, dettagli come i diritti d’autore siano una bazzecola che si può benissimo metter da parte.
A pensarci bene, andando oltre questo microfatto e avvicinandoci a qualcosa di più ampio, questo concetto è stato spesso utilizzato: per il bene della patria, per il bene della comunità, per la pace, per la sicurezza nazionale.
Per un ideale, è stato spesso detto durante la storia, è necessario rinunciare a qualcosa. Fossero anche dei diritti. Fosse anche la libertà.
Basti pensare a quanta morte è stata sparsa in nome d’un qualcosa di superiore, di sublime. O, se vogliamo considerare qualcosa di più terreno, basta ragionare su quanti diritti leda il Patriot Act americano per salvaguardare la sicurezza nazionale.
Si fanno dei compromessi, in nome del bene comune. Però, vien da domandarsi, quanto è veramente comune il bene per il quale qualcuno chiede di rinunciare a qualcosa?
Era comune il bene in nome del quale, nel 1914, la povera gente è stata mandata a morire al fronte? Era comune, negli anni sessanta, il bene per il quale dei ragazzi sbarbati sono stati spediti in Vietnam?
E i sacrifici, che la classe dirigente chiede di fare al popolo, sono in nome del bene comune?
E, anche, è corretto rinunciare alla propria libertà per un’idea di sicurezza, stabilità, ordine?
E toglierla agli altri è corretto, accettabile?

Albert Camus, una volta, scrisse che la libertà dell’uomo risiede nella sua morte. Disse che una persona può decidere di spendere la propria vita come meglio crede: al servizio degli altri, per se stesso e in qualunque altro modo. Però, tolto tutto questo, la sua morte è l’unica cosa che gli appartiene. E questa, conclude Camus, è la mia idea di libertà.
Di conseguenza, si può pensare che, ogni qualvolta un uomo non può disporre della propria morte, questo non sia libero. Mettere la propria morte, non la propria vita, al servizio degli altri, significa rinunciare a se stessi, all’essere vivi per se stessi, quindi alla propria vita, quindi alla possibilità d’essere liberi.
E, sempre in nome del bene comune, più d’una volta la morte è stata tolta agli uomini per essere asservita a qualcosa di superiore.
Da qui, volendo, possiamo sostituire morte con qualunque altro diritto considerato inalienabile e arriviamo a una possibile risposta: quella, cioè, che ci dice che siamo liberi finché non entra in gioco il bene superiore.
Quindi, si può dedurre, liberi non lo siamo mai, ché c’è sempre qualcosa di più importante di noi nel nome del quale dobbiamo sacrificarci o in nome del quale costringiamo qualcun altro a sacrificarsi.
Che sia la libertà – paradossale rinunciare alla libertà in nome della libertà – il bene comune, la sicurezza o, arrivando alle cose piccole – ma non per questo meno importanti – la beneficenza.
Io non giustifico il Corriere della Sera, non riesco a fare questo compromesso. Non riesco a dire che, se è per qualcosa di nobile, allora non è tanto grave. E’ grave e tanto.
Perché, questo utilizzato dal quotidiano, è lo stesso concetto che porta a considerare le vittime d’un bombardamento a tappeto come casualties of war, morti necessarie. Necessarie a cosa? Necessarie per la vittoria della guerra e, quindi, accettabili nell’ottica d’un risultato più importante.
Però, mi domando, come può essere più importante un risultato, rispetto alla vita o ai diritti d’un essere umano – e potrei anche metterci gli animali, ma poi diventa un discorso infinito –?
Pensando alle casualties of war, sono le stesse che vorrebbe creare Salvini respingendo i barconi in mare. Ed è davvero una buona idea, in nome della fantomatica sicurezza interna, lasciare morire altre persone, persone come noi, persone che potremmo anche essere noi?

Io credo che non si possa accettare il compromesso, quando questo ci chiede di rinunciare a qualcosa che è parte integrante del nostro essere umani o è parte fondamentale dell’essere umani degli altri.
Credo sia sbagliato disumanizzarsi e disumanizzare in nome di qualcosa di superiore.
Per questo non sono d’accordo con il CorSera nel sostenere che la propria azione sia robetta da poco, un gesto, in fondo, tollerabile.
Perché è lo stesso modo di ragionare che porta a pensare che sia tollerabile rinchiudere delle persone in quello che è un vero e proprio Lager. O che ha fatto pensare fosse tollerabile perseguire e torturare i dissidenti interni degli svariati governi del mondo occidentale e non. O che fosse tollerabile devastare paesi, che già di loro non stavano troppo bene, in nome della guerra al terrorismo.

E non sono indignato, perché s’indigna solamente chi vuole liquidare in fretta un argomento.
Io non sono d’accordo. Non sono d’accordo con questa visione del mondo che considera accettabili i cosiddetti danni collaterali e tollera la censura, le limitazioni alla libertà in nome di Dio, della Patria, del bene comune, dell’ordine e via continuando.

Ho ritrovato, per l’occasione, una canzone vecchia e demenziale. Demenziale fin quando non ci si accorge che ha più contenuto d’un qualunque articolo moderato e ordinato che si può trovare – non so – sull’Espresso o sul Venerdì.
E quanto ci manca, cazzo, quel matto di Roberto Freak Antoni che, una volta, disse che cosa ti vuoi aspettare da un paese che ha la forma di una scarpa?

State attenti a quello che sentite in giro, non indignatevi e considerate che questa cosa del non lavarsi è metaforica, anche se Freak Antoni la considerava in modo letterale.
Vostro e Affezionato,
Ed.

Skiantos “Io non mi lavo”

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