La sinistra – pillole veloci su. Cioè: l’elitarismo, il primato culturale e il suicido.

Pillole veloci.

Parlando del convegno antigay con un mio amico, attivo in un collettivo LGBT (acronimo di LesbicheGayBisessualiTransgender), ho scoperto che, secondo lui, il ragazzo dissidente, che è stato malamente cacciato tra insulti e grida, ha sbagliato. Perché, sostiene questo mio amico, con quella gente non bisogna parlare, bisogna  prenderli solo a calci nei denti. Perché, prosegue sempre lui nella sua teoria, parlandoci, si darebbe valore al loro pensiero.
Quindi, deduco io, una persona che lotta per avere pari diritti, propugna la stessa pillola che subisce quotidianamente. Una persona che si lamenta d’essere repressa e ridotta al silenzio, anche con metodi violenti, giustifica quei metodi applicandoli nei confronti dei suoi avversari politici.
Una persona, soprattutto, che rivendica un primato culturale – ché basta leggere due o tre volantini per capirlo – nei fatti, poi, più che un primato, dimostra d’essere un primate culturale.
Dico io, si fan le battaglie per farsi accettare e, poi, si cade negli stessi schemi di chi non ammette le diversità: e dov’è il progresso culturale in tutto questo?
La stessa persona che manifesta contro la guerra, aggiungo, che propugna la guerra.
Allora, dico io, sarebbe tanto meglio dire le cose per bene: siamo contro la guerra (che fanno gli altri), siamo a favore della libertà d’espressione (nostra).
Perché io mi sono rotto il cazzo di sentire questa storia del primato culturale, questo ritornello del siamo migliori perché vogliamo la libertà, quando poi, nei fatti, si utilizzano gli stessi metodi (d’azione e dialettici) di quelli che vengono reputati inferiori, retrogradi, bigotti.

Che, poi, questo mio amico è lo stesso che s’è indignato per l’uscita brillante di Papa Francesco (se il dotor Gaspari, mio grandissimo amico, dice una brutta parola sula mia mama,  si aspetta un punio! Ma è normale, è normale).E, dico io, che cazzo ti indigni a fare, se poi dici le stesse cazzate?
E’ possibile che vediamo sempre benissimo la pagliuzza negli occhi degli altri e mai – mai, mai, mai, mai, mai – la trave mastodontica conficcata nella nostra retina sanguinante e macilenta?
Non è mai venuto in mente a nessuno che rifiutare il dialogo con qualcuno sia il modo più facile per rimaner convinti d’aver ragione?
Vengono organizzate una caterva di assemblee, di riunioni, di collettivi al grido di confrontiamoci!. Dovrebbero aggiungere il sottotitolo solo con quelli che la pensano come noi!

Poi mi dicono non sei dei nostri, perché non vieni mai alle nostre riunioni.
Che cazzo ci vengo a fare? Farsi i segoni a due mani vicendevolmente sarà anche bellissimo, ma dopo un po’ che stai lì a ripeterti quanto siamo bravi, quanto siamo belli, quanto abbiamo ragione, santi numi, inizi a domandarti se il mondo, là fuori, non stia andando avanti lo stesso.

L’errore storico della sinistra è stato – ed è tutt’ora – ritenere che, chi non la pensa come loro – ahimè, dovrei dire noi – è un cretino. Il confronto è sempre stato interno e mai rivolto verso l’esterno. Negli anni, ho scoperto che il così definito antagonista è l’apoteosi dell’elitarismo, la continua giustificazione della cultura distribuita per classi sociali. Perché, negli ambienti antagonisti, c’è il ribrezzo dell’italiano medio e, se qualcuno non sa qualcosa, non gliela si spiega: gli si dice che è un coglione. La stessa identica pratica che esercitano i professori universitari, i famosi baroni, contro i quali gli antagonisti indicono battaglie e occupazioni.
E, cazzo, se schifi tutti quelli che non hanno le tue stesse nozioni, come puoi pensare di poter divulgare il sapere, del quale ti ritieni unico e legittimo portatore?
E, anche, come puoi fare battaglie dal titolo la cultura è di tutti se tu, in prima persona, ritieni indegni tutti coloro che non conoscono le tue stesse cose?
Come fai a non aver ancora capito che, per vincere una battaglia politica, devi ragionare anche con i moderati, anche con quelli che stanno lì nel mezzo?
E’ inutile, dico io, lamentarsi del fatto che si è una sparuta minoranza, che siamo gli ultimi dei mohicani, se questa ghettizzazione è auto inflitta.

La mia personale idea è che ci sia sempre stata un’elite che ne combatteva un’altra, col popolo nel mezzo. E, del popolo, tutti si sono riempiti la bocca, ma alla fine a nessuno è mai fregato qualcosa.
Perché non si combatte per il popolo, nessuno l’ha mai fatto. Si combatte per il potere, il maledetto potere. Si combatte per comandare, non per la libertà.
E, se non siete d’accordo, trovatemi una rivoluzione – ne basta una – che non si sia rivelata essere uguale all’ordine che virtualmente aveva sovvertito. Trovatemi una rivoluzione che non sia ricorsa ai metodi repressivi del regime precedente, che non sia caduta negli stessi schemi di potere, di dominante/dominato che caratterizzavano il regime precedente.
Trovatemi una rivoluzione che, effettivamente e per davvero, abbia sovvertito un ordine e che non l’abbia solamente sostituito.

Tornando al principio, trovo assurdo che un miope accusi l’altro di non vederci bene.
E ritengo che nessuno abbia un primato culturale sull’altro.
Ritengo che confrontarsi non significhi essere d’accordo.
Penso che, il fatto che io ti ascolti e che parli con te, non m’impedisca, poi, di darti comunque un cazzotto.
Però ritengo sbagliato dartelo a priori, così, perché stai dall’altra parte.
Ritengo sbagliato praticare, nei confronti degli altri, gli stessi metodi repressivi dei quali ci lamentiamo, quando li subiamo. Proprio perché li subiamo, dovremmo sapere quanto siano gretti, bastardi e schifosi quei metodi.
E invece no. Invece si continua a testa bassa, come dei muli.
La capacità d’analisi sta nella stanza accanto alla nostra, quella in cui nessuno è mai entrato.
E, vi giuro, uno di questi giorni mi convincerete a suicidarmi.

Litfiba “Sparami”

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