Parte Prima – Gira così nel bel paese

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Succede ogni volta, ormai da due settimane. Mi siedo, accendo una sigaretta, guardo il foglio bianco e non accade nulla.
Prima le cose uscivano da sole, le parole non avevano bisogno d’essere pensate perché si componessero nero su bianco digitale. E non è che non ci sia nulla da buttar su foglio telematico, anzi. Solo, cazzo, non esce, non viene, non si materializza.
E’ un tempo strano, questo, come del resto già ho scritto. Tutto va in fretta, veloce, rapido. E io non sono bravo a capire le cose al volo, a leggere le situazioni mentre accadono.
Io ho il mio metodo, che implica un avanzamento a cazzo di cane in mezzo agli eventi. Per me, ogni volta, come direbbe il buon Brizzi, è un’ inattesa piega degli eventi.
Non programmo. Non penso. Non stabilisco a tavolino.
Tu mi stai guardando, io sono distratto. Guardo fuori dalla finestra, osservo la strada, i lampioni, le nuvole che passano lente sopra i tetti delle case.
“Sei mai stato innamorato?” mi domandi, rompendo il silenzio, in modo diretto, con voce ferma.
Non è curiosità, sembra un’accusa.
Sono mai stato innamorato? La verità è che non lo so. Una volta avrei detto di sì, avrei risposto che ogni volta, ogni santa volta mi sono innamorato. Come Dylan Dog, che ogni numero s’innamora d’una dama diversa. La verità, però, è che forse lo sono stato per davvero una sola volta e ho dato tutto in un’unica soluzione. La verità, però, è che probabilmente, tutto ciò che è venuto dopo una tal persona, non è stato nient’altro che un pallido emulare qualcosa di perduto. La verità è che, adesso, sono troppo giù di morale per fare questi discorsi, ché non sono discorsi adatti alla malinconia. La verità, cazzo, è che vorrei darti un bacio, ma tu mi stai parlando del tuo amore per un uomo fidanzato da sei anni.
“Sì” rispondo senza togliere lo sguardo dal panorama, senza girare le spalle.
“E come è stato?” prosegui contro il mio tacito volere.
Come è stato? Bellissimo, bruttissimo, fradicio, devastante, stancante, squallido.
“In che senso?” indago.
“Ti è rimasto qualcosa?” specifichi.
Qualcosa. Tanta stanchezza, un po’ di frustrazione, rabbia a scoppio ritardato, la nomea di stronzo.
“Per forza”.
“E ti è servito?”.
Mi è servito? Non rispondo. Non perché non sappia cosa dirti, quanto, piuttosto, perché mi sono reso conto che il disfattismo che mi pervade è in contrasto con la realtà. In fondo, maledetto me, porto dentro tutto questo cinismo e sono ancora qui, al punto di partenza. Al bellissimo.
Ti guardo, ti sorrido, rimango in silenzio, accendo una sigaretta.
Vorrei dirti tante cose, ma non posso. Sarebbe, quantomeno, inopportuno. Ché sono qui per ascoltare la tua sofferenza a causa d’un poveraccio che tiene il piede in due scarpe.
“Una volta” inizio a raccontarti di tutt’altro “ero fuori con gli amici per una birra. Nel locale, a un certo punto, mi sono imbattuto in questa ragazza. Occhi verdi, grandi, capelli rossi. Elettra”.
“Cosa c’entra questo?” m’interrompi con un’espressione corrucciata, dubbiosa.
“Aspetta, fammi finire. Dicevo, ho conosciuto questa donna. Era bella, molto, però era anche fidanzata. Quando le chiesi dove fosse il suo cavaliere, mi rispose che era lì dentro da qualche parte. Ci mettemmo a parlare del più e del meno, accompagnando il tutto con un paio di birre. Del cavaliere, in tutta la serata, nemmeno l’ombra. Dopo due ore fece capolino, guardò me, sorrise a lei e le disse che stava andando non ricordo dove con i suoi compari. Lei disse che andava con loro e lui, sempre sorridendo, rispose che in macchina non c’era posto”.
“Dove stai andando a parare?” sempre tu che indaghi.
“Un attimo di pazienza ancora. Dicevo, lui le disse che in macchina non c’era posto, dopodiché se ne andò così, come se nulla fosse. Gli avrei dato un pugno, ti giuro. Elettra era imbarazzata, credo che un po’ si vergognasse e cercava di giustificarsi dicendo che lui era così, ma che era anche tanto dolce quando voleva. Io ero incazzato nero. Ero più che incazzato. Ero furioso. Così, mentre lei era lì a parlare fitto fitto di quanto quel coglione, alla fine, fosse un buon ragazzo, io la baciai. Ma per davvero, veramente. La strinsi forte e la baciai di slancio, in maniera sincera, senza pensarci. Lei non mi chiese spiegazioni, probabilmente non le voleva sentire. Finimmo la serata chiacchierando di ogni cosa, seduti su un gradino, poi la accompagnai al suo portone a piedi, camminando per venti minuti. La salutai e mi feci altri venti minuti per tornare alla macchina”.
“E quindi?” mi chiedi, aspettando una qualche morale, un qualche messaggio in codice.
“Mi hai chiesto se fossi mai stato innamorato, no? Quella è una delle volte in cui lo sono stato”.
“Di una ragazza fidanzata che hai solo baciato?”.
“Di una ragazza che veniva trattata come fosse un oggetto da un coglione che non dovrebbe meritarsi nulla”.
“L’hai più rivista?”
“Mai più”.
“E come fai ad essere stato innamorato?”.
“Perché se lo meritava”.
E questa mia ultima frase, lo ammetto, può non avere senso, ma tutto dipende da quale lato la si osserva. Dalla giusta angolazione, ha più senso di qualunque altra fregnaccia sui sentimenti e i rapporti e il costruire dei legami. Tutte cose che esistono e non esistono.
“E quindi chi saresti, il padre eterno? Vai in giro e dai alle persone ciò che tu ritieni che esse meritino?”.
“No. Dico che ci sono persone delle quali non ti innamori mai, altre, invece, di cui non puoi fare a meno d’innamorarti. Sono mai stato innamorato? Ogni volta che ho incontrato queste persone”.
E questa, rispetto a quanto sostenevo poco fa, è una versione più veritiera della realtà. E’ irreale, o stupido, direte voi. Per me, almeno, funziona così, stupido o irreale che sia.
Tu mi guardi pensierosa, io sono sempre alla finestra, però adesso ti sto guardando. Non m’ero accorto d’essermi voltato, non m’ero accorto d’essermi messo a guardare i tuoi capelli castani, i tuoi occhi marroni, la tua espressione serena che, sotto, nasconde una rabbia repressa, senza tempo, nascosta. Una rabbia triste, vecchia, figlia di storie che non penso racconterai mai. Una rabbia così simile alla mia, che riesco a riconoscere perché è lo stesso zaino che porto anch’io, tutti i giorni.
“Perché mi hai raccontato questa storia?” mi domandi tu, che forse hai capito, o forse non hai capito nulla e sei solo curiosa. Che forse stai aspettando che io faccia qualcosa che non farò mai, perché non sono capace, perché le cose non so andarmele a prendere con decisione.
“Non credo che lui si meriti una persona come te”.

Ape “Bel Paese”

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5 thoughts on “Parte Prima – Gira così nel bel paese

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  1. In effetti è vero, ci sono delle persone di cui t’innamori subito ed altre di cui non ti innamoreresti mai.
    Poi stare insieme anni è un’altra cosa, ma tu qui parli di innamoramento, quindi va bene così.

    Sulla parte iniziale: capita a tutti di non riuscire a scrivere o, semplicemente, di non aver voglia di scrivere. Sono solo periodi. Poi passano e le parole riprendono a scorrere…

    Ciao!

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