Quello che disse l’uomo che comprò il primo paio di Stan Smith

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“Cristo santo, Claudette!” esclama lui, con tono sommesso “Cosa dobbiamo aspettare ancora? Cosa è rimasto da capire, che non abbiam capito già?”.
Il vento scompiglia i capelli della donna, lui è appoggiato al parapetto. Dietro di loro, il sole rosso tinge l’Hudson e i palazzi e il ponte. Riverberi scintillanti su finestre sigillate.
“Il tempo sta passando, i giorni, le ore, tutto scivola via mentre noi, qui, rimaniamo in attesa del nulla”.
Lei guarda il fiume, lui fissa il suo profilo. Sono distanti. Sono vicini. Sono.
“Non ti sto promettendo l’infinito. O l’eternità. Non ti sto dicendo che ci sposeremo e avremo dei bambini, che compreremo una casa, che avremo un bel lavoro. Non ti sto dicendo che avremo un futuro”.
Una ciocca di capelli castani, in balia del vento, scivola sul viso della donna. Una mano la scosta, una mano smaltata di rosso, una mano di pelle liscia.
“Siamo vivi, vivi adesso, Claudette. Con la nostra paura, la nostra inettitudine, con tutte le cose che vuoi aggiungere. Ma adesso, in questo istante, e, qualunque cosa tu possa dire, non saremo mai più così, come siamo ora. Non potremo mai riavvolgere il nastro, riacciuffare questo momento”.
Occhi femminili scrutano un vecchio rimorchiatore sul fiume, la prua che beccheggia sulle onde, il rumore del motore a gasolio che rimbomba fin sulla riva.
“Io non dico che sarà perfetto, che sarò perfetto. Non posso dirti che ti proteggerò sempre, che sarò sempre qui. Non posso assicurarti che sarò una base sicura su cui poggiarti. Io posso dirti quello che sento, quello di cui ho bisogno. E, Cristo, ho bisogno di te Claudette. Bisogno di te per attraversare questo dannato paese, per arrivare alla fine della strada a vedere cosa c’è. Bisogno delle tue parole, dei tuoi sorrisi. Claudette, è vero, non sto bluffando”.
Una lacrima struscia sulla guancia della donna, piccolo luccichio sottolineato dal tramonto. Vento. Capelli scompigliati. Il rimorchiatore è ormai lontano.
“Non pensavo sarebbe andata così. Quando t’ho detto quella frase, quando t’ho fatto ridere la prima volta, non pensavo avrei avuto bisogno di te in questo modo. Però è successo e negare la realtà sarebbe stupido. E’ stupido, Claudette. E’ stupido far finta di niente”.
Rumore d’accendino coperto dal fruscio dei rami degli alberi, nuvola grigia che si sposta velocemente, dita maschili che cingono con grazia una sigaretta. Sospiro. Pausa. Ripresa.
“Claudette. Come Claudette Colbert. Immagino tu lo sappia e, no, io non sono Clark Gable. Non lo sarò mai, non posso esserlo. Cammino per strada tronfio in queste mie sneakers  e guardo male tutti, tutti. Non ho il miglior sorriso, la miglior parola, il miglior umore. Ho te, però, Claudette. Vorrei avere te, per il tempo che riusciremo a condividere, non un minuto di più, senza obblighi. E mi piace il tuo nome, lo ripeterei senza motivo ogni volta, parlerei di te solo per pronunciarlo. Claudette. Claudette. Claudette”.
Urla di bambini in lontananza, lontani come può essere lontano il resto del mondo in questi momenti. Lei ha gli occhi sull’Hudson, lui guarda il suo profilo. Distanti. Vicini. Così.
“Cazzo, Claudette, non farmi andar via. Non farmi andar via da solo. Vieni con me”.
Lei si gira, occhi lucidi, labbra che si schiudono, nessun suono. Rimane così, ferma, con le sopracciglia leggermente sollevate, a cavallo tra la disperazione e la paura. Nessun suono. Labbra che si ricongiungono.
Sospiro. Pausa. Silenzio. Epiglottide chiusa, bisogno d’aria, mondo che cade. Fine.
Un passo maschile, piede destro, piede sinistro. Labbra maschili che si schiudono.
“Sarebbe stato davvero un bel viaggio”.
Bacio sulla fronte. Bacio al di sopra di occhi lacrimanti. Sopra occhi che dicono mi dispiace.
“Ciao, Claudette”.
Mani in tasca, passi verso la macchina. La donna, ferma, con gli occhi sull’Hudson.
E’ il 1971.
The Pearl è appena arrivato ai Knicks.
E’ uscito il primo paio di Stan Smith.
Lui s’è messo in viaggio verso l’ovest, verso il sole rosso, inseguendo il tramonto.
E lei è ancora lì, in riva all’Hudson, nella sua bellezza, in un quadro perfetto. Come tutte le cose che vorresti mettere in valigia e che, invece, devi lasciare a casa, quando una casa non ce l’hai più.

Off With Their Heads “Clear The Air”

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