Schiacciate play, per favore – o: ships with holes will sink and I will swim

Si fa così: testo della canzone davanti agli occhi, volumi alti a danneggiare le casse, sigaretta tra le labbra, piede destro che tiene il tempo.
E’ un quattro quarti semplice. E’ uno di quei quattro quarti bello da ballare, quando la testa pesa poco, le gambe sono molli e nelle vene il sangue pulsa veloce.
Questa volta dovete proprio farlo, non potete esimervi, sottrarvi.
E’ uno di quei quattro quarti bello da cantare, da cantare cercando con fermezza lo sguardo di chi ondeggia con te. It’s not fair.
Quant’è vero, madonna santissima. It’s not fair.
Tu sei lì e lei è bellissima e si muove con leggerezza, con liquida perfezione, e tu senti le sue mani morbide nelle tue ruvide, il suo fianco levigato, il suo profumo che sa di cose che non riesci a raccontare.
Imprinting. Un profumo che ritrovi spesso, dappertutto, che risveglia in te sempre la stessa sensazione: lo stomaco che si chiude, un freddo improvviso, un Cristo santissimo che rimbomba silenzioso nel lobo frontale. It’ not fair.
Lei è lì che ti guarda, con quei due occhi grandi, cazzo, verdi. Ti guarda, sorride, tu hai il volante tra le mani. Ti guarda, sorride. You know, I’m far too shameful.

Si fa così: il volume dev’essere a livello di disturbo della quiete pubblica, la stanza dev’essere riempita dal vostro volteggiare epilettico, dal vostro sudore, dalla vostra frenesia.
E’ l’ultimo giro di valzer, ragazzi. E’ la fine della storia. Il capitolo finale.
C’è un ragazzo con le pezze al culo appoggiato sul cofano della sua auto, che fuma una sigaretta con rabbiosa frenesia, con gli occhiali da sole posati sul naso, con i capelli arruffati dalla sera prima e se ne sta lì, appoggiato, ad aspettare che lei scenda e lei non scenderà mai.
C’è un ragazzo con le pezze al culo che non riesce a lasciar finire determinate cose, ché determinate cose forse non finiscono mai, o forse finiscono ma rimangono indelebili sulla pelle e, quindi, è come se non finissero. I can’t even sing for words.
Indelebili sulla pelle. Pelle contro pelle, lenzuola arruffate, la convinzione che l’immortalità sia lì a un palmo di mano e tu sei il fottuto Duncan MacLeod della situazione e nessuno, cazzo, nessuno riuscirà a tagliarti la testa. E, invece, alla fine te la tagli da solo, così, con noncuranza. I can’t even sing for words.

Si fa così: schiacciate play e chiudete gli occhi, abbandonatevi alla chitarra distorta e alla batteria ritmica, ondeggiate la testa, godetevi il momento. Godetevi il momento.
E quel profumo sapeva così tremendamente di casa. Quel profumo, quello stare nascosti sotto una coperta che puzzava di gatto, a grattarsi il naso, a ridere, a guardarsi da vicino. Vicino. Vicino tanto quanto un bacio nascosto all’angolo della bocca, come Wendy, come la Wendy di Peter Pan, come quella Wendy.
E adesso è arrivata la primavera e spero che la finestra sia aperta, così che io possa rientrare nella sua stanza. Spero che non sia invecchiata, che non abbia dei nipotini, che non abbia altre cose che, se ci penso, mi spaventano. Perché io non voglio Moira, io non sono quel Peter, sono l’altro, ché io l’assicuratore, il padre, l’adulto non lo farò mai. Sperduto. Non voglio Moira, nessuna Moira. Make time for us.
Uno pensa alle promesse che fa, a quelle che ha fatto, a quelle che ha ascoltato. Uno pensa che c’era tutto un bel progetto riguardante il futuro, un se vuoi, divertiti ora, perché dopo non si potrà più. C’era come l’intenzione di fare le cose seriamente. Non sono stato capace, come non lo è stata lei. Non siamo stati capaci. Make time for us.
Che poi sembra che uno stia male e che si pianga addosso e che non sappia che fare e che si stia lamentando a vuoto, mentre nel mondo tanta gente sta male per davvero. Il punto è che nulla di tutto ciò è vero. Il punto è che, cazzo, quando sai dov’è il nord, perché non dovresti andarci? Make time for us.
Il nord, l’Islanda, il cazzo di freddo che era così bello, quando faceva freddo, perché si prendeva un piumone e si stava accoccolati e vicini a guardare fuori dalla finestra aperta, ché le finestre non devono mai stare chiuse. Fuori dalla finestra. Il vento, il cielo pulito, qualche nuvola, le tinte rosa e arancioni d’un tramonto invernale di fine gennaio. Un gatto che miagolava. E sembrava non esserci altro di cui s’avesse bisogno.

E’ qualcosa di forte. Indelebile come quei pennarelli con cui hai pasticciato l’armadio e che ora non riesci più a cancellare. Come quella scritta, che campeggia tracotante in mezzo a tutte le altre: siamo più forti della fine del mondo. Quante cazzate, vien da pensare. Che grande sconfitta, si aggiunge poco dopo. Che incommensurabile fallimento, anche.
E il bello è che non andrà via, bisognerà buttare l’armadio per cancellarla.
Rimane, come il resto, sotto pelle.
E quando c’è il sole e fa freddo e tira vento, viene spontaneo pensarci, ritornarci, dissodare terreni dimenticati dal signore.
Lei. Col sole sul viso, gli occhi verdi illuminati dal tramonto, una sciarpa di lana che le copre la bocca, i capelli scompigliati dal vento. Sorride. E’ bellissima. E’ lì. E’ lei.

Ships with holes will sink and I will swim.

We Were Promised Jetpacks “Ships With Holes Will Sink” 

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