Lucky You – Lettera per continuare a prendere appunti da te

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La prima volta che ho ascoltato questa canzone era pomeriggio, faceva freddo e il cielo era sereno.
Avevo da poco caricato sull’I-pod la discografia dei The National e, come faccio ogni singola volta, la stavo ascoltando per intero, mentre me ne andavo a zonzo per la città.
Ero in Parco Sempione, guardavo quelle anatre sfigatissime che non migrano mai, o migrano in ritardo e pensavo che, in ogni caso, era Maggio e quindi non c’era bisogno che migrassero. Era semplicemente troppo freddo per essere Maggio.
Ero seduto su una di quelle scomodissime panchine comunali, quelle di legno marcio dipinto di verde. Ero seduto come mi siedo sempre, col sedere appoggiato sullo schienale e i piedi sopra la seduta. Perché sono decisamente più comode, sfruttate in questo modo.
Stavo fumando una sigaretta, come ogni volta, praticamente da sempre. Non c’è foto, video e ricordo in cui io non stia fumando e la cosa inizia a preoccuparmi, inizia a farmi pensare che sia il caso che io smetta.
Ho fumato veramente tanto nella mia vita: tutte le volte in cui non sono riuscito a dire niente, in cui avrei voluto dire qualcosa; tutte le volte in cui non ho dato un bacio, in cui non ho voluto riceverlo, in cui avrei voluto darlo e non ci sono riuscito. Tutte le volte in cui avrei voluto dire ti amo e me ne sono rimasto in silenzio, a guardare un paio d’occhi, ad avvelenarmi con una Lucky Strike.
Avevo la mia felpa verde, le mie scarpe, fedeli compagne di mille avventure, i miei occhiali da sole e le mie cuffie. Avevo i miei pensieri, i miei capelli arruffati, la mia barba incolta.
Sai, ci sono cose, nella vita, delle quali pensi di riuscire a liberarti e invece non te ne liberi mai.
La paura di morire, la paura di fallire. Non essere abbastanza. Dimenticarsi le cose. Dimenticarsi i volti.
Quel giorno, per me, era particolare, come lo è ogni due di settembre da ormai parecchi anni. E’ uno di quei giorni in cui ti alzi al mattino, bevi un caffè amaro, guardi fuori dalla finestra e pensi che il mondo debba lasciarti in pace, almeno per ventiquattro ore.
Come ogni due di settembre, vecchio pirata che sono, mi ero reso irrintracciabile. Telefono spento, ero uscito con la musica nelle cuffie, senza una chiara idea su dove dirigermi.
Ma tu tutte queste cose le sai, le hai sempre sapute, te le ho raccontate. Forse te le ricordi pure.
E’ buffo, fai di tutto per non pensare a determinate cose, ma proprio tutto, e, più t’impegni, più non ci riesci. Alcuni avvenimenti ti rimangono addosso, come la puzza di vernice dopo una giornata passata ad imbiancare, che ti rimane nel naso e continui a sentirla, non riesci a farla andare via.
Alcune cose sono viscose, ti si appiccicano addosso e rimangono lì. E non te ne laverai mai, sentirai sempre quella puzza strana, quel profumo particolare, quell’odore inconfondibile.
Profumi. Profumi che non sopporto più: l’odore dell’incenso e Christian Dior.
Profumi. La memoria olfattiva, tra tutto, è quella che odio di più: richiama le sensazioni più vivide, rende i ricordi reali, come se stessero accadendo un’altra volta, di nuovo. Come se non fossero mai accaduti e li si stesse vivendo in quel preciso momento, mentre le tue narici ti fanno ricordare tutto.
In metropolitana al mattino. In libreria. Al bar. Ovunque.
E anche le canzoni hanno un odore, ognuna uno diverso.
Ero su quella panchina, ero cupo, ero incazzato come sono incazzato solo ogni due di settembre. Cercavo di non pensare a nulla. Poi è partita questa canzone e mi sono trovato a maledire i The National, la lingua inglese e me che la capisco.
Questa canzone che profuma di tutte quelle cose che ci sono meno, o non ci sono proprio più.
Sai, alcune cicatrici, quelle più profonde delle altre, ti fanno cambiare il modo di vedere le cose. Per quanto tu riesca a medicartele, a curartele, queste non smetteranno mai di fare male quando è umido, quando è freddo, quando sta per cambiare il tempo. Sono otto anni che so in anticipo se pioverà o ci sarà il sole.
E otto anni è un tempo decisamente lungo, ma non abbastanza per poter dire che uno s’è abituato. Penso che non ci si possa mai abituare del tutto. Del resto, quando i palazzetti sono pieni, si tende comunque a notare i pochi posti rimasti vuoti. Il vuoto spaventa. Il vuoto risalta. Il vuoto fa incazzare.
Pensa che, una volta, qualcuno è anche riuscito a dirmi che ero arido, perché, secondo quel qualcuno, vivevo la mancanza in modo freddo. E io ho risposto che, se dovevo struggermi fino alla pazzia perché non potevo vedere una persona che avrei visto da lì a tre giorni, cosa avrei dovuto fare per quelle che non avrei mai più potuto vedere?
L’ho pensato per tanto, molto tempo. Seduto sul divano di casa mia, alla luce d’una vecchia lampada, continuavo a ripetermi e ora cosa faccio?
Io sono diventato intollerante nei confronti di chi si lamenta. Di chi si strugge di dolore in modo eccessivo, di chi non si sa rapportare col dolore. Di chi ti dice che non hai un carattere forte e poi ti telefona minacciando il suicidio. E tu mi dirai che sono impietoso, che ogni dolore è particolare per chi se lo vive.
E io ti risponderò che hai ragione, ma ti dirò anche che, se venissi a citofonarti, troverei solo i tuoi genitori, la tua camera vuota, le tue cose impolverate. Perché tu lì non ci sei più e non esiste un altro indirizzo al quale reperirti. Uno esiste, ma non è un luogo allegro.
Non ho l’inferno dentro, questo lo sai bene. Forse l’ho avuto, ma possiamo ben dire d’aver fatto pace. Quel giorno, su quella panchina. Abbiamo iniziato lì. E’ stata la prima volta in cui ho pensato a te senza voler distruggere tutto quello che avessi intorno.
E’ buffo, sai? Il profumo di questa canzone sa di casa, sa di quelle due o tre cose di cui non mi libererò mai. Il mio brutto carattere, te, lei.
L’ho rincontrata quello stesso anno di otto anni fa. A dicembre.
Questa canzone sa di casa perché, se l’avessi scritta io, l’avrei scritta uguale.
E, quando la sentii per la prima volta, su quella panchina, mi veniste in mente con una forza così prorompente che piansi. Giuro. Piansi. E’ stata una delle poche volte in cui m’è capitato e quella era la prima dopo tanto tempo. La prima volta in cui riuscivo di nuovo a lasciar uscire qualcosa senza spaccare niente.
Ti ricordi quella volta in cui ti avevo assillato per farti venire a giocare a calcetto con noi e, poi, m’avevi ringraziato per averti convinto?
Hai accompagnato la frase con una pacca sulla spalla, guardandomi dritto negli occhi, serio.
Avevamo diciott’anni. Eravamo i padroni del mondo. Faceva caldo.
Eri incazzato perché avevamo perso. Eri incazzato perché avevi male al ginocchio.
Era l’ultimo giorno di scuola. E’ l’ultimo ricordo che ho di te.
Ogni tanto ho paura di dimenticarmene, di dimenticare tutto, di perdere tutto per strada.
Poi ascolto questa canzone e mi tranquillizzo e penso che sia impossibile dimenticarsi da dove si viene, a cosa si appartiene.
Tu e lei siete legati a doppio filo, siete la mia bellissima e pesantissima valigia.
E sì, tranquillo, con lei proverò a riprendere il discorso che ho interrotto. Sarebbe stupido non farlo. Sempre per quel discorso che, se citofono a te, non apre nessuno. Se citofono a lei, beh, se citofono a lei la porta si apre e compaiono due occhi verdi. E’ tutta lì la questione: è inutile consumarsi di dolore per delle cose cui ancora si può rimediare, o quantomeno provare a farlo.
Ci hai messo tanto, ma alla fine sei riuscito ad insegnarmelo.
Un sacco di parole, lo so.
Però era da tanto che non parlavamo e ho ancora un sacco di cose da dirti.
Ti ho aggiornato sugli ultimi avvenimenti?
Devi sapere che…

The National “Lucky You”

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