La corte suprema di Strasburgo – Le cazzate – Carlo – Federico

E Federico se n’è andato via da solo
Carlo ha posato per i fotografi nudo

Avevo dodici anni.
Era l’ora di cena.
Era il venti luglio.
Faceva un caldo insopportabile.
Mio padre guardava la televisione serio, aveva le mascelle serrate.
 Hanno ucciso un compagno.

Io non voglio mettermi qui a discutere dei perché, dei percome, di tutte quelle speculazioni che, dopo, gli sono state montate intorno.
Il proiettile ha colpito un sasso lanciato in aria.
E’ stato un colpo di rimbalzo.
Era un facinoroso che, anziché andare in gita al mare, ha deciso di scendere in piazza a far casino e infatti aveva il costume da bagno sotto la tuta, e gli sta bene.
Non mi interessa.
Non mi interessa avere ragione, o che qualcuno me la dia.
Io so che Carlo aveva più o meno l’età che ho io adesso.
So che sul suo corpo la camionetta c’è passata sopra due volte, a marcia indietro e a marcia avanti.
So che il suo cadavere è stato preso  a calci.
So che quel cadavere potevo essere io.
Mi basta questo, non ho bisogno di avere ragione.

Abbiamo vinto la guerra (eeeeeeeeh!)
E neanche ce n’eravamo accorti!

Condanne, o presunte tali.
Condanne, indignazione svariata e variegata.
Facebook invaso, Internazionale che stampa un articolo al minuto.
Com’è bello lucrare sulla morte degli altri.
Sulle menomazioni.
Sui traumi.
Sulle notti senza sonno.
Sugli attacchi di panico nelle piazze affollate.
Quant’è bello speculare, dopo aver taciuto quando era il momento di parlare.
Di denunciare.
Di incazzarsi.
Di scrivere cose che non fossero banalità, di cui nessuno aveva bisogno.
Ridateci Carlo.
Ridate i reni spappolati, i denti, le articolazioni, i polmoni, le gambe, il bacino, la vista, la serenità, la gioia alle persone che l’hanno persa sotto i colpi dei tonfa illegali usati al contrario.
Sotto i lacrimogeni sparati altezza uomo.
In mezzo alle cariche dei blindati, agli sputi dei marescialli, ai soprusi di Bolzaneto.

Se non potete, state zitti.
Perché questa è una vittoria di Pirro.
E’ una vittoria del cazzo.
In cui nessuno ha pagato, né mai pagherà.

Ma chissà se è vero il trambusto che si sente
Quando un paese intero applaude con lo sfollagente

E’ la frase che urlo sempre più forte, quando la canto.
Che ogni tanto mi fa piangere.
E Federico se n’è andato via da solo, Carlo ha posato per i fotografi nudo.
Non vuol dire niente.
Vuol dire tutto.
Vuol dire che, mentre stai tornando a casa in motorino, quattro poliziotti ti fermano.
Ti ammanettano.
Ti picchiano.
Rompono due manganelli sul tuo corpo.
Ti lasciano per terra, legato, a soffocare nel tuo stesso sangue.
E dopo, nei video, ridono.
Come quel giorno a Genova, dove nelle intercettazioni si sente dire siamo uno a zero per noi.
Uno a zero.
Due a zero.
Avevo sedici anni, Federico ne aveva due più di me.
In quel caso avrei potuto seriamente essere io.
In quel caso era ben più reale.
Ben più immediata l’immedesimazione.
Quando ne avevo dodici, certe cose non potevo capirle.
Le avrei capite col tempo.
Quando morì Federico capii tutto.
E lo capii subito.

Non mi interessa avere ragione.
Non è la ragione che ti fa rimanere in vita.
Che impedisce a qualcuno di abusare del suo potere su di te.
Che impedisce allo stato di perpetrare il suo legittimo e monopolizzato utilizzo della forza sugli inermi, sui ragazzi, su chi non può difendersi.
Che impedisce di dire che sparare in mezzo agli occhi a un ragazzo con un estintore in mano sia legittima difesa.
Non è la ragione.
Che impedisce di dire a tutti i moderati da divano che, in fondo, il ragazzo con l’estintore se l’è cercata.
E allora se l’è cercata anche Federico, che ha risposto male.
E me la sono cercata anch’io un sacco di volte.
E ve la siete cercata anche voi, se mai avete avuto vent’anni.
Se mai avete avuto un’adolescenza.
E se la risposta è sì ma… allora no, non l’avete avuta e non sapete di cosa si sta parlando.

La corte Europea di Strasburgo condanna i fatti di Genova.
Non me ne frega un cazzo.
Non ho bisogno d’essere coccolato dalla stessa mano che m’ha picchiato.
Non ho bisogno d’una sentenza emessa dalla stessa corte che ha giudicato legittima difesa lo sparare in faccia a un ragazzo con un estintore.
Ridateci Carlo.
Ridateci Federico.
Riprendetevi le botte, gli sputi, gli insulti, i soprusi, le grida.
Mettetevi in culo ogni singolo lacrimogeno illegale CS.
E mangiatevi la carta riciclata su cui avete scritto sentenze tardive, che servono solo a riaprire ferite che, sicuramente, non si chiuderanno grazie a voi.

Balla, che chiunque un giorno ballerà
Guardando sotto i piedi leggerà il tuo nome: libertà

A me non importa nulla degli slogan.
Dei vari sono STATO io del cazzo che si son letti.
Degli hashtag.
Dei link.
Delle condivisioni.
Dell’indignazione su facebook.
Perché provengono dalle stesse persone, dalle stesse menti che, vedessero le barricate per strada, condannerebbero senza remore gli atteggiamenti facinorosi dei manifestanti, che non hanno rispetto del suolo pubblico.
Non sono pacifista, sono pacifico.
Non credo che prenderne tante, senza darne, faccia avere più ragione.
Anche perché, come ho detto, la ragione non serve a niente.
La ragione la fa chi vince.
Chi detiene il potere.
Chi porta la divisa.
Noi non l’avremo mai.

Come non riavremo mai Carlo.
Come non riavremo mai Federico.
Come non riavremo il prossimo ragazzo che risponderà male a un posto di blocco, o proverà a difendersi dalle cariche dei blindati.
Ma è colpa nostra, dovremmo restare a casa.

Potevo essere io.
L’ho pensato e lo penso ogni volta.
Questo rende inutile qualunque pezzo di carta stampato da qualsivoglia ente.
Perché potrei ancora essere io.
Potreste essere voi, o vostro figlio, o un vostro amico.

Per questo ci ballo su.
Per questo mi piace questa canzone.
Per questo questa canzone mi commuove.
Perché tanto vale ballare leggeri, scalzi.
Come se non ci fossero problemi.
Come se a vent’anni non fosse possibile morire.
Come se le cose brutte fossero solo i racconti di guerra dei nonni e dopo, dopo sia cambiato tutto per davvero.
Come se Carlo.
Come se Federico.
Come se io.
Come se tu.
Come se voi.
Come se.

E i tuoi piedi veloci hanno scritto
Centinaia di romanzi già

Lo stato sociale “Abbiamo Vinto La Guerra”

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3 thoughts on “La corte suprema di Strasburgo – Le cazzate – Carlo – Federico

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  1. ” Genova 2001

    indelebile una scritta sopra il muro

    accecante come un grido silenzioso

    Avevate ragione voi

    dietro le maschere antigas

    voi

    dietro le vostre barricate

    voi che già allora sapevate che oggi

    avreste avuto ragione voi

    mentre correvate indietro

    voi

    mentre poi caricavate

    voi

    sventolava come un grido silenzioso

    avevate ragione voi”

    Liked by 1 persona

  2. Bellissime parole. Grazie per averle scritte, significano molto per me.

    Non t’amerei senza perdere i denti
    senza asfalti roventi,
    o meritevoli agenti vivi ancora per poco,
    se l’isteria dei collocamenti,
    gli spari sugli studenti,
    per te non fossero altro che un gioco.
    Non t’amerei senza macchine che vadano a fuoco.

    Mi piace

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