Never Listen To Me – Confusa e non richiesta spiegazione

Sì, va bene, non si dovrebbero scrivere due post nello stesso giorno.
Per risolvere questo aspetto, premete qui sopra se volete recuperare ciò che, probabilmente, vi siete persi per strada.
Tanto, probabilmente, questi due articoli saran ben collegati e quindi val la pena di mettervi subito il link.

L’altro (post), vi avviso, è più concettuale, se di concetto si può parlare.
Le foto sono state scattate a Firenze, fanno parte di un album goliardico che abbiam fatto per prendere in giro un nostro amico.
Album goliardico, molto goliardico. Qui è riportata la descrizione:

Scattati nella seconda decade del ventunesimo secolo, questi fotolavori situazionisti vogliono manifestare in tutta la loro potenza quella che è la forza dell’espressione, ponendosi in questo modo, e di diritto, come faro del movimento Dadoista.
“I Sogni Segreti Di Walter Consiglio” è, fuor di dubbio, il manifesto d’una generazione annoiata, scialba, senza punti di riferimento alcuno che, in ultima analisi, nei momenti di maggior dubbio si limita a chiedere a Fio.
Guardate e godetene tutti.

Ovviamente ci sono riferimenti che non potete cogliere, ché dadoista non è un errore di battitura, Fio è una persona in carne ed ossa e tutto il resto non è che una dimostrazione di cosa sia il postmodernismo. O, se vogliamo, di come basti buttar lì due luoghi comuni a cazzo di cane per far sembrare che ci sia un senso dietro a quattro foto fatte col cellulare.
Ma no, non voglio criticare la totale mancanza di contenuto che si è stabilmente appiccicata alle pareti dei salotti frequentati dagli artisti. Non dirò quanto mi stanno sul cazzo quelle esposizioni d’arte dove osservi foto di negativi bruciati, cui qualcuno s’è anche sforzato di dare un senso.

Perché sennò potrei, allora, ben dire che “I Sogni Segreti di Walter Consiglio” è l’espressione della paura di mostrarsi per come si è, la necessità d’indossare delle maschere nelle più svariate occasioni, maschere che, in fondo, non ci rappresentano. Perché sennò potrei dire che questi scatti, fatti con un cellulare Huawei, sono la trasposizione in immagini di ciò che, normalmente, facciamo in pubblico: nascondere il nostro vero volto, mostrarci solo per quello che pensiamo sia conveniente far vedere agli altri.
E, come spiegazione, starebbe anche in piedi.
Però, dico io, vi pare?! Vi pare davvero?!
Se anche questa cosa è ammissibile, voglio la mia cazzo di mostra personale. Punto.

Che poi, comunque, dare un senso a quelle foto è ciò che ho fatto.
Ho accostato un testo abbastanza serio a delle foto ben stupide.
In pieno stile postmoderno. Come a dire “Come direbbero nei romanzi rosa, ti amo”.
Ché è questo il postmodernismo, togliere senso alle cose con un senso e darlo a quelle che non lo hanno.
E’ anche questo il postmodernismo.

Che poi non dovrei dirvele queste cose, un truffatore non dovrebbe mai svelare la truffa, ne va del suo lavoro. E’ ciò che distingue un truffatore che lavora da uno disoccupato.
Però, a quelli che truffano le persone nelle idee, ho sempre preferito quelli che colpivano i portafogli dei ricchi, da Alexandre Marius Jacob in avanti.
I truffatori alla Fabio Volo o Paolo Sorrentino (cazzo se è un truffatore quello!) li ho sempre mal sopportati. E quindi, et voilà, trucco svelato.
E, come direbbe Walt Whitman, “Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini”.
Giungiamo al come mai.
Perché ho deciso di dare un senso a quelle ben brutte fotografie?
Probabilmente perché è da tre giorni che ascolto ininterrottamente questa canzone.
Probabilmente perché quel ritornello è una delle cose più vere mai scritte.
Perché è semplice.
Perché è diretto.
Perché è sincero.
E trovo che accostare quelle foto stupide a queste parole fotografi alla perfezione la mia persona.
Non sono stato serio cinque minuti in vita mia o, quando lo sono stato, ho avuto la necessità di stemperare il momento con qualche cazzata. Ho avuto, sentito la necessità distruggere la serietà e l’importanza del momento.
Però io, non voi. E’ un senso che ho dato a quelle foto in base a quello che pensavo io di me stesso, non l’ho fatto per far sì che voi vi riconosceste in qualcosa. Non l’ho fatto per vendere.

Quanto, piuttosto, perché io son quello che ti dice tutte queste cose fighe riguardo a love me all of my life come se stesse andando dal tabaccaio, con naturalezza e tu magari non te ne accorgi o pensi che io sia un menefreghista e quindi poi succede che si sputtana tutto e ci si ritrova a capire le cose con anni di ritardo e poi tutto si riduce a se non me l’avessi detto con quella faccia di cazzo che ti ritrovi.
Perché poi, tanto, sta tutta lì la questione, nel fottuto postmodernismo.
E quindi, sì, never listen to me.

Penso non esista canzone più postmoderna di questa.
Per questo è figa.
Quel never listen to me dà ancora più forza a tutto quello che vien detto prima.
Lo rende vero.
Indelebile.

Devo concludere, mi serve una frase ad effetto.
Io non penso che la vita sia una scatola di cioccolatini. Né che sia ciò che accade mentre si è distratti. Penso che sia più simile a una canzone, che sia importante quanto il ritornello sia orecchiabile e ballabile. Quanto ti rimanga in testa. E se avete un ritornello che non riuscite a levarvi dalla testa, se non riuscite a smettere di ballare, allora vuol dire che state vivendo una buona vita.

Diffidate delle mostre d’arte, Sant’Iddio, e siate postmoderni quanto basta,
essenzialmente vostro,

Ed.

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