Um dia triste muito feliz – Ciao Prof.

Le parole del titolo non le ho inventate io. Le pronunciò Socrates. No, non quello greco, non quello dei simposi. Quello brasiliano.
Il Socrates della democrazia Corinthiana, quello del taco de diòs, quello che esultava sempre allo stesso modo: verso la curva, il pugno destro chiuso e levato al cielo.
Laureato in filosofia, era molto di più di uno dei giocatori di pallone più forti del ventesimo secolo.
Era un visionario, in molte cose.
Questa frase la disse riferendosi alla sua squadra, il Corinthians, in relazione all’ipotetico giorno della propria morte. Um dia triste muito feliz, un giorno triste così felice, perché, ragazzi, io morirò, ma il Corinthians vincerà il campionato. Ed è successo davvero. Quel giorno, alla fine della partita, ventidue uomini in maglia bianca esultarono portando il pugno al cielo, in silenzio, mentre tutto lo stadio piangeva.
Um dia triste muito feliz.
Professore, mi perdoni, ma queste parole sono perfette anche per lei.
Prima che lei vada, prima che si richiuda la porta alle spalle, potrebbe spiegarmi un’ultima volta cosa sia l’utopia per lei?
Nessuno, professore, è riuscito a spiegarlo bene come lei. Nessuno è riuscito a dire quello che ha detto lei, come lo ha detto lei. Con leggerezza, con quel garbo tipico delle persone educate, posate, misurate.
Non ha mai alzato mezzo tono, non è mai stato duro ma, al contempo, è sempre risultato efficace in eguale maniera.
Il suo Specchi, prof, è uno dei libri più critici dell’occidente anglosassone, uno dei libri di denuncia più potenti mai scritti, che grida sommessamente il dolore d’una terra devastata da interessi economici e politici.
La sua America Latina l’ha sempre portata in petto, con fierezza, con quella compostezza autorevole, caratteristica di chi è padrone d’una dignità infinita. Aveva gli occhi fermi, lei, quando guardava la platea, quando parlava quasi sottovoce e ogni tanto sorrideva e faceva sorridere.
Era bravo, lei, professore. Bravo come pochi, forse come nessuno.
Si è sempre contrapposto, senza urlare, alla tracotanza yankee, quella tracotanza che fece dire a Ronald Reagan che il Messico era il giardino di casa degli Stati Uniti.
Lei era memoria collettiva, era un punto di ritrovo, la prima carrozza del treno, quella tira tutte le altre.
Era questo e, al contempo, non lo era, perché era solamente un uomo uruguagio di media statura, coi capelli bianchi e tante rughe. Ma le sue parole, prof, le sue parole erano un torrente in piena.
Prof, che cos’è l’utopia, per lei?
Un’ultima volta, prima che vada, per favore. Un’ultima volta con la sua voce, con la sua mano destra che gesticola vicino al viso, con quel suo sorriso sornione e malinconico, che vuol dire tanto di più di quel che vi si legge.
Non è il momento, prof, per andarsene. Non adesso. Non ora.
O forse sì, forse è proprio il momento giusto, quello più opportuno.
Del resto, come scrive Pino Cacucci, la fuga è l’unica scelta dignitosa quando non puoi più cambiare nulla, e non vuoi neppure lasciarti coinvolgere, diventare complice.
E allora, sì, lei che è sempre stato più saggio di tutti noi, ha scelto il momento perfetto per partire.
Che il viaggio sia buono, che il vento sia favorevole.
Um dia triste muito feliz perché lei ha vinto, Eduardo. Ha sempre vinto, anche se ha scelto di sedere dalla parte perdente del tavolo. Proprio per quello è vittorioso, perché fino all’ultimo giorno non ha neanche lontanamente pensato di passare dall’altra parte, né di alzarsi, né di abbandonare.
Sempre lì, dove tutti potevano vederla e ascoltarla. Senza mai tirarsi indietro, con una dignità che è bagaglio di pochi uomini, che è sintomo d’un sentimento umano fuori dal comune.
Era la voce d’un continente. Era la mia voce quando volevo spiegare bene cose che, altrimenti, non sarei riuscito a spiegare. Era tante cose.
Ora che non c’è più, rimane un grande vuoto, uno iato incolmabile. Ma le sue parole, quelle rimangono impresse nel cemento e nel marmo e nella terra rossa del Sud America, la sua terra.
Prof, un’ultima volta, con la sua voce, mi può spiegare cosa sia l’utopia?
Ciao Prof. Per sempre.

galeano (1)

L’utopia è là, all’orizzonte.

Mi avvicino di due passi,

lei si allontana di due passi.

Faccio dieci passi e l’orizzonte

si sposta di dieci passi.

Per quanto cammini,

mai la raggiungerò.

A cosa serve, quindi, l’utopia?

Serve a questo: a continuare a camminare.

– Eduardo Galeano, 3.9.1940 – 13.4.2015 –

Eddie Vedder “Society”

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2 thoughts on “Um dia triste muito feliz – Ciao Prof.

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  1. Questo tuo modo di accostare calcio -intelligente- e letteratura quasi mi riconcilia con lo sport (guardato).
    Quelle di cui hai parlato sono, in modo diverso, due perdite pesanti per l’America latina. Fortunatamente oggi il continente ha tante energie e vive una fase nuova, una fase di riscatto. Si spera.
    Bel post! Ciao…

    Liked by 1 persona

    1. Con Socrates è fin troppo facile.
      Penso che prossimamente ne scriverò uno tutto intero solo su di lui.
      O Doutor è un unico.
      Pochi personaggi pubblici, che non fossero artisti, si sono mostrati così apertamente schierati da una parte ben precisa.
      E poi era forte. Tanto. Troppo.

      Liked by 1 persona

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