Fabio Tortosa – Lo Stato – La Forza – anche: quando Adamo seminava ed Eva filava, dov’erano i ricchi?

Buongiorno, buonasera, buonanotte,

siete sintonizzati con le onde medie e ben poco democristiane di Radio Havana.
Se riesco nel mio intento – ma devo lavorarci, forse ricorrere a metodi poco ortodossi – prossimamente riuscirò a portare in questo luogo qualche altra penna, oltre alla mia.
Volevo aprire una sezione aperta per davvero, dove inserire pezzi scritti da qualche mio amico. Nel caso, anche, scritti da chiunque voglia contribuire a Radio Havana ‘Round The Blog.
Me è un ibrido, un’idea ancora grezza.
Vi aggiornerò o – nel caso non vi aggiorni ma inizi direttamente – ve ne accorgerete.
Mi sono reso conto – perdindirindina – che una testa sola è insufficiente, ché si finisce sempre e solo a parlar di tre o quattro cose in croce. Si annoia, tutto sommato.
Quindi volevo movimentare un po’ questo sottobosco stantio.
Comunque, vediamo, vedremo. Del doman non v’è certezza, diceva Lollo da Firenze.

Bene, andiamo avanti.
Ho accolto con una risata – come si potrebbe accogliere qualcosa del genere? – il profondo, ragionato, intelligente e brillante post di Fabio Tortosa, che rientrerebbe nella scuola Diaz mille e mille volte.
Sì, non mi sono indignato. Quello l’ho lasciato fare a chi la pensa sempre troppo bene – e sempre a posteriori – e si espone solo quando può impugnare una qualche sentenza, che sia emessa da Pomeriggio Cinque o dalla Corte di Strasburgo.
Lo lascio fare al capo della Polizia Pansa che dice chi sbaglia paga. O al ministro Alfano.
Non so voi, ma nelle dichiarazioni delle autorità riguardo questo post ho colto talmente tanta incoerenza e ipocrisia che il tutto mi sembra una barzelletta. Addirittura un funzionario di Cagliari è stato sospeso per aver messo mi piace allo status del buon Tortosa.
Poi – lei è l’idolo indiscusso delle folle! – c’è Danielona Santanché #1 che dichiara di stare fermamente dalla parte del poliziotto. Come se non lo sapessimo, Dani, che c’hai le ragnatele nel cervello.
La sinistra, come al solito, s’indigna e condanna le esternazioni. La sinistra, tenendo fede a ciò che non è – sinistra, appunto – non ha colto l’unico punto interessante di tutta la questione Diaz/G8/Tortosa/Tortura.
Quello che andrebbe messo in discussione, più che la presenza o meno d’un reato sancito dall’Ordinamento, è il ruolo stesso delle forze dell’ordine. E’ il ruolo che hanno svolto a Genova e che svolgono ogni qual volta la piazza si agiti – ogni qual volta la piazza si agiti in una certa, chiara, definita direzione –.
La questione è: tutori dell’ordine o tutelatori dell’ordine costituito? Uso apposta un neologismo – tutelatori – per acuire questo gioco di parole. Perché la questione è: le divise difendono la sicurezza dei cittadini o la sicurezza dei governanti? Badate che non è la stessa cosa. Un conto è difendere la popolazione da una minaccia, un conto è difendere la classe dirigente.
E a Genova, quanto è vero che l’atmosfera è composta anche di ossigeno, le divise non hanno difeso i cittadini. Hanno svolto, anzi, un’azione puramente repressiva, intimidatoria. Esattamente come succedeva a fine secolo diciannovesimo, quando le persone scendevano in piazza a manifestare per più diritti e la polizia li disperdeva brutalmente. Né più, né meno. E poi dicono che la Storia non serve a niente.
Ma queste, sicuramente, non sono cose nuove, se teniamo presente, come dice Max Weber, che lo Stato detiene il monopolio e l’uso legittimo della forza. E badate che si basa tutto solo su quello. Per quanto ci piaccia pensare di vivere in una società democratica, la struttura è rimasta piramidale esattamente come lo era cento, duecento, trecento anni fa. Ci sono gli status, ci sono le persone che gli status non vogliono perderli, ci sono gli organi che permettono alle suddette persone di non perdere i suddetti status.
Certo, votiamo. Ma cosa decidiamo col nostro voto? All’attivo, intendo, cosa decidiamo?
Un piccolo esempio: nei primi anni novanta del ventesimo secolo, fu votato e approvato un referendum abrogativo a favore della privatizzazione della Rai. Come ben sapete, i referendum dovrebbero, poi, essere trasformati in legge, dato che sono uno dei modi più diretti con i quali i cittadini possono esprimere il loro volere e dire ai loro delegati – i politici eletti alle due camere – cosa fare. D’altronde dovremmo essere in una demos cratìa (semineologismo). Non mi pare che quel referendum, come molti altri, sia stato rispettato.
Ok, sono capzioso e circostanziale. Tiro acqua al mio mulino.
Allora andiamo a parlar di tasse e tagli. Negli anni, col crescere del costo della vita, gli stipendi di parlamentari e senatori si sono andati via via alzando, insieme alle tasse e al debito pubblico, mentre si sono abbassati sempre di più i redditi medi dei cittadini. Quindi, esattamente come nel medioevo, sono stati chiesti sacrifici – pensate a quante volte un politico ha detto gli italiani si preparino a fare dei sacrifici – al popolo. Ma per cosa? L’istruzione è stata tagliata da ogni governo dal ’90 ad oggi, la sanità pure. Continuano a diminuire le uscite per le spese pubbliche, continuano ad alzarsi le tasse. L’unica cosa che non è mai stata tagliata è il vitalizio, insieme ai privilegi e alle pensioni laute e sostanziose di cui i nostri governanti godono.
In sostanza, a parità di soldi versati e servizi ricevuti, tirata una riga, calcolato il totale, si potrebbe ben affermare che, con le nostre tasse, in più larga parte manteniamo parlamentari e senatori, più che contribuire a servizi attivi per la comunità.
Badate che non è il solito discorso disfattista del tutti ladri. Io sto sostenendo, con convinzione, che la nostra condizione non sia di cittadini ma di sudditi. Potrei anche accennare al fatto che, in dottrina, in Scienza Politica, si parli dei nostri ordinamenti come di Regimi Democratici e non di democrazie.
Regime. Questa parola suggerisce qualcosa? Sì? No?
Esiste ancora – ed esisterà sempre – la classe dominante e la classe dominata. Non siamo poi di molto usciti dal concetto di oligarchia delle società antiche. I pochi sui molti e le divise corazzate a difenderli.
Entrare nella Diaz, caricare al G8, l’ha deciso sì la polizia, ma chi comanda la polizia? Ok, il capo della polizia. E le direttive al capo della polizia chi le dà? Non le dà forse il ministro degli interni? Sì? No?
Per questo non sopporto chi si indigna. E’ chiaro come la luce del sole. A stupirsi si recita solo la parte dei finti ingenui che non vogliono vedere, finché non sono costretti ad ammettere.
Io non sosterrò mai che le forze dell’ordine sono bestie. Le forze dell’ordine sono, invece, tutori appunto dell’ordine, quello costituito. Sono lì per mantenere le cose come stanno, per impedire il cambiamento. Sono l’ultimo baluardo di difesa del potere, di qualunque potere, di qualunque governo, sia questo di sinistra o di destra – ché la polizia l’hanno usata tutti, indipendentemente dal colore –.
E come si fa per impedire il cambiamento? Si terrorizza, si spezzano schiene, si massacrano manifestanti. E’ sempre stato così. Mi sembra infantile e miope stare ancora qui a stupirsene.
La polizia è lì per difendere lo stato, non i cittadini. Se un cittadino si mette contro lo stato, automaticamente è nemico. Il manifestante, colui che vuole cambiare le cose, è agli occhi dello stato un antagonista, un rivale. Un concorrente. E l’unico modo che ha lo Stato per difendersi è ricorrere alla sua qualità più pura: la forza, la violenza – non è forse vero che lo Stato, tutti gli stati hanno origine da guerre e rapporti di forza? Con le parole non è stato mai costruito nulla, tutti gli ordinamenti derivano dal sangue e dal bastone –.
Per questo rido davanti alle dichiarazioni del Signor Tortosa. Davanti a chi ha il coraggio d’indignarsi.
Cosa c’è da indignarsi? E’ normale che lui dica quel che dice: gli avevano detto che in quella scuola c’era il nemico, e che il nemico era da stroncare. Lui ha eseguito un ordine. Questo non lo scagiona, né lo solleva da colpe. Però lo rende responsabile in modo collaterale e non unilaterale. Quell’ordine proveniva dall’alto, dalla stessa bella faccia pulita che i cittadini avevano liberamente e democraticamente eletto.
E Tortosa ha ragione: è solo un capro espiatorio. Il giochino è sempre stato questo: sguinzaglio i bruti per riportare l’ordine e poi mi dissocio dicendo che condanno profondamente. Do qualche punizioncina qua e là, in silenzio metto qualcuno in Finmeccanica e tutto torna a posto. In questo modo le facce pulite ne escono, appunto, sempre pulite. Pronte ad essere rivotate ancora e ancora e ancora.
Io non l’ho scoperto settimana scorsa che De Gennaro era a capo di Finmeccanica. Il resto del mondo, a quanto pare, sì. Perché è preferibile sempre scegliere di non vedere. Non vedere finché non si può non farlo, non ammettere. La cosa più patetica sono le parole di sdegno da parte degli stessi che quella carica l’hanno assegnata. Pessimo. Anzi, la cosa più patetica sono le parole rabbiose di tutte quelle persone che, fino a una settimana fa, se ne strafottevano gli zebedei di chi ci fosse in Finmeccanica e della Diaz e di tutte le altre cose. La cosa più patetica sono, lo sono sempre stati, gli indifferenti.
Gli stessi che eran fascisti il 24 aprile del ’45 e il 25 erano in Piazzale Loreto a sputare al cadavere del loro beneamato Duce. Quelli sono i veri individui patetici, tristi.
Per un’altra settimana ci saranno parole di profondo sdegno, condanne ferme e decise. Poi, alle prossime amministrative, tutti di nuovo a votare contenti, con la coscienza a posto. Tutti di nuovo a scegliere il colore che continuerà a garantire l’ordine costituito, il mantenimento dello status quo.
In un libro per bambini scritto da Henrietta Branford , che ho letto quando avevo dieci anni, si legge quando Adamo seminava ed Eva filava, dov’erano i ricchi?
Già, dov’erano?

Non indignatevi, per favore, ché l’indignazione è il modo più rapido per ripulirsi la coscienza.
E lasciate in pace Tortosa, che è l’ultima ruota del carro.
Prendetevela con la testa, che è quella che dà gli ordini.
Prendetevela con la testa e state ben attenti a schivare il braccio.
Vostro.

Ed.

Citazione in corsivo: Henrietta Branford “Un cane al tempo degli uomini liberi”

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