25.4.1945/15 – la liberazione e la festa – i baci – o: che la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti

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Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
Fuori di qui, nel mondo reale, le formiche operaie si stanno impegnando per tappare le falle, coprire i buchi, rimediare alle perdite. Di credibilità, di fiducia, di coerenza.
Fuori di qui funziona che un giorno arrivano, presumendo un tuo reato, e ti portano via e non ti riportano più indietro. Ti tengono con loro, perché ti vogliono bene. Tanto bene da ammazzarti.
Fuori di qui, nel mondo reale, stanno barattando una manciata di voti in cambio del futuro, che andrà per sempre perso, che forse non è mai esistito. Sono settant’anni che il futuro non esiste più.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
Il sudore corre sulla pelle, come fosse sangue, sangue che evapora e si fa passione.
Passione per la sconfitta, per una rincorsa che parte da lontano e finisce contro un muro, per tutte quelle vite che sono state interrotte dalla sicurezza e dalla disciplina.
Il sudore, le mani, il contatto di corpi che sono liberi d’esserlo, senza l’imbarazzo d’un falso pudore, di riserve insensate d’un mondo costruito sulle apparenze.
Il sudore, la passione. Tutte quelle cose che non stanno su un foglio di carta, in una foto, tantomeno nei libri di storia.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
Siamo i Mohicani asserragliati sui monti Appalachi, e sappiamo che verranno a prenderci, e ci faremo trovare. Il nostro ricorso storico è quello di venire sempre catturati, prima o poi.
Siamo i Maya nello Yucatan, che resistettero e tutt’oggi resistono, davanti all’invasore venuto da lontano, nello sguardo la fierezza che conta più di qualunque sconfitta.
Ci stringiamo più forte, balliamo più veloce, colpevoli, come siamo, d’un eccesso di sensibilità in un’epoca dalla quale ogni sensibilità è bandita.
In un’epoca in cui i migranti che muoiono, sono morti solo perché non sono restati a casa loro.
Come quel ragazzo, quello con lo scotch al braccio, di cui dicono fosse un poco di buono, di cui si sa che non c’è più: la legittima difesa d’un potere che, quando si sente in pericolo, ti ammazza.
O come quell’altro, quello di Ferrara, che per loro è giustamente morto perché ha risposto male al funzionario, e che sotto la testa aveva un cuscino, non il sangue.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
La musica è alta, è calda, cancella tutto quello che esiste fuori queste mura di cemento, dove gli indifferenti si stanno organizzando per ristabilire lo stato della legittima noncuranza.
Dove ci si indigna a folate, per brevi periodi.
Dove le autorità esprimono cordoglio, profondo rammarico, e poi passano al punto successivo, con l’obiettivo di terminare l’ordine del giorno.
Dove un giovane che lavora e si lamenta per uno stipendio da fame è solo schizzinoso.
Dove uno studente che chiede un appello in più è uno svogliato.
Dove se non fai quello che ti dicono, quando te lo dicono, sei improduttivo, inutile, fuori mercato.
La musica è alta e noi balliamo e i nostri piedi frenetici spazzano via tutte queste cose, le disintegrano.
Gli andremo in culo? Non lo so.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
Sarebbe bello, tutti i giorni, una piazza che balla.
Sarebbe bello se tutti facessero come Eduardo, che camminava verso l’orizzonte, che era l’utopia, e lo faceva per continuare a camminare, per non restare fermo.
Sarebbe bello vivere in un’unica, immensa festa, dove le distinzioni non esistono, dove i contatti non sono superflui, dove ti ricordi ogni singolo volto e ogni singola persona che ti capita d’incontrare per strada.
Sarebbe bello vivere una vita incapace di conoscere indifferenza.
Sbaragliare l’apatia del mondo con un giro di valzer e un passo a due di corpi così veri da non aver bisogno di vestirsi.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
I tuoi anfibi bianchi, precisi, seguono il ritmo delle canzoni, mentre le mie scarpe sdrucite, impacciate, si muovono scomposte sul pavimento umido.
Fuori si stanno organizzando per porre fine a tutto ciò, per arrivare, un’altra volta, ad urlarci in faccia che la ricreazione è finita.
Per annoiarci, un’altra volta, con i loro discorsi sull’ordine e la quiete, la pace e lo status quo.
Per riportarci nell’ovile. Ma può stare in un ovile, una pecora che non segue il pastore?
Contatto. Tutta la rabbia per l’indifferenza che, là fuori, monta prepotente come il mare in tempesta, sale dal profondo e si fa bacio, si sublima in una festa.
In amore, che anticamente significa assenza di morte e solo quello. E solo quello è.
Mentre fuori, là fuori, al di là di queste mura bellissime, un esercito di facce spente si prepara a portarci via il futuro, il nostro diritto di divenire, io ti bacio qui dentro.
Mentre penne spuntate scrivono a profusione d’un’indignazione falsa, arrivata in ritardo.
Mentre voci belanti urlano che, sì, è una tragedia, ma alla fine dovrebbero stare a casa loro, non venire qui a delinquere.
Mentre funzionari in doppiopetto scollano le targhe dai muri, cancellano la memoria storica.
Mentre là fuori il mondo si prepara a collassare sulla sua stessa apatia, io ti bacio qui dentro.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.

Che la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti, scrissero una volta su un muro.
E quando entreranno, ci troveranno così.
Talmente vivi che non sapranno cosa fare.
Talmente liberi che non sapranno come comportarsi.
Talmente belli che ci invidieranno.
Talmente diversi da loro che proveranno a cancellarci.
E rimarranno i ruderi, rimarranno le macerie, e sulle macerie ci saremo noi, stanchi, stretti a guardare il potere che, nudo, non sa come reagire.
E avremo vinto, li avremo seppelliti con una risata.
Come settant’anni fa, quando ancora esisteva il futuro, quando in questa stessa stanza c’erano altri ragazzi come noi, abbracciati, a danzare il ballo più importante.
Non è il primo, né l’ultimo di questi giorni.
Né il primo, né l’ultimo dei giorni in cui la parola libertà non sia una semplice figura retorica in un discorso politico.
Né il primo, né l’ultimo dei giorni in cui la parola libertà significa provarci, combattere, perdere per qualcosa che va al di là di questo foglio, di tutti gli altri fogli che altri hanno scritto, di quelli che altri ancora scriveranno.
E’ aprile, fuori di qui c’è così tanto schifo che mi viene voglia di piangere.
Siamo due corpi, siamo liberi.
Ci baciamo.
Non ci avranno mai.
Come non hanno avuto loro, su quelle colline, su quei sentieri, oltre quei ponti.
E’ questa, tra tutte, la cosa che più fa incazzare quelli che stanno là fuori.
E’ questa, tra tutte, la cosa che non deve farci smettere di combinare feste del genere.
Fino all’alba, fino a domani, fino all’orizzonte.
Mi guardi, ridi, rido. Siamo bellissimi.
Che la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti.
Buon venticinque.
A te.
A voi.
A mio nonno.
Per sempre.

Ed.

[Prima frase in corsivo tratta da “Punti di Fuga” di Pino Cacucci. La frase che la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti, invece, si narra sia apparsa, per la prima volta, nel marzo del ’77 sui muri di Bologna. Così come il motto una risata vi seppellirà.]

Stu Larsen “San Francisco”

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