Expo, e tu ce l’hai il biglietto? – veloce considerazione partendo da una canzone che parla di scelte

Non riesco a dormire. Non prendo sonno.
Ho messo su la più bella canzone mai scritta, nella sua versione più bella.
New York, Madison Square Garden, 2001.
Le luci sono basse, lui è lì, fermo, la chitarra al collo.
La batteria scandisce il ritmo, regolare. Pizzica la chitarra. Inizia a cantare. Mi si rizza la pelle ogni volta.
In un concerto del 1993, prima di cantarla, dice questa è una canzone che parla di scelte.
Scelte.
E’ una canzone malinconica. Parla di sconfitta. Parla dell’assenza di scelte. Parla della gente che non ha possibilità nella vita.

Everything dies baby, that’s  a fact
But maybe everything that dies some day comes back

E’ una canzone d’amore. Non quell’amore del cazzo da rotocalchi. Quell’amore borghese, così piatto nel suo essere borghese. Non l’amore che vince tutto. L’amore che arriva e ti salva, ti sistema.
No.
Questo è quello che fa sanguinare, che fa star male.
C’è questa ragazza e c’è lui che non riesce a trovare uno straccio di lavoro.
E le dice ho comprato due biglietti dell’autobus, scappiamo.

Put your make up on, fix your hair pretty
And meet me tonight in Atlantic City

E non è dato sapere cosa lei abbia risposto. Magari quel biglietto l’ha rifiutato.
Perché è questo il punto: qui dentro c’è l’amore che deve adattarsi alla disperazione. L’amore che, per continuare ad esistere, deve ammettere tutta la sua fallibilità ed impotenza di fronte alla miseria, ai rapporti economici. Perché non è l’amore a riempirti lo stomaco.

Domani, qui, inizia Expo.
Questa canzone dovrebbe essere la colonna sonora dell’evento.
Metteranno in vetrina, domani, tirate a lucido, tutte le assurdità di questa società.
Aprirà le porte un evento che si propugna come combattente della fame nel mondo, finanziato coi soldi di Mc Donald’s e Nestlé.
Si potranno mangiare, biologici e buonissimi, tutti i prodotti ottenuti grazie allo sfruttamento intensivo di terre letteralmente occupate dalle multinazionali.
Ci saranno le banane cresciute dove una volta c’era la foresta amazzonica.
Ci sarà il caffè colombiano prodotto da poveracci pagati mezzo euro al mese.
Sarà una grande festa.
La festa della parte ricca del mondo che, sorridente e brindante, guarda l’altra metà e dice come siamo stati bravi a sfruttarvi.
E’ un evento che puzza di sangue, Expo. Puzza del sangue dei contadini vietnamiti, cinesi, peruviani, messicani. Puzza del sangue degli indi del Chiapas.
E’ la faccia pulita della medaglia d’un sistema che, quando non sei d’accordo, ti reprime.
D’un sistema che, se provi a contrastarlo, ti mette in casa Pinochet e fa sparire i tuoi amici, i tuoi familiari.
D’un sistema che reputa il Messico (il Messico, non il Molise) come il proprio giardino di casa, usando le parole di Ronald Reagan.
Un sistema che pensa di poter fare ciò che vuole, quando vuole, come vuole mascherandolo per missioni di pace, esportazione della democrazia, garanzia di diritti.
Quali diritti? Quelli di lucrare a basso costo sulla fame della gente?
Ci saranno anche prodotti israeliani, magari, coltivati su terra occupata, colonizzata, strappata a famiglie palestinesi. Saranno prodotti buonissimi, da mangiare con gusto.
Questa canzone è una canzone senza speranza. Parla della forza d’andare avanti di chi sa di non avere nessuna possibilità. Proprio come succede, ogni santo giorno, dall’altra parte del mondo, dove vengono prodotti tutti quei favolosi cibi esotici che da domani potranno essere gustati.

Expo è l’esempio lampante di come il futuro sia stato negato a una parte delle persone, a favore di altre.
E’ la dimostrazione che, se è per le buone opere, si possono pagare gli operai meno di cinque euro l’ora, sottopagare i giovani e dire anche che sono sfaticati, quando questi ultimi fan presente che stanno lavorando gratis.
Expo è il salotto borghese dove gli agiati stanno seduti, sorridenti e bruttissimi, a scofanarsi di champagne e cozze, mentre fuori il popolo muore di fame.
Per me Expo non è un motivo di vanto, ma di vergogna.
Mi vergogno di star seduto da questa parte del tavolo, quella con la pancia piena.
Perché domani non ci saranno i contadini vietnamiti, i lavoratori messicani,  i raccoglitori brasiliani a presenziare all’evento. Ci saranno persone che dormiranno in bellissimi alberghi, arrivate qua con bellissimi aerei. Proprio come quando, nel medioevo, il contadino stava fuori a mangiare pane e acqua, mentre a corte godevano del frutto del suo lavoro.
Io mi vergogno, io non voglio farne parte. Io provo schifo per tutto ciò.

In Messico hanno un detto che recita  Ay pobre México, tan lejos de Dios y tan cerca de los Estados Unidos.
Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti.
Mettiamoci anche tutti gli altri paesi, accanto al Messico e mettiamo il nostro, e gli altri dominatori del globo, accanto a quello degli Stati Uniti.
E’ una frase perfetta.
Che possano, un giorno, farcele pagare tutte.
E che possa andar tutto di traverso, che possa venire la dissenteria a tutti quei visi sorridenti e ignari che, da domani, popoleranno questa fiera sporca di sangue.

Purtroppo in rete non esiste la versione che sto ascoltando io.
Mi spiace tanto per voi. Meriterebbe un ascolto.
Ne lascio un’altra, altrettanto bella ma meno intensa. Stoccolma, 1993.
E tutto quello che dovevo dire, prima di iniziare a parlare di Expo, lo tengo per me.
Saranno i miei non detti, lo so, a farmi morire.

Bruce Springsteen “Atlantic City”

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2 thoughts on “Expo, e tu ce l’hai il biglietto? – veloce considerazione partendo da una canzone che parla di scelte

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  1. Quello che scrivi arriva sempre dritto a destinazione, un colpo nello stomaco, il posto dove i sentimenti, le sensazioni e gli stati d’animo si materializzano e diventano tangibili.
    L’Expo sta alla fame nel mondo così come la chiesa sta alla carità. Ci sarà sicuramente qualcuno che parlerà davvero di questo argomento col taglio dovuto, e uno ne conosco anche io, ma tutto il resto è la solita macchina da soldi che finiranno nelle solite tasche.
    Il vero contributo a sostegno della causa sarebbe stato dire; ok, l’Expo costerà X, usiamo la cifra X per portare un aiuto concreto, ma è più utopico del teletrasporto e la vita su Marte messi insieme.
    Si poi qualcuno avrebbe dovuto assumersi l’onere di scegliere dove intervenire, ma sarebbe stato comunque un inizio.
    Mentre scrivo sto ascoltando quella stessa versione di Atlantic City del 2001, da brividi, proprio fisicamente intendo. A seguire, altri due pezzi che nella mia personale scala stanno appena un gradino più sotto, The River e Point Blank. C’è sempre un motivo per passare di qui.

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    1. Che poi, al netto di quello che è successo, al netto degli indignati, al netto di tutto, in questo commento postumo ti dico che le persone, quelle persone indignate, questo Expo se lo meritano tutto. Ma tutto proprio.

      Liked by 1 persona

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