Un’opera dadaista incompiuta – o: le conversazioni che accadono all’improvviso

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La vita, sai, è un’opera dadaista incompiuta.
E lo so che questa è una cazzata, so che è una frase ad effetto, senza senso.
Lo capisco da come mi guardi, dalla luce che hai negli occhi, che stai pensando, contemporaneamente, che bella frase e che grandissima puttanata. E credo tu stia utilizzando proprio questo preciso termine, puttanata, nella tua mente, per rendere ancora più forte il concetto, per rafforzarlo.
Per cementificarlo nell’etere, a imperitura memoria.
Il fatto, cazzo, è che la paura è sempre quella di non essere abbastanza interessante, o forse di non essere semplicemente abbastanza. Come se esistesse per davvero uno standard cui ci si deve adeguare. Come se esistesse davvero una norma, una prassi, una convenzione.
Come se esistessero regole, capito?
Eppure lo si sa che, di regole, qui ce n’è ben poche. Come può essere regolamentata da leggi e canoni, una cosa che non sai quando finirà, della quale sai solo che finirà?
Ci hanno fottuti con la storia dell’alzare la mano per prender parola, quando eravamo piccoli. Ci hanno fatto credere che esistessero dei binari, un percorso, che in qualche modo un qualche futuro fosse garantito, pronto ad aspettarci a braccia aperte. Ci hanno truffato, ecco tutto.
E tu mi stai guardando e forse aspetti che io dica qualcosa o forse sei contenta così e stai solo ascoltando il silenzio. Forse stai pensando che sono molto meglio quando me ne sto zitto, quando non mi faccio prendere dai miei panegirici infiniti sulla società, sulla morale, sulle regole. Forse stai pensando che, quando me ne sto muto a fumare lento la mia ennesima sigaretta, sono molto meglio. Che dovrei essere sempre così. Che dovrei parlare meno.  Forse stai pensando anche che dovrei baciarti, che sono stupido a non farlo, che sono stupido nel mio incomprensibile atteggiamento di distacco interessato.
Il fatto è che sono nato in ritardo, di cinque giorni, e questo ritardo me lo porto dietro come se fosse uno zaino. Ci arrivo dopo alle cose, è questo il punto. A volte ci arrivo quando sono già passate. Altre volte non ci arrivo proprio. Solo agli appuntamenti arrivo in orario, in certi casi anche in anticipo.
E’ che non riesco a programmare, ad essere razionale. Come quel ragazzino di quel libro, come quel Peter Pan che vive tutto in un grande facciamo finta, che promette a Wendy che tornerà ad ogni pulizia di primavera e, poi, dopo un po’ si dimentica di farlo. E quanto cazzo è vero che il libro di Barrie non è un racconto per bambini.
Il fatto è che le cose accadono, splendidamente, all’improvviso, quando meno te le aspetti. Un giorno ti svegli e ti senti già morto, ed è in quel giorno che rinasci. Le persone, anche, accadono quando meno te le aspetti.
Il fatto entusiasmante è l’aver sempre saputo che quella conversazione sarebbe stata un’ottima conversazione. Il fatto entusiasmante è, alla fine, l’aver fatto quella conversazione e aver appurato che, cazzo sì, è proprio ottima, una di quelle che vorresti non finisse mai, sempre considerando “mai” come una quantità di tempo di durata relativa. Sono quelle cose che sai e che, quando non accadono, continui a portarti dietro come un immenso macigno, un’immane sarebbe potuto essere.
E tu continui a guardarmi e io sto pensando a te, ma anche a quella conversazione, e alla fine è vera questa cosa dell’opera dadaista, ché alla fine è tutto un’insieme, un grande pasticcio astratto di pensieri che si sovrappongono in continuazione, che si animano a vicenda, che si passano la vita l’un l’altro.
E uno vorrebbe avere tutto, in certi momenti.
Uno vorrebbe essere irresponsabile per davvero, a volte. Un po’ fregarsene, un po’ uscire da uno schema prestabilito e chiaro, l’unico che probabilmente non si abbatterà mai.
Smettila di pensare cazzate mi dici con gli occhi, senza schiudere le labbra. E io, sì, un po’ la smetto e un po’ continuo. Un po’ la smetto e un po’ continuo, ché non posso farne a meno.
Di pensare d’aver avuto ragione, per una volta, riguardo quella che era una vaga idea. Ed esserne contento. Essere grato al caso che io abbia potuto verificare questa convinzione, questa sensazione vecchia almeno quanto una festa della scuola, l’ultimo anno di liceo.
Mi guardi e io ho paura delle parole e vorrei non doverne più usare per il resto della vita.
Vorrei restare in silenzio per un tempo indefinito, seduto a fumare, a godermi questa sensazione di elettrica felicità, felicità elettricamente spaventosa.
Pensare a te, ma anche a quella conversazione. Che accada tutto. Che non accada niente. Che accada una cosa sola. Che qualcosa potrebbe diventare reale e, cazzo, quant’è bello pensare alla realtà in potenza.
E, in fin dei conti, trovo sia innegabile: la vita è un’opera dadaista incompiuta.

Dire Straits “Walk of Life”

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