Yeah – panegirico d’un cazzone

Domani devo lavorare, questo è l’incipit. Scrivo da cellulare, e questa è la precisazione. Ero qui, finalmente nel letto – che sono tre mesi che mi dico cazzone, dovresti dormire qualcosa di più di tre ore per notte – e, siccome è un po’ che non ho voglia di dormire e ho bisogno d’un aiuto, m’ero, come la tradizione impone, infilato le cuffie nelle orecchie e ascoltavo musica ad occhi chiusi. Da un po’ mi addormento così, con le canzoni. Quelle che mi aiutano ad immaginare. Mi addormento fantasticando.
Comunque, ero qui, e mi sono messo a pensare tantissime cose insieme. Sarà il vino, sarà la stanchezza, le dodici ore di lavoro gratis, questa canzone partita a tradimento. Sarà che, alla fine, rimango sempre lo stesso, medesimo e immutato bimbo ingenuo che cercava i quadrifogli nei prati di periferia. Sarà che l’invecchiare, su di me, non ha sortito quel triste effetto chiamato consapevolezza, chiamato disincanto. Io credo a tutto. Spero tutto. Come fosse il primo giorno, come non avessi mosso nemmeno un passo in questo mondo. Sarà che non ho aspettative, che non mi aspetto mai niente. Sarà che ogni cosa, per me, è una sorpresa. Si parla di uno che, quando ha scoperto che esistevano ancora i fascisti e le persone di destra, s’è detto ma com’è possibile? Non la consideravo nemmeno quell’opzione, pensavo che il mondo fosse un posto stupendo. Quant’ero ingenuo.
E adesso ho un cellulare in mano e sto scrivendo cazzate perchè. Non lo so perchè. O non voglio dirlo.
Il punto è che ad alcune cose non puoi fare a meno di pensare. Ogni volta che passi davanti alla benedetta sedia e vedi la camicia a quadri, ad esempio, non puoi fare a meno di pensarci.
E questo mondo è un posto in cui tutto va veloce e spesso non capisci niente e io, ogni tanto, mi trovo ad urlare fermate il mondo, voglio scendere!
La sostanza è che non ho detto assolutamente nulla, non ho espresso nessun concetto e questo scritto non è null’altro che un esercizio stilistico fine a se stesso. Forse io stesso sono così: una di quelle cose che si presentano bene, ma che non possiedono nessun contenuto. Non lo so. A sentire alcune persone è così.
Ma non mi interessa. Io so che è partita questa canzone e ho pensato delle cose e ho dovuto mettere la suddetta canzone in repeat e ho dovuto scrivere qualcosa.
Privo di senso. Di contenuto. Di significato.
Il punto è che tutto questo profuma di Bologna, di Fiabeschi e Penthotal e Zanardi, di tutte quelle cose di cui mi piace parlare e scrivere.
E questa canzone continua a suonare.
E io dovrei dormire.
E, cazzo, che figata.
In fondo a questo post privo di senso alcuno, da cellulare, non riesco a linkare la canzone.
Ascoltatevela se volete: The National “The Perfect Song”.

Vostro,
Ed.

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