Clarence da Paramaribo, il 2 maggio 2007, la pioggia – o: Eddie Merckx dai colori rossoneri

Aver perso tre a due è meglio che aver pareggiato. Almeno sappiamo che, al ritorno, possiamo solo vincere.
Questa frase la pronunciò Clarence Seedorf, olandese, uomo d’ingegno fino e piedi dolci, sguardo sornione e centrocampista del Milan, dopo la sconfitta per tre a due subita contro il Manchester United. Quello United, che aveva dato undici gol complessivi in due partite alla Roma nei quarti di finale, che davanti aveva due giocatori da niente come Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney, a centrocampo due come Ryan Giggs e Paul Scholes.
Sembrava che, in vista del ritorno, non ci fosse speranza di passare il turno per i rossoneri. Però Clarence era tranquillo, e io, stranamente lo ero con lui.
Quella sera, il 24 aprile 2007, quella del tre a due, avevo anche rischiato di morire. Avevo appuntamento con una tal ragazza, tal ragazza che, , poteva benissimo venire prima dei ragazzi, della semifinale d’andata. Ero in bicicletta in viale Italia, ero uscito di casa che il Milan perdeva già uno a zero. Mio padre, rimasto fedelmente davanti al televisore, mi aveva detto che mi avrebbe aggiornato, via SMS, man mano durante la partita. E così mi ha mandato un messaggio quando ha pareggiato il Milan. Poi, dieci minuti dopo, un altro. Io, che stavo pedalando, ho aperto il messaggio e non ci ho capito più niente. C’era scritto Kakà 2-1!!!!!!
Senza smettere di pedalare, ho alzato entrambe le braccia con gli indici puntati al cielo, come faceva  Ricardo Izecson Dos Santos Leite, detto Kakà, detto Smoking Bianco, quando segnava un gol e, per poco, davvero poco, non mi faccio stirare da un furgone che mi stava educatamente sorpassando.
E, , il due a uno firmato Kakà è proprio quel gol, quello in cui fa fuori da solo tutta la difesa dei Red Devils e deposita dolcemente la sfera alle spalle di Edwin Van Der Saar. Epico.
Poi perdemmo tre a due e, nonostante le prodezze di Kakà, si può dire non ci fosse molta fiducia riguardo il passaggio del turno. Ma Clarence aveva detto quella cosa, Clarence sembrava sicuro, Clarence sembrava sapere cose che noi, da questa parte del teleschermo, ignoravamo.
Il 2 maggio era il giorno della partita di ritorno, alla Scala del Calcio di Milano. Io, manco a dirlo, come fosse una di quelle congiunzioni astrali particolari, dovevo vedermi ancora con la tal ragazza.
Ero in camera mia, televisore sintonizzato sulla partita. Mi guardo i primi dieci minuti e poi vado, m’ero detto. Dieci minuti, poi prendo la bici e vado, m’ero detto.
L’arbitro fischiò l’inizio, pioveva a dirotto, la palla scivolava veloce su un’erba che, a San Siro, non è mai più stata così bella. I ragazzi sembravano concentrati, diversi. Erano precisi, arrivavano sempre prima sulla palla.
Dopo due minuti ho mandato un messaggio faccio un attimo tardi, ma arrivo. Avevo, in me, una strana sensazione, una strana consapevolezza. Mi ricordavo le parole di Clarence, che è sempre stato uno non di tante parole, e proprio per quello, quando parlava, diceva cose vere. Clarence Seedorf era uno di quei giocatori rari, particolari. Di quelli che sembrano non combinare mai un cazzo ma che, poi, quando si mettono a giocare ti cambiano squadra e partita. Quella sera Clarence aveva evidentemente deciso che avrebbe giocato.
All’undicesimo Massimo “Vicks Vaporub” Oddo crossa dalla destra, Clarence (guarda caso!) prolunga di testa e Kakà la picchia al volo in basso alla sinistra di Van Der Saar. Uno a zero, all’undicesimo minuto del primo tempo.
Io prendo di nuovo il cellulare, di nuovo scrivo forse faccio un po’ tanto tardi, ma arrivo!
E’ da dire: probabilmente sono nato grazie al Milan. Delle leggende narrano che io sia stato concepito sull’onda dell’euforia il 1 maggio 1988, dopo la vittoria del Milan sul Napoli, vittoria che voleva dire scudetto, il primo dopo quello del 1979. Di conseguenza il mio legame con la squadra non è mai stato frutto di una scelta, ma più una cosa inevitabile, come è inevitabile voler bene a un fratello. Non puoi scegliere l’appartenenza, d’altronde.
Quindi, quella sera, proprio non potevo uscire, abbandonare di nuovo i ragazzi. E, poi, avevo sotto pelle una certezza malsana e immotivata: ero sicuro che quella partita non avremmo mai, per nessuna ragione al mondo, potuto perderla. E io volevo assistere, volevo vedere. Volevo esserci mentre accadeva.
Ero seduto in punta sul mio vecchio divano, quello verde scuro, e fumavo una sigaretta dietro l’altra con i muscoli in tensione, scattando a ogni tiro in porta subito, a ogni fallo, a ogni intercetto.
Poi, al trentesimo minuto, la certezza immotivata si trasformò in realtà: Clarence stoppa un cross dalla destra, carica il tiro resistendo a un fallo, calcia e segna. E, mentre Clarenzio correva sotto la curva che, in quel momento, lo amava alla follia, io scattavo verso il muro ed esultavo con un colpo di Karate stupidissimo, stampandoci la forma della mia scarpa a imperitura memoria. Ho tenuto quell’impronta per tantissimo tempo, e ogni volta che mi ci cadeva sopra l’occhio pensavo due cose: che minchione e che serata!
Perché poi, , alla fine del primo tempo sono schizzato fuori di casa e, pedalando come Eddie Merckx, mi sono precipitato a casa della tal ragazza.
Per una strana congiunzione astrale, quando sono entrato in casa sua ho scoperto che, anche lei, stava guardando la partita e che Alberto “Aladino” Gilardino stava segnando il tre a zero per il Milan.
Avevamo battuto il Manchester United contro ogni pronostico, contro ogni senso della logica.
E, ancora oggi, io rimango convinto che il merito di quella vittoria sia tutto da attribuire a Clarence Seedorf, che quella sera sembrava davvero il calcio in persona e, negli occhi, aveva lo sguardo duro e consapevole di chi sa quello che deve fare.
Aveva detto che erano costretti  a vincere e vinsero.
Per questo, quando penso a Clarence da Paramaribo, penso al 2 maggio 2007, a quella che, ancora adesso, viene ricordata come la partita.
Per questo, quando penso a Clarence da Paramaribo, mi viene in mente il 2007, con tutte le cose che ci sono dentro, che sono accadute in quello che, a tutti gli effetti, posso definire come il mio anno fantastico.
L’anno di Clarence, di quella partita e, come al solito, di tutto il resto.

Vostro,

Ed.

Nadàr Solo “La Gente Muore”

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