L’ultima volta ad Anfield Road – o: diventare grandi

Anfield Road, 27 aprile 2014, il sole illumina l’erba verde e perfetta.
Primo tempo quasi finito, il numero otto riceve palla a centrocampo, ma sbaglia lo stop, scivola e un giocatore avversario ne approfitta, rubando palla e andando a segnare il gol dell’uno a zero.
Lo stadio è ammutolito, silenzioso, si sentono solo i tifosi avversari urlare tutta la loro gioia. Un’atmosfera surreale. Il numero otto è fermo, la fascia al braccio con sopra scritto Captain gli conferisce un’aria epica, quella dell’eroe sconfitto al termine di mille battaglie.
Nessuno osa dirgli niente, tutti lo guardano.
Nessuno può permettersi di dirgli niente, perché quel giocatore è Steven George Gerrard, che dalle parti di Anfield Road, Liverpool, è la seconda carica più alta dopo Dio.
Lo diventò, probabilmente, il 25 maggio 2005, a Istanbul, conducendo una squadra ormai spacciata alla vittoria della Champions League ai danni di una delle formazioni più forti che abbia mai giocato a pallone.
Sotto tre a zero alla fine del primo tempo, guidò i suoi compagni alla rimonta, fino alla vittoria, una vittoria che mancava, al Liverpool, da ventuno anni.
E adesso è lì, sull’erba di casa sua, nei campi elisi di Anfield, che osserva impotente il titolo di Campioni d’Inghilterra che scivola via per colpa di un suo errore. Senza scomporsi, senza disperarsi, probabilmente morendo dentro, si guarda attorno, butta uno sguardo al cielo, ritorna verso il centrocampo.
E’ ironico, da parte del caso, affidare alla stessa persona il ruolo di condottiero e di distruttore. L’eroe di Istanbul che diventa il colpevole di Anfield. Ma forse va bene così, forse il caso ha un suo ordine, forse solo il numero otto può essere in grado di sostenere entrambi i ruoli con la medesima, esatta, precisa compostezza. Con quello sguardo sempre un po’ malinconico, quella luce triste negli occhi, quel luccichio nelle pupille di chi sembra pensare a chissà cosa. Un condottiero malinconico, l’ho sempre visto così.
Come se tutto quello che non voleva mostrare all’esterno, gli esplodesse dentro, tramutandosi in quell’espressione sempre un po’ mesta, un po’ scura. Anche quando esultava, quando correva a braccia tese verso la curva, gli rimaneva appiccicata al volto, non facendolo sembrare mai contento fino in fondo.
Come se aspirasse sempre ad altro: la prossima vittoria, il prossimo titolo, l’eternità.
Eternità.
Probabilmente la ottieni quando una parte di mondo – non mi vergogno a dire quella romantica – si ferma per un attimo, pensando che oggi tu stai scendendo in campo per la tua ultima volta ad Anfield Road.
L’ultima volta con la otto rossa, l’ultima volta a casa tua, come ci si sente, Steve?
Ci sono cose che sono certe, che dai per scontate: la terra che ruota attorno al sole, il fatto che, se metti una mano nel fuoco, ti bruci, il numero otto titolare ad Anfield.
Da domani e per sempre, la terza non sarà più vera. Da domani e per sempre la otto rossa non sarà più ad Anfield o, se ci sarà, ci sarà senza Gerrard stampato sopra.
In questo momento sto guardando fisso una cartolina appesa in camera mia, che lo ritrae serio ed in posa, col suo sguardo tipico, con la sua maglia rossa addosso. Quando me l’hanno regalata avevo compiuto da poco diciotto anni. Una vita fa.
E’ difficile da spiegare, quindi cercherò di essere breve, per non perdermi in vaneggiamenti casuali: oggi finisce un’epoca, una piccola epoca.
Non so chi abbia detto che il calcio, più di tutto, è lo sport perfetto per definire la vita, però penso che l’ideatore di questa frase avesse ragione. Poche cose come il calcio scandiscono i periodi delle persone, se lo guardi in un certo modo, se ne vai ad indagare gli aspetti romantici che, comunque, ancora vi esistono.
Steve Gerrard è stato una presenza costante della mia adolescenza, uno dei miei calciatori preferiti, uno di quelli che avrei voluto con tutto me stesso nella mia squadra. Uno che, giocando da solo, alla mia squadra ha fatto perdere una finale di Champions League.
E, da domani, se mai riguarderò una partita del Liverpool, lui non sarà in campo. Mai più, almeno con la casacca rossa addosso.
E con lui non ci saranno più anche le quattro del mattino in piazza Ascoli, le premiazioni in viale Romagna, i cocktail da un litro al Murphy’s Pub, entrare alle terza ora per fare educazione fisica ed uscire alla quarta per andare al parco, preparare una maturità per sbaglio, Milano-Livorno-Milano in notturna solo per mangiare un bombolone alla crema.
O ci saranno, ma in modo diverso. Più distanti, più lontane. Saranno passate per sempre.
Come Steve, come il numero otto, come tutte le cose che, a un certo punto, devi essere in grado di mettere in una bacheca e non toccare più.
L’età adulta non inizia col lavoro o con una casa o con una famiglia. Inizia quando gli idoli della tua adolescenza smettono di esserci, diventano altro. E’ quello il momento in cui capisci per davvero cosa significhi diventare grandi.
Penso che questa, qui in mezzo, sia la cosa più vera di tutte.

L’ultima ad Anfield, cazzo.
Domani sarà tutta un’altra storia, come ci sentiamo, Steve?

Steve Gerrard, Gerrard,

He’ll pass the ball 40 yards

He’s big and he’s fuckin’ hard,

Steve Gerrard, Gerrard

 

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Grazie di tutto.

Good Luck “Stard Were Exploding”

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